In Norvegia succede quello che succede e pochi giorni dopo con la Repubblica e L’ Espresso, com'era previsto da tempo, viene messo in vendita il libro “La porta chiusa” di Anne Holt, che, vedi caso, parla proprio di un attentato in Norvegia. E nel quale a pagina 68 uno dei protagonisti dice: “La buona vecchia Norvegia. Per anni abbiamo parlato alternativamente della comunità multietnica, della nazione multiculturale che è diventato il nostro paese, e ci siamo
lasciati cullare da un’illusione di pace, innocenza e privilegio.Questo paese è pronto ad affrontare crisi di molti generi. Ma quello per cui non siamo assolutamente preparati è ciò che è successo oggi”. A proposito di marketing virale.
Fabio P.
mercoledì 3 agosto 2011
Renato Brunetta: "Francesco Merlo mi odia, dunque mi ama. Venga in vacanza (breve) con me".
Sul suo blog, il ministro Renato Brunetta "ringrazia" Francesco Merlo per aver scritto un libro su di lui. Il pezzo inizia così:
Mi son trovato fra le mani il libro che Francesco Merlo mi ha dedicato. S’intitola “Il Fantuttone”, riprendendo il concetto di un suo vecchio articolo, che deve essergli piaciuto assai. E’ sempre bello immaginare gli altri incantati dalle cose che producono, al punto da rileggerle solitari, ridere delle proprie battute e soffermarsi pensosi laddove invitavano gli altri a riflettere. Lo trovo anche commovente. Se ho deciso di correre il generoso rischio di fargli della pubblicità è perché sono preoccupato. Mi sento anche un po’ in colpa. Probabilmente non ho compreso il dramma di quest’uomo , ho sottovalutato il suo dilemma interiore, non mi sono accorto del suo amore smisurato – rinnegato ma non soppresso, nascosto ma non celabile – che lo spinge a una prosa frettolosa e incespicante, incalzata dal timore e quindi destinata a impappinarsi.Il pezzo completo lo trovate qui.
Peppe D'Avanzo e il nostro blog: sei candidature al PPR+ con ben tre vittorie. Un grande.
Giuseppe D’Avanzo era una delle firme più apprezzate di Repubblica. Questa affermazione trova una piccola conferma nella storia del nostro blog.
Da quando, nel novembre del 2009, abbiamo avviato i sondaggi PPR per valutare la qualità della produzione giornalistica mensile di Repubblica, Peppe è risultato tra i pluriselezionati (ben sei candidature) e plurivincitori (tre vittorie, record che condivide con Francesco Merlo e Michele Serra) dei PPR+, nonché nella top 5 dei giornalisti più votati in assoluto.
Noi di PPR vogliamo ricordarlo, e ringraziarlo, riproponendo gli articoli selezionati dai feticisti nel corso del tempo con le relative motivazioni.
Articolo del 17 dicembre 2009 “L’assalto ai giornalisti”. Allineandosi al vile sfruttamento politico dell’onda emotiva generata dal fattaccio di Piazza Duomo, la servitù giornalistica del Cav. addita Marco Travaglio come nemico pubblico. D’Avanzo ne prende le difese, quasi a suggellare la pace tra i due, come osserva Jack Skellington, mostrando “onestà intellettuale (...), a maggior ragione dopo gli attriti che si erano manifestati.” (Frank57). Scolpiamo queste parole nella nostra memoria: “ [Travaglio] Non ha alle spalle un partito o un'organizzazione qualsiasi. Non è protetto da una scorta. Può contare soltanto sulla credibilità del suo lavoro, sul consenso che ne ricava tra chi lo legge e lo ascolta. Abbandonarlo così indifeso e solitario al conflitto che divide il Paese, è un'irresponsabilità tanto più grave perché matura da una tribuna che dovrebbe mostrare equilibrio e moderazione (...)”.
Articolo del 21 settembre 2010. Impunità tombale, Cavaliere ci dica se la legge è uguale per tutti. Fragoroso ritorno di D'Avanzo che, dopo un periodo di silenzio, riparte con l’analisi delle vicende giudiziarie berlusconiane e delle leggi ad personam. Un articolo lungo e argomentato, come è nello stile del Commissario D’Avanzoni (copyright Dagospia), da cui ha poi preso le mosse un appello promosso in rete dal giornale e che ha raccolto oltre 150mila firme al grido di “La legge è uguale per tutti”.
Inchiesta del 28 ottobre 2010 (con Piero Colaprico), Ruby, le feste e il Cavaliere "La mia verità sulle notti ad Arcore". Ancora uno scandalo alla corte berlusconiana, ancora una volta D’Avanzo, in coppia questa volta con Piero Colaprico, a svolgere implacabilmente un’inchiesta (nel vero senso dell’investigative journalism anglosassone) sul reale andamento dei fatti e una disamina puntuale delle consuete bugie del Cav.. “E invece fa bene a mettere il dito in ogni piaga. Tutto va bene purchè delinei la VERA personalità di chi ci governa.” (Supersoul). [articolo vincitore del PPR+]
Editoriali del 18 dicembre 2010, La speranza e i manganelli e 20 dicembre Diritto di polizia. D’Avanzo analizza con grande incisività la protesta di studenti e ricercatori contro la riforma Gelmini e la reazione governativa agli episodi di violenza nella manifestazione di piazza a Roma, sfruttati “come se la crisi sociale rappresentata il 14 dicembre potesse essere affrontata come "questione di ordine pubblico"”. Un Governo “che crede in un diritto diseguale e immagina, per i potenti, un diritto debole e per i deboli leggi e dispositivi brutali.”. D’Avanzo delinea il disegno di un Governo che “politicamente debole, sordo alle difficoltà del Paese, lontano da una società che umilia” vuole rilanciarsi inventando un'emergenza terrorismo, da combattere anche, come ha suggerito Gasparri, con arresti preventivi. E ad un movimento di giovani “che rifiuta un progetto di ordine sociale, che si oppone a un'eterna precarietà, alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza e chiede opportunità e futuro” il Governo oppone un "diritto di polizia" e un “uso della violenza” che accende la rabbia ed eccita gli animi meno consapevoli. “Cinicamente fa di conto: nuovi disordini gli fanno gioco, debole come è.”.
Articolo del 21 gennaio 2011 Dalla questura al sesso con Ruby le dieci menzogne di Berlusconi. Un D’Avanzo al suo meglio riprende (perdonabile vezzo) lo schema delle celebri 10 domande per squadernare implacabilmente, lungo due documentate e argomentate pagine, tutte le bugie del premier sull’affaire Ruby. “Le sue dieci bugie lo dovrebbero convincere non solo a vergognarsi, ma anche ad assumersi la responsabilità di fare chiarezza davanti ai giudici e dinanzi al Paese.”. Grande! [articolo vincitore del PPR+]
Articolo del 12 aprile La finzione di Berlusconi in aula "I pm lavorano contro il Paese". La “storica” comparsa di Berlusconi in un’aula di tribunale viene celebrata dal giornale con una maestosa cronaca dell’investigative journalist per eccellenza. Un racconto che serve, una volta di più, a delineare la psicologia dell’uomo: nei sempiterni panni del primo attore, il Cav. esibisce il suo “io ipertrofico e il sentimento narcisistico di onnipotenza”. E la sua natura imbrogliona: “(…) quando gli capita di affrontare la realtà e di parlare di fatti si confonde, si contraddice, reinventa senza cautela, si autoaffonda.”. Non lo salva a quel punto neanche il mitico massetere, “muscolo della faccia, corto e solido, a ridosso della mandibola”, che Berlusconi controlla “come il dito di una mano” per esibire il suo perenne sorriso. [articolo vincitore del PPR+]
Ringraziamo Barbapapà per la collaborazione
Il Diretùr: «Grazie di tutto Peppe, ti voglio bene».
«Non so che dire. Siamo qui tutti e non ci crediamo ancora», ripete Ezio Mauro. «Ci siamo scelti. La nostra è stata una storia d' amore professionale: dentro il giornale era la mia sentinella. Abbiamo giocato battaglie sproporzionate guardandoci solo negli occhi, con la garanzia inattaccabile del suo giornalismo e della qualità. Ci proteggeva col suo modo di stare in campo, con la sua forza, il suo coraggio. E ora siamo più soli». Ma non finisce qui: «Oggi prendiamo l' impegno di continuare il suo lavoro sapendo che è insostituibile. Fino in fondo, come faceva sempre lui e tenendo presente il metodo, la ricerca dell' eccellenza che chiedeva sempre a se stesso e a tutti noi. Grazie di tutto Peppe, ti voglio bene».Dal pezzo di Caterina Pasolini su Repubblica del 2 agosto 2011.
Mario Calabresi ricorda Peppe D'Avanzo.
Peppe D’Avanzo era un giornalista che viveva e si identificava completamente con i suoi articoli, che erano specchio fedele del suo modo di intendere l’esistenza e il lavoro: nessun compromesso, una cura ossessiva per i particolari, una vis polemica difficilmente mediabile e in ogni cosa una scelta di campo che non ammetteva ragioni.
Se n’è andato all’improvviso, in un giorno d’estate, e sembra impossibile che quella vitalità prorompente possa essersi spenta. Il suo giornalismo ha sempre fatto rumore, in Italia e all’estero, e gli ha procurato polemiche e scontri, ai quali non si è mai sottratto.
A me piace ricordarlo però come un grande cronista, dotato di quel metodo che è l’unica ricetta per andare a scoprire il fondo ultimo di ogni storia: leggeva tutto, sottolineava, appuntava, riempiva taccuini con la sua penna stilografica e si metteva a scrivere solo quando era convinto di aver esplorato ogni angolo. E poi aveva una tenacia non comune con le fonti, le coltivava ogni giorno, non solo quando ne aveva bisogno, e al dunque le cercava senza sosta. Stava ore davanti al telefono a provare e riprovare un numero che suonava a vuoto.
Amava il rugby, gioco duro ma con regole leali.
Mario Calabresi
(fonte lastampa.it)
Se n’è andato all’improvviso, in un giorno d’estate, e sembra impossibile che quella vitalità prorompente possa essersi spenta. Il suo giornalismo ha sempre fatto rumore, in Italia e all’estero, e gli ha procurato polemiche e scontri, ai quali non si è mai sottratto.
A me piace ricordarlo però come un grande cronista, dotato di quel metodo che è l’unica ricetta per andare a scoprire il fondo ultimo di ogni storia: leggeva tutto, sottolineava, appuntava, riempiva taccuini con la sua penna stilografica e si metteva a scrivere solo quando era convinto di aver esplorato ogni angolo. E poi aveva una tenacia non comune con le fonti, le coltivava ogni giorno, non solo quando ne aveva bisogno, e al dunque le cercava senza sosta. Stava ore davanti al telefono a provare e riprovare un numero che suonava a vuoto.
Amava il rugby, gioco duro ma con regole leali.
Mario Calabresi
(fonte lastampa.it)
NLQB ricorda Peppe D'Avanzo.
Dal blog NonLeggereQuestoBlog:
E' morto il mio giornalista preferito. Il suo lavoro, prezioso. Prezioso. Le copie di Repubblica che conservo gelosamente, giorni di inchieste indelebili, quando il gioco si faceva duro: magari dopo mesi di silenzio, ecco di colpo la sua firma, a marchiare la prima pagina. Per rimettere le cose al proprio posto, con del cazzutissimo giornalismo. Una sicurezza. Che non abbiamo più. E che dobbiamo colmare con l'impegno, ancora, e ancora di più. Per celebrarlo come si deve. Sapere che Giuseppe D'Avanzo era un assiduo lettore di questo blog è stata una delle mie più grandi soddisfazioni: gli era "spesso utile" per il suo lavoro, mi disse. Che orgoglio provai, che orgoglio proverò sempre. E niente, lo voglio ringraziare ancora una volta, per tutto quello che ha scritto, per tutto quello che era. Grazie.
Christian Rocca ricorda Peppe D'Avanzo.
Dal blog di Christian Rocca:
Mi sembra assurdo e ingiusto che Giuseppe D’Avanzo sia morto. Non so che cosa dire. Mi sembra impossibile, anche se l’ho incontrato una sola volta e dopo una delle tante volte che ho incrociato la penna con lui. Invece che sbranarmi, è stato gentilissimo. Mi dispiace davvero molto. Repubblica perde il suo migliore. Un abbraccio ai suoi amici.
Gery Palazzotto ricorda Peppe D'Avanzo.
Dal blog del nostro amico Gery Palazzotto:
Senza Giuseppe D’Avanzo la nostra repubblica, quella che non si sfoglia ma nella quale viviamo e ci disperiamo, ha un guardiano in meno. E’ facile immaginare la gioia tra i delinquenti in giacca e cravatta che erano da sempre i nemici di D’Avanzo. Non so come, ma facciamo in modo da guastare la festa a tutti quelli che in questo momento gioiscono per la scomparsa del migliore giornalista d’inchiesta italiano.
Giuliano Ferrara ricorda Peppe D'Avanzo.
Dal Foglio di martedì 2 agosto 2011:
Avevamo bisogno di un avversario come D’Avanzo, è caduto combattendo
La morte precoce di un amico e quella di un avversario sono la stessa cosa, sono la fine di un legame. In tanti anni il lavoro giornalistico di Giuseppe D’Avanzo, sepolto a Roma dai suoi cari e da una comunità professionale e umana che molto lo amava, era diventato per alcuni di noi ciò che ami detestare. Scriveva piuttosto bene, si faceva leggere con i suoi scoop e le sue campagne, e questo lo rendeva ancora più irritante. Infinite le polemiche con questo giornale, con un tocco perfido ma a suo modo cavalleresco da parte sua. Destrutturare un pezzo d’accusa di quel cronista dalle fonti profonde, decostruirlo in termini di visione morale delle cose, di analisi politica, e in certi casi di controfattualità, era ormai un impegno di produzione perverso, ma necessario, della nostra fabbrichetta. Il tipo umano, appena sfiorato, non era malaccio, con il suo registro malinconico, i baffoni, gli occhi grandi, le fatiche e le spropositate passioni e faziosità civili.
Se il soldato D’Avanzo era contro Martelli per storielle di marijuana, l’istinto militare portava a difendere Martelli e perfino le sue stupide vacanze africane. Se era contro il generale Niccolò Pollari e con la Cia separata di Parigi contro la guerra di Bush Jr., pensavamo giusto opporgli le verità ufficiali e argomentate della Casa Bianca e del Senato americano, e chiedere a un disinvolto ma onesto servitore del doppio stato come Pio Pompa, da lui distrutto, di collaborare con noi, supremo sberleffo e atto dovuto. Se sbagliava gravemente sul caso Rostagno, con conseguenze penose per un sacco di gente buona, lo pizzicavamo con una certa voluttà a titolo di risarcimento per le sue vittime. Se si avventava su Berlusconi per i suoi cazzi privati, con effetti devastanti, parlavamo di pornogiornalismo e gli rivolgevamo contro l’accusa a lui cara di sexual addiction, dipendenza dal sesso. Su questi e cento altri dossier il buon cronista aveva dalla sua i fatti e le fonti, noi l’interpretazione politica e civile, l’opinione. Una perfetta separazione di fatti e opinioni, ma non nel senso immaginato dai maestri del giornalismo che si dice anglosassone ed è scritto nel più puro italiano delle guerre di parte.
E’ caduto da soldato, per un incidente cardiaco in perlustrazione in sella a una bicicletta, questo avversario di cui avevamo in qualche senso bisogno. Se il mondo fosse popolato solo dalle nostre passioni e dai nostri errori, sarebbe un incubo di noia, servono dannatamente anche le passioni e gli errori degli altri. In Giuseppe D’Avanzo niente era gratuito, accademico, formale, tutto era carnale e pazzescamente sentito in prima persona. Non è una questione di buona fede, non ci permetteremmo mai di offendere un collega attribuendogli buona coscienza. E’ una questione di vitalità, di pegni che si prendono e si lasciano nel percorso tortuoso e ambiguo che si inizia con la nascita e si chiude altrettanto a casaccio, scelti e incapaci di scegliere con tutta la nostra apparente libertà. Un giornalista che difende con cipiglio la sua ditta, che la sceglie per ragioni e per istinti di vita, non passa la sera a leggere Kant, non discetta, non fa lezioni; scuce balle e verità alle sue fonti, invece, e si legge tutte le carte, anche quelle che faranno da carburante alla macchina del fango.
Sapeva amare le cose belle, anche quando le trovava nel nostro cattivo giornale. Fu capace di fair play, e il colpo basso tutto sommato era l’eccezione professionale che confermava una regola umana e psicologica molto in disuso: rispettare il nemico. E’ stato triste apprendere in una banale sera di vacanza che un così ferrigno faticatore di un mestiere tanto controverso ed effimero aveva ceduto ed era morto d’improvviso a cinquantotto anni.
Giuliano Ferrara
Avevamo bisogno di un avversario come D’Avanzo, è caduto combattendo
La morte precoce di un amico e quella di un avversario sono la stessa cosa, sono la fine di un legame. In tanti anni il lavoro giornalistico di Giuseppe D’Avanzo, sepolto a Roma dai suoi cari e da una comunità professionale e umana che molto lo amava, era diventato per alcuni di noi ciò che ami detestare. Scriveva piuttosto bene, si faceva leggere con i suoi scoop e le sue campagne, e questo lo rendeva ancora più irritante. Infinite le polemiche con questo giornale, con un tocco perfido ma a suo modo cavalleresco da parte sua. Destrutturare un pezzo d’accusa di quel cronista dalle fonti profonde, decostruirlo in termini di visione morale delle cose, di analisi politica, e in certi casi di controfattualità, era ormai un impegno di produzione perverso, ma necessario, della nostra fabbrichetta. Il tipo umano, appena sfiorato, non era malaccio, con il suo registro malinconico, i baffoni, gli occhi grandi, le fatiche e le spropositate passioni e faziosità civili.
Se il soldato D’Avanzo era contro Martelli per storielle di marijuana, l’istinto militare portava a difendere Martelli e perfino le sue stupide vacanze africane. Se era contro il generale Niccolò Pollari e con la Cia separata di Parigi contro la guerra di Bush Jr., pensavamo giusto opporgli le verità ufficiali e argomentate della Casa Bianca e del Senato americano, e chiedere a un disinvolto ma onesto servitore del doppio stato come Pio Pompa, da lui distrutto, di collaborare con noi, supremo sberleffo e atto dovuto. Se sbagliava gravemente sul caso Rostagno, con conseguenze penose per un sacco di gente buona, lo pizzicavamo con una certa voluttà a titolo di risarcimento per le sue vittime. Se si avventava su Berlusconi per i suoi cazzi privati, con effetti devastanti, parlavamo di pornogiornalismo e gli rivolgevamo contro l’accusa a lui cara di sexual addiction, dipendenza dal sesso. Su questi e cento altri dossier il buon cronista aveva dalla sua i fatti e le fonti, noi l’interpretazione politica e civile, l’opinione. Una perfetta separazione di fatti e opinioni, ma non nel senso immaginato dai maestri del giornalismo che si dice anglosassone ed è scritto nel più puro italiano delle guerre di parte.
E’ caduto da soldato, per un incidente cardiaco in perlustrazione in sella a una bicicletta, questo avversario di cui avevamo in qualche senso bisogno. Se il mondo fosse popolato solo dalle nostre passioni e dai nostri errori, sarebbe un incubo di noia, servono dannatamente anche le passioni e gli errori degli altri. In Giuseppe D’Avanzo niente era gratuito, accademico, formale, tutto era carnale e pazzescamente sentito in prima persona. Non è una questione di buona fede, non ci permetteremmo mai di offendere un collega attribuendogli buona coscienza. E’ una questione di vitalità, di pegni che si prendono e si lasciano nel percorso tortuoso e ambiguo che si inizia con la nascita e si chiude altrettanto a casaccio, scelti e incapaci di scegliere con tutta la nostra apparente libertà. Un giornalista che difende con cipiglio la sua ditta, che la sceglie per ragioni e per istinti di vita, non passa la sera a leggere Kant, non discetta, non fa lezioni; scuce balle e verità alle sue fonti, invece, e si legge tutte le carte, anche quelle che faranno da carburante alla macchina del fango.
Sapeva amare le cose belle, anche quando le trovava nel nostro cattivo giornale. Fu capace di fair play, e il colpo basso tutto sommato era l’eccezione professionale che confermava una regola umana e psicologica molto in disuso: rispettare il nemico. E’ stato triste apprendere in una banale sera di vacanza che un così ferrigno faticatore di un mestiere tanto controverso ed effimero aveva ceduto ed era morto d’improvviso a cinquantotto anni.
Giuliano Ferrara
Un po' come dire che il Benfica è una squadra spagnola.
Guardate attentamente questo video e diteci cosa notate di strano:
Ve lo diciamo noi:
l'ortografia della squadra HB Koge, il cognome del giocatore Pedersen che viene inquadrato a un certo punto, la squadra del Lingby: sicuri che sia il campionato olandese e non piuttosto quello danese?
Adesso vediamo quanto ci mettono a correggerlo.
Ve lo diciamo noi:
l'ortografia della squadra HB Koge, il cognome del giocatore Pedersen che viene inquadrato a un certo punto, la squadra del Lingby: sicuri che sia il campionato olandese e non piuttosto quello danese?
Adesso vediamo quanto ci mettono a correggerlo.
Sarà la fretta, sarà l'emozione.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Caro Pazzo,
sarà la fretta, sarà l'emozione, ma sembra che abbia parlato il Trota più che il prefetto di Bologna..
Tanti saluti e grazie
Daniele (danirijeka)
Caro Pazzo,
sarà la fretta, sarà l'emozione, ma sembra che abbia parlato il Trota più che il prefetto di Bologna..
Tanti saluti e grazie
Daniele (danirijeka)
martedì 2 agosto 2011
La morte di Peppe sui giornali che non lo amavano.
Ecco come Libero e Giornale hanno ricordato la morte di Giuseppe D'Avanzo.
(immagini tratte dal blog di Zdenek Pol)
(immagini tratte dal blog di Zdenek Pol)
I pipierrini per Peppe D'Avanzo.
Dai commenti al post che annunciava la sua morte:
... resto malissimo... un pensiero anche a Bolzoni.
GiuSci
Uno dei più grandi giornalisti d'inchiesta che abbiamo avuto. Un grande vuoto.
Massimo
scioccato... :-(
Saul Stucchi
Tra le cose più belle lette negli ultimi anni su Rep. il reportage sulla sua Napoli, dove descriveva i giovani persi nel "pariamento" tra sneakers argentate, coca e Smart...
Occam
E' strano come anche la perdita di qualcuno che non hai mai conosciuto, se non leggendolo tra le pagine di Repubblica, possa lasciare sgomenti. Da oggi l'informazione è un po più povera, ma se un domani l'Italia sarà un posto migliore lo dovremmo anche a lui, alla sua voce onesta e intelligente.
capitanharlock
Era illuminante, ed estremamente stimolante leggere le sue inchieste. Era piacevolmente scioccante scoprire quanto di losco ci fosse in Italia, e quanto un uomo fosse così coraggioso e lucido nel mostrarcelo senza inganno.
E incredibilmente forte il senso di vuoto che provo oggi nell'apprendere che senza di lui, da domani molto probabilmente sarò meno consapevole...
Grazie Beppe R.I.P.
Massi
Un colpo improvviso, se ne vanno sempre i giusti. Ciao Giuseppe non sarai dimenticato da chi, come me, ogni giorno aprendo Repubblica sperava di trovarci un tuo pezzo.
Simona
Era tra i più grandi. Davvero, che la terra gli sia lieve.
Nemo
Una notizia tristissima che mi è arrivata con un sms a metà di un pomeriggio pieno di sole. Da allora il buio sugli uomini di buona volontà, sui giornalisti con la schiena diritta, sulle persone oneste.
Giuseppe D'Avanzo rappresentava il giornalista per antonomasia, fosse nato negli States sarebbe diventato celebre e inattaccabile, perchè lì buona parte della stampa è una cosa seria, è il cane da guardia del potere.
Mi auguro che la sua alta professionalità, la sua serietà vengano prese come esempio nelle scuole di giornalismo.
I fogliacci della destra e il papi gongoleranno: purtroppo a restare sono i peggiori.
Che la terra gli sia lieve.
Frank
Una notizia sconvolgente, che ci addolora quasi avessimo perso un parente stretto. Una familiarità generata dal forte impatto delle sue inchieste in cui, con uno stile narrativo raffinato e coinvolgente e senza guardare mai in faccia nessuno, faceva emergere la verità rievocando di volta in volta i valori fondanti della nostra Costituzione (e di qualsiasi paese democratico).
Una perdita gravissima per il giornalismo italiano, non propriamente affollato di gente professionale, competente e dalla schiena dritta. Come era invece il nostro indimenticabile Peppe.
Gli sia lieve la terra.
molto bello il ricordo di Marco Imarisio sul sito del Corriere. E, duole dirlo, molto distaccato l'approccio della Stampa di Calabresi.
Barbapapà
Mi spiace per lui, che non potrà vedere come andrà a finire, e mi spiace per me, che non potrò leggerlo quando sarà finita.
Zdenek
Terribile, muore senza lasciare eredi nella professione. Repubblica senza D'Avanzo sará un altro quotidiano.
Carmen
non essendo ancora riuscito a trovare le parole per dire alcunché, mi sento solo di quotare Zdenek, grandissimo commento
illustrAutori
giuseppe d'avanzo lascia un vuoto perché portava avanti quel tipo di giornalismo investigativo di cui in italia sentiamo troppo la carenza.
negli ultimi anni la sua scrittura e le sue battaglie erano diventate probabilmente un po' monotematiche, ma se ogni quotidiano italiano avesse un d'avanzo saremmo un'italia migliore, senza alcun dubbio.
nonunacosaseria
Avevamo notato che ultimamanente non c'erano suoi articoli su La Repubblica e, quindi, avevamo scritto al giornale per sapere se aveva problemi...
Invece la morte lo ha preso all'improvviso, con mano da ladro.
Ci mancherà la suà onestà.
Speriamo che l'eco delle sue parole ci rimanga nella mente...
L.Busolini
E' un dolore profondo.
Ma non ci lasci soli: ci lasci il tuo Lavoro, la Passione, il tuo Scrupolo e l'Impegno, che ci hanno reso tutti più consapevoli e sono una luce in questo Paese dove troppi sono gli angoli oscuri. ciao Giuseppe.
Anonimo
Tristezza
angelo
Un uomo, quando viene a mancare, spera che almeno la memoria contribuisca a tenerne in vita il ricordo!
D'Avanzo continuerà a vivere nei suoi articoli.
Dell'inchiesta sul Nigeria-Gate ne conservo i ritagli di tutte le puntate su Repubblica.
Muore l'uomo, ma lascia un'impronta profonda che ne preserverà a lungo la memoria.
Condoglianze alla famiglia ed un pensiero a tutto coloro che (fortunati) lo hanno conosciuto ed ora ne piangono la scomparsa.
Fabio V.
Veramente un giornalista da rimpiangere. anche il corriere gli ha dedicato il giusto spazio
Essere Umano
Dai commenti arrivati sulla pagina Facebook di PPR:
una grande firma!, da domani questo giornale sarà più povero senza di lui.
Alessandro Zonetti
ci sono uomini che sono insostituibili
Anna Nieddu
E' un dolore profondo. Ma non ci lasci soli: ci lasci il tuo Lavoro, la Passione, il tuo Scrupolo e l'Impegno, che ci hanno reso tutti più consapevoli e sono una luce in questo Paese dove troppi sono gli angoli oscuri. ciao Giuseppe.
Giampietro Scarabello
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