Curioso doppio errore di Largo Fochetti nello scrivere due nomi simili: Davide e David.
Andiamo con ordine: l'attento lettore Giacomo Bianchi ci segnala che ieri su repubblica.it il redattore distratto scrive David Serra su una notizia che riguarda anche Matteo Renzi (tra l'altro sarebbe ora che Scalfari e C. la smettessero di screditare Renzi) : il nome corretto del finanziere è invece Davide Serra, che è italianissimo nonostante lavori e viva a Londra da tempo.
La segnalazione di Giacomo ci riporta ad un errore simile che per mancanza di tempo non avevamo segnalato e che riguarda un pezzo di Paola Zanuttini sul penultimo numero del Venerdì di Repubblica. L'articolo è dedicato al momento difficile che sta passando la città di Siena e a un certo punto si parla del povero David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. Nel pezzo, però leggiamo più volte Davide Rossi. Insomma, l'esatto contrario della segnalazione precedente.
Ne approfittiamo anche per segnalare il modo incorretto con cui PZ, nello stesso pezzo, chiama la squadra senese di basket: "La stagione più moscia di Montepaschi Siena". Tutti gli appassionati di basket, senesi e non, sanno che si dice "del Montepaschi Siena". E' un po' come scrivere "La stagione più moscia di Inter" o "La stagione più moscia di Milan". Evidentemente PZ non è un'amante del basket e non è nemmeno senese. Infatti è di Roma.
mercoledì 3 aprile 2013
Osservatorio Errori del Venerdì.
Sull'ultimo numero del Venerdì di Repubblica, a pag.130, c'è un'intervista di Gino Castaldo a Cristiano De André. Il buon Gino, però, sbaglia a scrivere il titolo dell'ultimo lp del cantante: lo chiama Così in cielo come in guerra, ma il titolo corretto è Come in cielo così in guerra, come si legge nella copertina riportata nello stessa intervista.
Ma questa, evidentemente, è una pagina maledetta. Guardate in alto a sinistra nella foto, notate nulla di strano?
Ma questa, evidentemente, è una pagina maledetta. Guardate in alto a sinistra nella foto, notate nulla di strano?
Vita di Redazione 503. Il venerdì di passione del congiuntivo e dell'assenza di quote-rosa al "tavolo che conta".
VITA DI REDAZIONE del 29 marzo 2013.
Durata: 6' 07”.
00'09”. Il fatto che conduca il vice-diretùr, facente funzioni, Dario Cresto-Dina, non autorizza Riccardo Liguori ad arrivare in leggero ritardo. Però la Pasqua consente il perdono e ha pure permesso al Diretùr di andare ad aprire l'uovo in anticipo. Saggio. Intanto Aldo Lastella verifica la lucidatura delle scarpe. E se non guardasse le sue, ma quelle di Enzo D'Antona?
00'36”. Però il caffè se lo concede RL. Anche perché stando seduti si gusta meglio. DC-D dice: “Come scrive oggi Massimo... Giannini”. E poi aggiunge: “Ieri non si capiva cosa stava accadendo”. Noi avremmo preferito “stesse accadendo”. Evidentemente è anche il venerdì santo del congiuntivo e della totale assenza di quote-rosa al "tavolo che conta".
1'02”. Il lungocrinito Fabio Massimo Signoretti sta verificando lo stato, che ci sembra impeccabile, della fresca rasatura. Tagliente.
2'00”. DC-D (facente funzione) dice: “L'Europa ci guarda”. E invece RL cosa guarda?
2'16”. La custodia viola-quaresima del tablet di Valentina Desalvo.
3'34”. Mentre RL parlava qualcuno si stava soffiando il naso. Il forte sospetto s'indirizza verso l'art director Angelo Rinaldi che sta sistemandosi “il corpo del reato” in tasca.
4'02”. RL si disseta dopo l'esposizione.
4'15”. A proposito di barba, Lucio Luca sta forse tentando un nuovo look con pizzetto incorporato. Staremo a vedere.
4'51”. Il neo vice-diretùr Angelo Aquaro è l'unico (tra i v-d) che non sfoglia i quotidiani, ma li legge sul tablet. Multimediale.
Visto, si stampi.
Frank
Durata: 6' 07”.
00'09”. Il fatto che conduca il vice-diretùr, facente funzioni, Dario Cresto-Dina, non autorizza Riccardo Liguori ad arrivare in leggero ritardo. Però la Pasqua consente il perdono e ha pure permesso al Diretùr di andare ad aprire l'uovo in anticipo. Saggio. Intanto Aldo Lastella verifica la lucidatura delle scarpe. E se non guardasse le sue, ma quelle di Enzo D'Antona?
00'36”. Però il caffè se lo concede RL. Anche perché stando seduti si gusta meglio. DC-D dice: “Come scrive oggi Massimo... Giannini”. E poi aggiunge: “Ieri non si capiva cosa stava accadendo”. Noi avremmo preferito “stesse accadendo”. Evidentemente è anche il venerdì santo del congiuntivo e della totale assenza di quote-rosa al "tavolo che conta".
1'02”. Il lungocrinito Fabio Massimo Signoretti sta verificando lo stato, che ci sembra impeccabile, della fresca rasatura. Tagliente.
2'00”. DC-D (facente funzione) dice: “L'Europa ci guarda”. E invece RL cosa guarda?
2'16”. La custodia viola-quaresima del tablet di Valentina Desalvo.
3'34”. Mentre RL parlava qualcuno si stava soffiando il naso. Il forte sospetto s'indirizza verso l'art director Angelo Rinaldi che sta sistemandosi “il corpo del reato” in tasca.
4'02”. RL si disseta dopo l'esposizione.
4'15”. A proposito di barba, Lucio Luca sta forse tentando un nuovo look con pizzetto incorporato. Staremo a vedere.
4'51”. Il neo vice-diretùr Angelo Aquaro è l'unico (tra i v-d) che non sfoglia i quotidiani, ma li legge sul tablet. Multimediale.
Visto, si stampi.
Frank
martedì 2 aprile 2013
Fabrizio Ravelli aspetta un segnale dal Dottor Jannacci.
Dalle pagine milanesi di Repubblica:
Carissimo dottor Jannacci, oggi che la salutiamo in Sant’Ambrogio – sì, proprio quello del giudizio di Dio brillantemente superato da Prete Liprando – mi permetta di chiederle un ultimo consiglio, o suggerimento o prescrizione, veda lei. Succede che la città di Milano si pone ora la questione di come ricordarla degnamente, con qualcosa di duraturo. Non che sia proprio indispensabile. Lei, dottor Jannacci, è per tutti noi da moltissimi anni uno di famiglia: un fratello, uno zio, uno a cui vogliamo un gran bene, insomma non la dimenticheremo di sicuro, anche in assenza di targhe o manufatti.
Però succede che l’assessore Majorino, che si occupa delle cosiddette politiche sociali, ha rispolverato una proposta avanzata quasi un anno e mezzo da questa piccola rubrica. Lei, allora, era ancora vivente seppur molto sofferente, e noi di questa sofferenza raccoglievamo notizie di seconda mano, per non rompere le scatole. Era il novembre del 2011, cominciava a far davvero freddo la notte, e la proposta era che il Comune dedicasse qualcosa di stabile – un ricovero, una mensa, un’osteria – proprio a quelli con le scarpe da tennis, che una volta si chiamavano senza disprezzo barboni, ma oggi che il disprezzo sociale è merce corrente di chiamano più esoticamente clochard.
Allora suo figlio Paolino aveva fatto sapere che la cosa non le dispiaceva di sicuro, anche se non usa dedicare qualcosa a un vivo. Ora che lei, dottor Jannacci, è ancora vivo e vegeto nei nostri cuori ma ha finito di soffrire quel che ha sofferto, ci piacerebbe avere una conferma. Ci mandi un segno in qualche modo, un accordo strimpellato basterà.
Fabrizio Ravelli
Carissimo dottor Jannacci, oggi che la salutiamo in Sant’Ambrogio – sì, proprio quello del giudizio di Dio brillantemente superato da Prete Liprando – mi permetta di chiederle un ultimo consiglio, o suggerimento o prescrizione, veda lei. Succede che la città di Milano si pone ora la questione di come ricordarla degnamente, con qualcosa di duraturo. Non che sia proprio indispensabile. Lei, dottor Jannacci, è per tutti noi da moltissimi anni uno di famiglia: un fratello, uno zio, uno a cui vogliamo un gran bene, insomma non la dimenticheremo di sicuro, anche in assenza di targhe o manufatti.
Però succede che l’assessore Majorino, che si occupa delle cosiddette politiche sociali, ha rispolverato una proposta avanzata quasi un anno e mezzo da questa piccola rubrica. Lei, allora, era ancora vivente seppur molto sofferente, e noi di questa sofferenza raccoglievamo notizie di seconda mano, per non rompere le scatole. Era il novembre del 2011, cominciava a far davvero freddo la notte, e la proposta era che il Comune dedicasse qualcosa di stabile – un ricovero, una mensa, un’osteria – proprio a quelli con le scarpe da tennis, che una volta si chiamavano senza disprezzo barboni, ma oggi che il disprezzo sociale è merce corrente di chiamano più esoticamente clochard.
Allora suo figlio Paolino aveva fatto sapere che la cosa non le dispiaceva di sicuro, anche se non usa dedicare qualcosa a un vivo. Ora che lei, dottor Jannacci, è ancora vivo e vegeto nei nostri cuori ma ha finito di soffrire quel che ha sofferto, ci piacerebbe avere una conferma. Ci mandi un segno in qualche modo, un accordo strimpellato basterà.
Fabrizio Ravelli
I grafici di Largo Fochetti vedono doppio.
Oggi su Repubblica si pubblicizza in lungo e in largo l'uscita in edicola del cd dei Pink Floyd Atom Heart Mother, in allegato insieme al giornale. C'è un boxino sopra alla testata e una pagina interamente dedicata alla promozione: in entrambi i casi però si parla di "Doppio CD". Errore, perché Atom Heart Mother non è un disco doppio e, se proprio vogliamo dirla tutta, non è neanche del 1975 ma del 1970. Come conferma tutto la pubblicità apparsa sempre oggi a pagina 45 (ultima foto).
Ancora guerra tra il Nuovo Nemico e il Fundadòr.
L'ottimo Michele R. ci segnala l'ennesima sciabolata a Repubblica da parte del Fatto Quotidiano di oggi.
Ancora su Concita e Francesco.
Riportiamo dal sito mentecritica.net:
Non so quale siero stiano iniettando ai giornalisti italiani da una settimana a questa parte, ma sono tutti letteralmente impazziti per il nuovo Papa Francesco. Davvero, stiamo raggiungendo livelli d’isteria à la Justin Bieber – capelli strappati, occhi a forma di cuore, misticismo galoppante, sguardi stregati e palpitazioni così intense da minacciare l’infarto.
Prendiamo lo strabiliante articolo (titolo: «IL RIVOLUZIONARIO») vergato da Concita De Gregorio stamattina su Repubblica. L’attacco è fulminante, da mettersi in ginocchio e pregare per l’avvento risolutore di Cthulhu:
Non so quale siero stiano iniettando ai giornalisti italiani da una settimana a questa parte, ma sono tutti letteralmente impazziti per il nuovo Papa Francesco. Davvero, stiamo raggiungendo livelli d’isteria à la Justin Bieber – capelli strappati, occhi a forma di cuore, misticismo galoppante, sguardi stregati e palpitazioni così intense da minacciare l’infarto.
Prendiamo lo strabiliante articolo (titolo: «IL RIVOLUZIONARIO») vergato da Concita De Gregorio stamattina su Repubblica. L’attacco è fulminante, da mettersi in ginocchio e pregare per l’avvento risolutore di Cthulhu:
L’uomo sulle cui spalle grava il compito di risanare la Chiesa porta la sua croce senza alcun affanno, al contrario sorride. Come ogni grande condottiero compare sul campo di battaglia da un luogo imprevisto, in un momento inatteso. […] Lo aspettano da destra, lui arriva da sinistra. Pensano che manchi ancora tempo, invece è adesso. Appare da un lato della basilica sugli schermi giganti come un punto bianco che rotola silenzioso: sembra una grande goccia di latte che scivola attraverso i corridoi lasciati vuoti dalle transenne. Occupa lo spazio come un liquido.Continua qui.
Osservatorio Markette.
Sito di Repubblica: l'ultimo libro di Roberto prezzemolino Saviano finisce dritto dritto in Home Page come seconda notizia.
Quelli che...sbagliano.
Suvvia, signori giornalisti e illustrissimi critici musicali. La canzone di Jannacci-Viola si chiama Vincenzina e la fabbrica non Vincenzina davanti alla fabbrica. In questi casi le parole sono importanti, perché se è vero che la fabbrica di Vincenzina non esiste più, lei è una splendida novantenne ed è ancora in grado di leggere i giornali.
Ci riferiamo a Mario Luzzatto Fegiz del Nemico (prima foto) e a Marinella Venegoni della Busiarda (seconda foto), mica a due stagisti che passano per strada.
Nel pezzo di Fegiz, troviamo anche un'altra imperfezione su una canzone del cantautore scomparso: Mexico e nuvole invece di Messico e Nuvole.
Di Fegiz avevamo già segnalato anche un terzo errore due giorni fa.
Tornando invece alla Venegoni, il suo sembra un coccodrillo preparato tanto tempo fa. Parlando della malattia si fa riferimento più volte ad un antico "mal di schiena" (anni novanta) che ha poco a che fare con la causa della morte riportata invece ieri su Repubblica da Gianni Mura in uno stile sdrammatizzante.
Ci riferiamo a Mario Luzzatto Fegiz del Nemico (prima foto) e a Marinella Venegoni della Busiarda (seconda foto), mica a due stagisti che passano per strada.
Nel pezzo di Fegiz, troviamo anche un'altra imperfezione su una canzone del cantautore scomparso: Mexico e nuvole invece di Messico e Nuvole.
Di Fegiz avevamo già segnalato anche un terzo errore due giorni fa.
Tornando invece alla Venegoni, il suo sembra un coccodrillo preparato tanto tempo fa. Parlando della malattia si fa riferimento più volte ad un antico "mal di schiena" (anni novanta) che ha poco a che fare con la causa della morte riportata invece ieri su Repubblica da Gianni Mura in uno stile sdrammatizzante.
lunedì 1 aprile 2013
Osservatorio Curiosità.
Su Repubblica di ieri, in prima pagina, c'è un bel pezzo di Michele Serra sulla morte di Enzo Jannacci. Il titolo del pezzo, però, si riferisce alla morte dell'altro cantante, Franco Califano.
Auto Osservatorio Errori.
Su Repubblica di ieri, pagina delle lettere, le scuse per l'errore di persona segnalato da noi tre giorni fa.
Vita di Redazione 502. Un altro esordio primaverile.
VITA DI REDAZIONE del 28 marzo 2013.
Durata: 8' 25”.
00'09”. L'art director Angelo Rinaldi colto sul fatto con “Avvenire”. Nonostante i festeggiamenti il vice-diretùr Dario Cresto-Dina è al suo posto. Stoico.
00'47”. Valentina Desalvo, invece, è colta sul fatto (pris en flagrant délit) con «Le Monde». Il Diretùr dice: «Su cui oggi abbiamo deciso di puntare con un pezzo importante in prima pagina e la fotografia».
1'33". Dev'essere la primavera a portare nuovi esordi in Reunio. Chi è questo signore appena arrivato e un po' sorpreso?
2'04". AR sta scrivendo con la forza del pensiero. Soprannaturale.
2'14”. Carlo Alberto Bucci vuol entrare di schiena nella telecamera. L'inquadratura allargata ci permette di osservare la tribuna Ovest sguarnita, constatando così come le vacanze pasquali siano già cominciate.
2'41”. Il vice-diretùr Massimo Giannini approfitta del monitor-specchio per ravviarsi i capelli. Narciso. Ma pure feticista (MG uno di noi) per la cura con cui sta piegando un giornale: “Europa”. Fa bene, perché ci sono così poche copie in giro che è opportuno tutelarle più dei panda. Il Diretùr dice: “Come ricordava oggi Adriano Prosperi nel suo commento a questa vicenda”. Citando poi l'intervista del ministro Cancellieri ad Alberto Custodero (l'accento va sulla “o”).
4'47”. Come un mago che estrae il coniglio dal cilindro, così MG cerca tra la mazzetta il giornale più adatto per iniziare lo sfoglio. Ha trovato “Il Messaggero” ? (5'01”).
7'47”. I capelli di Marina Garbesi si sono ribellati e forse richiedono un miglior trattamento tricologico, auspice la Pasqua alle porte. Staremo a vedere.
Visto, si stampi.
Frank
Durata: 8' 25”.
00'09”. L'art director Angelo Rinaldi colto sul fatto con “Avvenire”. Nonostante i festeggiamenti il vice-diretùr Dario Cresto-Dina è al suo posto. Stoico.
00'47”. Valentina Desalvo, invece, è colta sul fatto (pris en flagrant délit) con «Le Monde». Il Diretùr dice: «Su cui oggi abbiamo deciso di puntare con un pezzo importante in prima pagina e la fotografia».
1'33". Dev'essere la primavera a portare nuovi esordi in Reunio. Chi è questo signore appena arrivato e un po' sorpreso?
2'04". AR sta scrivendo con la forza del pensiero. Soprannaturale.
2'14”. Carlo Alberto Bucci vuol entrare di schiena nella telecamera. L'inquadratura allargata ci permette di osservare la tribuna Ovest sguarnita, constatando così come le vacanze pasquali siano già cominciate.
2'41”. Il vice-diretùr Massimo Giannini approfitta del monitor-specchio per ravviarsi i capelli. Narciso. Ma pure feticista (MG uno di noi) per la cura con cui sta piegando un giornale: “Europa”. Fa bene, perché ci sono così poche copie in giro che è opportuno tutelarle più dei panda. Il Diretùr dice: “Come ricordava oggi Adriano Prosperi nel suo commento a questa vicenda”. Citando poi l'intervista del ministro Cancellieri ad Alberto Custodero (l'accento va sulla “o”).
4'47”. Come un mago che estrae il coniglio dal cilindro, così MG cerca tra la mazzetta il giornale più adatto per iniziare lo sfoglio. Ha trovato “Il Messaggero” ? (5'01”).
7'47”. I capelli di Marina Garbesi si sono ribellati e forse richiedono un miglior trattamento tricologico, auspice la Pasqua alle porte. Staremo a vedere.
Visto, si stampi.
Frank
Fabrizio Ravelli ricorda Enzo Jannacci.
Dalle pagine milanesi di Repubblica di ieri:
Volendo rimare nostalgia con topografia, ci si può anche mettere a disegnare una mappa della Milano di Enzo Jannacci, e d'altra parte a lui piaceva disegnare con la matita della nostalgia. Di una Milano vissuta, anche. Enzo bambino abitava in via Sismondi angolo piazza Adigrat, zona viale Argonne. Beppe Viola, quattro anni più di lui, in piazza Adigrat: stesso cortile, stessa banda, stessa origine. Figli dell'Aeronautica. Jannacci di un pilota che aveva fatto la Resistenza, e che lo portò – lui ragazzino di nemmeno dieci anni – in piazzale Loreto a vedere che fine aveva fatto Mussolini. Beppe figlio di un marconista. E quando Enzo cantava “El mé indirizz”, quella casa vecchia “tripli servizi sì, ma in mezz al praa” era la nostalgia di una povertà non vissuta ma frequentata, il mondo degli ultimi che aveva scelto come suo.
E però l'Ortica, quella del famoso palo che “vederci non vedeva un'autobotte”, la canzone scritta con Walter Valdi, non era lontana da casa Jannacci, dieci minuti a piedi giù per viale Argonne. La banda di ragazzini che magari tornavano a casa e la mamma puliva il naso sporco di sangue, “era una cosa di prenderle ma anche di darle via”. Lui, Enzo, prima il liceo e il Conservatorio, e poi la musica prima della laurea in Medicina. Dal surreale del “Cane con i capelli” (vendettero il 45 giri con pupazzo annesso), all'epica di una Milano povera del dopoguerra, in fondo il passo non era così lungo. Periferia, sempre, com'era allora via Sismondi. Quella da dove per andare in piazza del Duomo “ghe voeur mezz'ora e ghe voeren du tram”, e pareva un viaggio lungo.
Piazza del Duomo, il centro raccontato alla moglie: “Ti te sé no: gh'è tant automobil de tucc i color, de tucc i grandéss, l'è pien de lus ch'el par de véss a Natal, e sora el ciel pien de bigliétt de mila”. “Ti te sé no”, il mondo dei ricchi immaginato da un povero, “che bell che gh'a de véss, véss sciori con la radio noeuva, e nell'armadio la torta per i fioeu”. La topografia della povertà milanese immaginata e scelta da Jannacci muove sempre dalla periferia, una periferia simbolica ma precisa. Prendete Rogoredo: oggi ci sono i grattacieli, allora da lì veniva quella scappata con i suoi “des chili” (diecimila lire) che lui (“pronti!”) le aveva dato per un krapfen, e non aveva moneta. Lui andava a Rogoredo, “cercava i so danée”, girava per Rogoredo “vosava me on strascée”: nonnonnonnò non mi lasciare, mai. E quando pensava al suicidio, causa pena d'amore e danno economico”, era là “dove el Navili l'è pussé negher, dove i barconi poden no arrivà”. Poi ci ripensa, quando “l'era bel fermòtt de gemò on quart'ora”.
I Navigli, l'Idroscalo del barbon con le scarpe da tennis che andava a farci il bagno. C'è una canzone – più un monologo – che si chiama “Parlare col liquido” inteso come acqua: “A me piace parlare con la roba, è uno dei motivi per cui la gente mi considera strano. Mi va bene anche se si tratta di roba liquida. Se devo parlare con della roba liquida, preferisco l'Idroscalo. Anche perché non disturba. Il mare, per via del cìf ciàf tipo risacca, non lascia le pause, vuol parlare sempre lui”. La canzone è ambientata all'Idroscalo, dove Jannacci in compagnia si ferma “per motivi urologici” anche se non gli scappava, “ma mi han convinto con la storia della spia...”. La 600 “ci guardava coi suoi occhi piccoli”. E il Naviglio? “Il Naviglio è roba liquida anche lui, ma meno importante dell'Idroscalo”.
Periferia è la fabbrica. Quella, non meglio identificata, di Vincenzina che ci stava davanti. Quella di Gigi Laméra “che abitava dietro a Baggio”, e alla catena di montaggio si innamora di una “tutta bionda con un fresco cappellin”. Lui che veniva in bicicletta, lei che “non è fine, la credevo un gran signor”. Quindi Gigi prendeva il treno per non essere da meno, “ostentava una cravatta dell'Upìm”, e finiva licenziato perché ritagliava fiori nelle lamiere. Periferia e piazza del Duomo. “La forza dell'amore” come una Milano vista dall'alto. Porta Romana, Porta Vittoria, piazza Napoli, piazza Susa, piazza Martini, e dappertutto “ier sira pioveva”. Il Duomo: “t'ho cognossu sul técc del Domm, in controluce te parevet un omm...”. “Il Duomo di Milano” è anche una sua canzone, e parla di un funerale.
Il centro anche, magari quello del magnaccia di piazza Beccaria, di “T'ho comprà i calzett de seda” con la riga nera, “te scaréghi tutt i ser i piazza Beccaria, ti te mostret de sottbanc la tua mercanzia”. Sant'Ambrogio del giudizio di Dio per Prete Liprando (“Che piedi lunghi!”). O via Canonica, che veniva bene con la rima di Veronica, quella con cui “non c'era il rischio del platonico”:”Sei stata il primo amor di tutta via Canonica. Davi il tuo amor per una cifra modica. Al Carcano, in pé”. È curioso che il Carcano, cine-teatro, sia un'aggiunta posteriore: la prima versione diceva “al cinema, in pé”.
La topografia reale della Milano di Jannacci era invece, dopo via Sismondi dove aveva tenuto il suo ambulatorio da medico di base, curatore di poveri anche gratis, la casa di via Mameli dopo il matrimonio con Giuliana, in affitto e il proprietario era Nicola Arigliano. La palestra del karate di via Pasteur: “Per giocare a karaté è indispensabile conoscere le seguenti cose: sentirsi italiani, però dendro, conoscere l'indirizzo segreto di Martin Bormann....”. La pizzeria Rosy e Gabriele a Porta Venezia, quella Strambio 6 a Città Studi, Giggi Fazi (finché è durato) dove una sera mise la faccia nella pastasciutta, per l'entusiasmo. Una Milano da girare con la Vespa scassata. E se era troppo tardi, buttarsi in una pozzanghera per raccontare alla moglie di aver avuto un incidente.
Fabrizio Ravelli - Repubblica
Volendo rimare nostalgia con topografia, ci si può anche mettere a disegnare una mappa della Milano di Enzo Jannacci, e d'altra parte a lui piaceva disegnare con la matita della nostalgia. Di una Milano vissuta, anche. Enzo bambino abitava in via Sismondi angolo piazza Adigrat, zona viale Argonne. Beppe Viola, quattro anni più di lui, in piazza Adigrat: stesso cortile, stessa banda, stessa origine. Figli dell'Aeronautica. Jannacci di un pilota che aveva fatto la Resistenza, e che lo portò – lui ragazzino di nemmeno dieci anni – in piazzale Loreto a vedere che fine aveva fatto Mussolini. Beppe figlio di un marconista. E quando Enzo cantava “El mé indirizz”, quella casa vecchia “tripli servizi sì, ma in mezz al praa” era la nostalgia di una povertà non vissuta ma frequentata, il mondo degli ultimi che aveva scelto come suo.
E però l'Ortica, quella del famoso palo che “vederci non vedeva un'autobotte”, la canzone scritta con Walter Valdi, non era lontana da casa Jannacci, dieci minuti a piedi giù per viale Argonne. La banda di ragazzini che magari tornavano a casa e la mamma puliva il naso sporco di sangue, “era una cosa di prenderle ma anche di darle via”. Lui, Enzo, prima il liceo e il Conservatorio, e poi la musica prima della laurea in Medicina. Dal surreale del “Cane con i capelli” (vendettero il 45 giri con pupazzo annesso), all'epica di una Milano povera del dopoguerra, in fondo il passo non era così lungo. Periferia, sempre, com'era allora via Sismondi. Quella da dove per andare in piazza del Duomo “ghe voeur mezz'ora e ghe voeren du tram”, e pareva un viaggio lungo.
Piazza del Duomo, il centro raccontato alla moglie: “Ti te sé no: gh'è tant automobil de tucc i color, de tucc i grandéss, l'è pien de lus ch'el par de véss a Natal, e sora el ciel pien de bigliétt de mila”. “Ti te sé no”, il mondo dei ricchi immaginato da un povero, “che bell che gh'a de véss, véss sciori con la radio noeuva, e nell'armadio la torta per i fioeu”. La topografia della povertà milanese immaginata e scelta da Jannacci muove sempre dalla periferia, una periferia simbolica ma precisa. Prendete Rogoredo: oggi ci sono i grattacieli, allora da lì veniva quella scappata con i suoi “des chili” (diecimila lire) che lui (“pronti!”) le aveva dato per un krapfen, e non aveva moneta. Lui andava a Rogoredo, “cercava i so danée”, girava per Rogoredo “vosava me on strascée”: nonnonnonnò non mi lasciare, mai. E quando pensava al suicidio, causa pena d'amore e danno economico”, era là “dove el Navili l'è pussé negher, dove i barconi poden no arrivà”. Poi ci ripensa, quando “l'era bel fermòtt de gemò on quart'ora”.
I Navigli, l'Idroscalo del barbon con le scarpe da tennis che andava a farci il bagno. C'è una canzone – più un monologo – che si chiama “Parlare col liquido” inteso come acqua: “A me piace parlare con la roba, è uno dei motivi per cui la gente mi considera strano. Mi va bene anche se si tratta di roba liquida. Se devo parlare con della roba liquida, preferisco l'Idroscalo. Anche perché non disturba. Il mare, per via del cìf ciàf tipo risacca, non lascia le pause, vuol parlare sempre lui”. La canzone è ambientata all'Idroscalo, dove Jannacci in compagnia si ferma “per motivi urologici” anche se non gli scappava, “ma mi han convinto con la storia della spia...”. La 600 “ci guardava coi suoi occhi piccoli”. E il Naviglio? “Il Naviglio è roba liquida anche lui, ma meno importante dell'Idroscalo”.
Periferia è la fabbrica. Quella, non meglio identificata, di Vincenzina che ci stava davanti. Quella di Gigi Laméra “che abitava dietro a Baggio”, e alla catena di montaggio si innamora di una “tutta bionda con un fresco cappellin”. Lui che veniva in bicicletta, lei che “non è fine, la credevo un gran signor”. Quindi Gigi prendeva il treno per non essere da meno, “ostentava una cravatta dell'Upìm”, e finiva licenziato perché ritagliava fiori nelle lamiere. Periferia e piazza del Duomo. “La forza dell'amore” come una Milano vista dall'alto. Porta Romana, Porta Vittoria, piazza Napoli, piazza Susa, piazza Martini, e dappertutto “ier sira pioveva”. Il Duomo: “t'ho cognossu sul técc del Domm, in controluce te parevet un omm...”. “Il Duomo di Milano” è anche una sua canzone, e parla di un funerale.
Il centro anche, magari quello del magnaccia di piazza Beccaria, di “T'ho comprà i calzett de seda” con la riga nera, “te scaréghi tutt i ser i piazza Beccaria, ti te mostret de sottbanc la tua mercanzia”. Sant'Ambrogio del giudizio di Dio per Prete Liprando (“Che piedi lunghi!”). O via Canonica, che veniva bene con la rima di Veronica, quella con cui “non c'era il rischio del platonico”:”Sei stata il primo amor di tutta via Canonica. Davi il tuo amor per una cifra modica. Al Carcano, in pé”. È curioso che il Carcano, cine-teatro, sia un'aggiunta posteriore: la prima versione diceva “al cinema, in pé”.
La topografia reale della Milano di Jannacci era invece, dopo via Sismondi dove aveva tenuto il suo ambulatorio da medico di base, curatore di poveri anche gratis, la casa di via Mameli dopo il matrimonio con Giuliana, in affitto e il proprietario era Nicola Arigliano. La palestra del karate di via Pasteur: “Per giocare a karaté è indispensabile conoscere le seguenti cose: sentirsi italiani, però dendro, conoscere l'indirizzo segreto di Martin Bormann....”. La pizzeria Rosy e Gabriele a Porta Venezia, quella Strambio 6 a Città Studi, Giggi Fazi (finché è durato) dove una sera mise la faccia nella pastasciutta, per l'entusiasmo. Una Milano da girare con la Vespa scassata. E se era troppo tardi, buttarsi in una pozzanghera per raccontare alla moglie di aver avuto un incidente.
Fabrizio Ravelli - Repubblica
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