lunedì 30 marzo 2020

Feticismi DOC: la nuova rubrica di Romagnoli che sostituisce i Cattivi Pensieri di Gianni Mura.

È partita ieri E' sempre domenica, la nuova rubrica di Gabriele Romagnoli che sostituisce i Cattivi Pensieri di Gianni Mura. 

Arduo compito, come ammette lo stesso Romagnoli all'inizio del pezzo. La stessa cosa era capitata a
Saverio Raimondo con Lo Spassaparola.

La rubrica di Romagnoli ha spaccato in due la redazione di PPR e non solo. 

Di seguito una serie di commenti a caldo raccolti qua e la. 

Ci preme ricordare una cosa: lo stesso Romagnoli ha chiarito subito che "Gianni resta davanti".


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"Non mi è dispiaciuto il pezzo. Specie il finale" 

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"Chiunque fosse stato incaricato di sostituire un gigante si sarebbe ritrovato nei panni di un nanetto" 

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"Romagnoli scrive benissimo. Tranne oggi. Un disastro" 

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"Nulla potrà mai essere sostitutivo di Mura"

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"Meglio questa staffetta di quella di Spassaparola. Certo, l'originale rimarrà per sempre inarrivabile"

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 "Stimo molto Gabriele Romagnoli e gli riconosco talento narrativo e un uso della lingua originale. Io però avrei sospeso la rubrica domenicale"

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"La rubrica domenicale doveva proseguire. Non è che devi per forza ritirare la maglia..." 

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"Non ho letto la rubrica e non voglio leggerla. Almeno hanno avuto il buon gusto di cambiarle nome" 

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"Quella di optare su Romagnoli è la scelta migliore"

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"Romagnoli poteva avere l’umiltà di rifiutare. È un lavoro sporco e non andava fatto" 

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"Si doveva far passare più tempo prima di sostituire i Cattivi Pensieri. Per esempio oggi si poteva uscire con lo spazio in bianco come già fatto con lo Spassaparola"

"Il suo social network preferito era un bar d’estate, con il pergolato sul retro" - Ricordi e testimonianze su Gianni Mura.

“Se le lacrime finiscono, mi piacerebbe farne un romanzo per foto. L’ho visto processato alle Frattocchie quando ancora esisteva il Pci. Alla bocciofila di Albizzate l’ultima estate: lo annunciano dall’altoparlante, il pubblico si alza ad applaudire, e lui ringrazia. A fare la cronaca di una veemente partita della pace Comunità ebraica-Palestina (lui non scriverebbe mai veemente) … Condurre una meditatio a numero chiuso a Sotto il Monte. Il tema? Una frase di Isaia: “Essi trasformeranno le loro spade in aratri”. E riempire una sala parlando di Impressionismo e Grande Boucle, tutto giocato sui colori della Provenza, forse a Genova.
L’ho visto giocare a “calcio camminato”, sport per oversize (lui non scriverebbe mai oversize) dove è vietato correre. Preparare per ogni Tour la sua playlist (lui non scriverebbe etc.), che partiva da Brassens e arrivava a Giovanna Marini, passando per bravi e squattrinati cantautori del premio Tenco.
L’ho visto fare un video con Ligabue e scrivere una canzone per i Têtes de Bois. E soprattutto confessare passioni innocenti: i ravanelli, i funghi da raccogliere in Trentino con Paola, le carote (ma mai esagerare nella Ribollita), le albicocche. L’ho visto piantarsi come un toro di fronte alle richieste bizzarre che possono arrivare da un giornale. In quei casi, si partiva da lontano: Gianni, come stai, oggi ci manca la grande firma, ci sarebbe da fare questo pezzo sui centravanti mechati. Ma poi non risparmiarsi mai, nemmeno per un commento alla trentesima di campionato con la Juve in testa. … Un giorno prese un interminabile locale Pescara-Roma. Era solo: arrivò il capotreno e gli disse: «Signor Mura, come mai lei qui?». Io pensavo che fosse indistruttibile. E che non fosse mai abbastanza: che servisse sempre mezz’ora e mezzo bicchiere in più. Il mio social network preferito – sorrideva – è un bar d’estate, con il pergolato sul retro.
Con un finale quasi fisico a tarda notte, quegli abbracci che oggi non possiamo darci. Amava i suoi fratelli grassi, anche se era molto dimagrito, e ne era felice”. 

Giuseppe Smorto - Repubblica

Tratto dal sito Lo Slalom - Il meglio del racconto sportivo scelto e commentato


sabato 28 marzo 2020

In memoria di Vince.

Pubblichiamo una bellissima testimonianza scritta da un collega di Vince (racconta molto bene cosa significa lavorare nei giornali).

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Max mi perdonerà e anche voi. Ma ho bisogno di scrivere queste cose e che altri le leggano. Aveva appena 48 anni, era mio amico e ci volevamo bene, è passato attraverso tanto dolore e solitudine. E oggi non c'è più.

Essere chiusi in casa e non poter organizzare un funerale dei peggiori pieno di amici, scrittori, amori, ladri, puttane, gente che sta sveglia tutta la notte e dorem un'ora è un aggiunta di dolore difficile da sopportare.
Max era arrivato alla Stampa con grandi intenzioni e speranze. Aveva fatto una straordinaria carriera a Repubblica partendo dal basso, dalla provincia, cronaca e sport. E ne era diventato caporedattore centrale.

Ora, per chi non sa cosa sia il caporedattore centrale in un grande quotidiano immaginatevi l'inferno, voi siete al centro, e siete al contempo satana e dannati, dura 14 ore al giorno e vi piace da impazzire.

Il caporedattore centrale deve sapere tutto di tutto e di tutti, deve saper reagire in un secondo a qualsiasi notizia di qualsiasi materia e individuare quale sia la persona migliore per partire e andare a raccontarla, o gestirla e titolarla.

E' uno dei lavori più belli e terribili in un giornale. Nella gerarchia sopra ci sono solo vicedirettori e direttore. Un bravo centrale a volte, se non muore prima, diventa vicedirettore. Ma non sempre, perché non è detto che lo desideri o che un perfetto sergente possa diventare colonnello.

Max diventò vicedirettore e dovette spostarsi da Roma a Torino, da Repubblica a La Stampa, due mondi molto diversi, molto più di quanto possiate immaginare quando sparate cazzate a vanvera sul "gruppo Gedi".

Come tutti noi che non siamo nati e cresciuti alla Stampa ma a un certo punto ci arriviamo, Max fu accolto con estrema diffidenza e cautela. Poche persone sono più lontane di Max dallo stile gozzaniano di certi colleghi che han sempre lavorato qui

E questo, ovviamente, ha fatto un gran bene al giornale, visto che ogni nuova forza, ogni persona che porta innovazione e coraggio in un giornale lo rinnova e lo fa vivere di nuove tensioni e nuovi desideri.

Ci siamo piaciuti dal primo giorno. Io stavo per rifiutare una meravigliosa offerta di lavoro di un altro giornale per motivi familiari. Andammo a pranzo, gliene parlai (era la prima volta che ci parlavamo). Mi disse di restare, che voleva lavorare con me e che insieme avremmo fatto grandi cose.

Era giugno o luglio, non ricordo. Ricordo che c'erano 38 gradi. Andammo in un posto vicino al giornale che ha solo tavoli all'aperto e mangiammo salsicce al sugo con una tonnellata di pane. A fine pasto c'erano 95 gradi, io rimasi alla Stampa ed eravamo diventati amici.

Lavorare con Max era molto semplice. Perché era bravissimo. Un animale da giornale, c'è poco da dire. Lo ha raccontato perfettamente Ezio Mauro nel pezzo che vi invito a leggere.

Un animale da giornale pensa solo al giornale, dal mattino quando si sveglia alla notte quando lo sogna. E' così, c'è poco da fare. Ti puoi svegliare nella notte in preda al panico e alla rabbia perché ti accorgi che un titolo era sbagliato.

Nulla è più importante per bestie di questo tipo che trovare la soluzione migliore per realizzare un servizio, una pagina, un reportage o una notizia di cronaca. Nulla di più desiderabile che fare un giornale migliore della concorrenza.

Una delle cose più stupide che in questi anni si leggono sull'internet sui giornalisti è: "dovreste prima o poi farvi un esame di coscienza". L'esame di coscienza i giornalisti se lo fanno 24 ore al giorno, di continuo, spesso macerandosi l'anima.

Max era giornalista nell'anima e nel corpo. Pronto a costruire un'idea e un secondo dopo a buttarla giù dalla torre se si accorgeva che era necessario cambiare. E questo nei giornali può essere terribilmente complicato e faticoso, perché sono fatti di carta, spazi fissi e piombo fuso.

Ma Max era sempre pronto a mandare tutto all'aria per rifarlo meglio. COn quel suo corpaccione da rugbista del terzo tempo, quegli occhi chiari e bellissimi, terribilmente fragili, nascosti dietro al muro del suo personaggio.
Max era un ragazzo di talento e pieno di curiosità, sensibile e fragile, e credo per questo si sia costruito attorno questo muro di orco divertente e cinico (solo per finta), sempre pronto alla battuta, al grottesco, all'abbuffata di vita.

Il suo personaggio era la sua condanna. Piango a scriverlo. E' stata la sua condanna. Era così bello e divertente e fastidioso e insopportabile e utile e dannoso che tutta la vita non ci è stata dentro. Max riusciva essere nello stesso momento adorabile e insopportabile. Non prima l'uno e poi l'altro: contemporaneamente.

E l'amore e l'amicizia sono fatti così, si vivono nonostante tutti i difetti o proprio per quelli. Chi si sente inadeguato alla vita con tutta la tragicità che questo comporta, tende a legarsi con altre persone di cui intuisce la stessa disperazione. I disperati sono una famiglia che si riconosce a prima vista e si ama per sempre, di un amore tragico anche se grottesco e divertente

Il suo personaggio era fatto anche di grande cultura, di passione per la letteratura e il teatro, per la musica. Conosceva a memoria i testi di un milione di canzoni che non esitava a cantare a piena voce con una delle più prodigiose stonature che la natura ricordi.

Era molto orgoglioso di aver comprato, anni fa, i diritti per la realizzazione a teatro di "Wired" la biografia di John Belushi. Ed essendo essa praticamente inmettibile in scena, rideva a pensare a chi dall'altra parte dell'oceano pensava a chi fosse quel coglione italiano che avesse comprato i diritti per il teatro.

Abbiamo passato al giornale un milione di ore insieme e altrettante di notte a tirar tardi quando ormai era già tardi se fossimo tornati direttamente a casa. Era molto conscio dei suoi pregi e dei suoi limiti.

Quando un giorno arrivarono al giornale magistrato di turno e forze dell'ordine per una denuncia particolarmente complicata a un collega, lui si presentò dicendo: "Sono Massimo Vincenzi, vicedirettore. Anche se non sembra".

Ogni giorno, una mezz'ora prima della riunione di prima pagina, veniva da me e discutevamo del premio "è giornalismo" di giornata (senza offesa per quello vero che sapevamo non avremmo mai vinto eh, per carità). una volgarissima, insopportabile, crudele rassegna delle peggiori minchiate che avevamo letto su giornali e siti, corredata da commenti sconci e inopportuni sulle donne più attraenti del mondo in quel momento.

Ogni tanto prendevamo di mira con un nonnismo da film anni settanta qualche giovane collega, magro e avvenente. E Max partiva con la sua invettiva: "Facile così, alto bello e magro. Ma noi ce la siamo dovute sudare tutte! Farle ridere, incuriosirle, ascoltarle! Abbiamo sudato sette camicie per scopare e non c'era manco internet!". Il che, peraltro, era pure vero.

Come molti bravi giornalisti che ho conosciuto, Max era interessatissimo ai giovani. Passare il mestiere è una delle cose più bella da fare per un certo tipo di giornalista. Ma puntare su di loro, ascoltarli, andarci a cena serve anche a noi vecchi vampiri per tenere gli occhi aperti su un mondo che non è più nostro e ascoltare in diretta come ci giudicano. Di solito delle merde, però simpatiche.

Max però viveva di fronte a un precipizio. Tutti i giorni davanti a un abisso. Spero per voi che non possiate capire di cosa sto parlando. L'abbiamo vissuto insieme. E abbiamo perso.

Dopo anni a Torino, Max era tornato a Roma, la cosa migliore. L'ultima volta che ci siamo sentiti, qualche settimana fa, a febbraio, mi raccontava che stava davvero bene, che aveva imparato a non vivere di solo lavoro e che voleva prendersi il suo tempo per fare le cose.

Aveva deciso di scrivere delle storie lunghe (dei long read che era del Kansas) perché aveva voglia di raccontare. Mi chiese se potevo leggergliele e correggerle, così come facevamo tutte le volte prima di pubblicare qualcosa a cui tenevamo.

Gli dissi che lo avrei fatto certamente, molto volentieri.
Mi disse che mi voleva bene.
E gli dissi che gliene volevo anche io.
Nessuna di quelle storie mi è mai arrivata.

E ieri il messaggio "è morto Max" mi ha precipitato qui, nel mio abisso, dove mi vedete ora.

Addio Max, amico mio, sarai sempre con me. Ti prego, perdonami se puoi.

Alberto Infelise - Facebook

Gianni Mura, stonato di sinistra, allergico alla chiacchiera sportiva - Ricordi e testimonianze su Gianni Mura.



Luciano Del Sette


Amicizia è una parola che va usata con cautela e onestà. Dunque sarei incauto e per certi versi disonesto se, nel raccontare alcune cose di Gianni Mura, mi annoverassi tra gli amici, o dichiarati tali, che hanno tessuto le sue lodi in mortem.

Perché, allora, scrivo di lui? Perché un decennio di conoscenza, un giornale, due libri, molte telefonate e qualche pranzo insieme a Torino non mi hanno consegnato il ricordo del formidabile cronista del Tour e dei campi di pallone. Ma di un uomo convintamente di sinistra, senza etichette. Lo era, Gianni Mura, in ciascuna delle sue passioni, sovente appena accennate negli articoli commemorativi dei giorni scorsi.

Di quelle passioni, mai vissute al risparmio, lui ha scritto, parlato, discusso per una vita intera. E in un caso, quello che ci ha fatto incontrare, pagato il prezzo ingiusto dell’amarezza.

Emergency

Nel 2011, Gino Strada gli chiese di prendere la direzione, non retribuita, di E, il nuovo mensile di Emergency. Gianni disse subito di sì, a un patto: essere direttore sul serio.
Nella sede milanese presiedeva le riunioni di redazione, montava e smontava ogni numero, si leggeva tutti gli articoli da cima a fondo, molti sulla terrazza dove poteva sfogare l’amato vizio del fumo. Ero tra i collaboratori, capitò che ci fermassimo a parlare. Una volta mi fermò: «Se ti interessa il calcio, secondo me sei del Toro».

Vere entrambe le cose. Il giornale, venticinquemila copie mediamente vendute, cifra già allora non piccola, venne fermato dal direttivo di Emergency nel 2012: i soldi andavano spesi per gli ospedali. Nessuno chiese il parere di Mura; nessuno lo ascoltò mentre sosteneva che i reportage di E mettevano sotto gli occhi dei lettori le realtà dove l’organizzazione operava, ne erano lo specchio e la voce, aiutavano a capire cosa si nascondesse dietro le guerre e le tragedie umanitarie.

Anche anni dopo, ogni volta che ci incontravamo, i suoi discorsi finivano per tornare lì. Lui cambiava faccia, guardava da un’altra parte. Era una parentesi impossibile da chiudere.

I libri

Dei tanti libri firmati Gianni Mura, due hanno contribuito ad avvicinarci.
Il primo, Non c’è gusto. Tutto quello che dovresti sapere prima di scegliere un ristorante, edito da minimum fax, invitava a ignorare le guide, i falsi profeti dei fornelli, trip advisor; amava le trattorie e la cultura materiale del nostro territorio, affondava la punta dell’ironia dentro la moda assurda di fotografare i piatti.
Il libro era nato da decenni di cene di lavoro e dalla rubrica Mangia & Bevi, in coppia con la moglie Paola, per «Il venerdì di Repubblica». Ne parlai sul «Manifesto».

E fu così che divenni Paola. «Domani vengo a Torino, devo recensire un ristorante, passo a prenderti». Seduti a tavola, Gianni mi spiegò che c’erano varie e vari Paola in giro per l’Italia. Sostituivano la moglie, a volte desiderosa di una pausa dietetica. Da lei ricevette una chiamata pochi istanti prima di ordinare. Tornò sorridendo «È un rito, mi chiama sempre per sapere cosa c’è nel menu. Oggi mi ha detto che devo lasciar perdere i fritti».

Mangiò dall’antipasto al dolce mentre io, provando un vago senso di vergogna, mi limitai a un secondo e contorno. Di ciascuna portata sapeva ingredienti, origini e varianti della ricetta, storia. Portarono una bottiglia di vino rosso, la toccò con il palmo della mano, chiese di metterla qualche minuto in frigo per farle raggiungere la giusta temperatura.

Il secondo libro, Confesso che ho stonato, Skira Editore, uscì nel 2017. Il titolo onorava la straordinaria negazione vocale che l’autore portava con sé dalla nascita, in contrasto con l’altrettanto straordinario amore da lui nutrito per la musica.

Le canzoni

Quali fossero i generi che Mura preferiva fu oggetto di belle chiacchiere, tempo dopo, di nuovo in una ristorante torinese e nei panni di Paola. Da bambino aveva sentito i carabinieri della caserma di suo padre maresciallo cantare Calabresella e La bela Gigogin; poi, alla radio, Jula De Palma, Modugno, Nilla Pizzi, Claudio Villa. Negli anni del liceo, la scoperta di Jacques Brel, George Brassens, Sergio Endrigo, Luigi Tenco; all’Università, il vento della politica, «Ma nei cortei non c’ero, cominciavo ad andare dietro al Giro d’Italia per la Gazzetta», lo spinse verso Fausto Amodei, Michele L. Straniero, Sergio Liberovici, cioè il Cantacronache.

Diffidato dall’aprire bocca ogni volta che una nota risuonava, Mura era un’autentica enciclopedia della canzone d’autore e conosceva a memoria i testi delle canzoni di tutti i festival di Sanremo.

Gli amici fraterni, divenuti tali grazie alla musica, si chiamavano Giovanna Marini, Riki Gianco, Enzo Jannacci, il cittì Bearzot adoratore del jazz, Maria Carta ed Elena Ledda… Di fonte a una tartare di tonno, mi chiese «Tu sei intonato?». Gli risposi che sì, ero intonato e suonavo la chitarra. Fermò la forchetta, «Mi hai fatto passare un po’ di appetito». Poco, beninteso.

Cantava Jacques Brel tradotto da Duilio del Prete, uno che a Mura piaceva «Io per l’ultima cena voglio che si beva quel vino fatto d’uva/ quel buon vino da messa da rallegrare un boia/ E voglio si divori dopo qualche sottana/ la gallina fagiana che ruspava nell’aia/ Poi voglio essere portato in cima a una collina/ a vedere i miei boschi e dormire un sonno accorto».
Ciao, Gianni. Capiterà di rivedersi.


Pasquale Coccia

Gianni Mura se ne è andato il primo giorno di primavera, stroncato da un infarto. Era a Senigallia per respirare l’aria dell’Adriatico, a causa di una polmonite. Seguiva con attenzione la pagina sport di «Alias» e a volte prendeva spunto per la sua rubrica domenicale Sette giorni di cattivi pensieri, citando la fonte (tra i pochi). L’ultima volta che lo abbiamo incontrato per un’intervista sui cento anni dalla nascita di Gianni Brera (Gianni Brera l’irripetibile, «Alias» del 7/9/2019) ci disse: «Proponete cose interessanti su «Alias», però sul quotidiano mancano le pagine dello sport», un monito per noi.

La sua schiettezza era disarmante, spiazzava soprattutto gli ipocriti o quelli che tentavano di imitare il suo stile e non riuscivano. Mura lo fece una sola volta imitando Brera con il suo primo articolo, quando era entrato alla «Gazzetta dello Sport», il direttore Gualtiero Zanetti glielo cestinò. Capì la lezione.

In tanti dopo la sua morte hanno scritto articoli sinceri, altri traboccanti di elogi, a firma di coloro che nei suoi confronti provavano invidia, perché volevano essere tutti Gianni Mura. Tra le righe di quegli elogi spropositati, sono trapelati piccoli rancori, perché Gianni Mura non si stancava mai di ricordare di scrivere chiaro e di usare i termini della lingua italiana.

Certi strafalcioni non li perdonava e li rimarcava nella sua rubrica, suscitando le reazioni dei punzecchiati, i tanti autoproclamatisi Omero del calcio che si esprimono con la lingua rozza del Bar Sport. Scorrendo gli articoli commemorativi, ci siamo segnati alcuni termini, che nascosti tra mille parole elogiative lo hanno definito: riluttante, ruvido, brusco, idiosincratico, scontroso, burbero.

Gianni Mura non sopportava i giornalisti sportivi ruffiani, cortigiani, ipocriti, adulatori, narcisi, mediocri e gli inclini alla posizione supina per natura e professione. Era timido, ma non si faceva intimidire dagli uomini del Palazzo dello sport, era uno con la schiena dritta.

Allergico alla chiacchiera sportiva in voga nei salotti televisivi del Bar Sport Italia, non risparmiò critiche neppure a Gianni Brera, quando pagato a peso d’oro frequentava il «Processo del Lunedì» di Biscardi. Negli ultimi tempi lamentava che i breriani erano sempre meno, anche i muriani di facciata scompariranno in fretta e dimenticheranno presto Gianni Mura. Egli amava le letture, la poesia, gli epigrammi e gli anagrammi, la musica, le serate in compagnia, il buon vino e tirare tardi la notte, alla maniera di Osvaldo Soriano. Come El Gordo, Mura con ironia si definiva Palla di Lardo.

Alla fine dell’intervista su Gianni Brera, gli chiedemmo che cosa gli sarebbe piaciuto fare nella vita se non avesse fatto il giornalista: «L’insegnante di francese» rispose. Sarebbe stato un bravo docente anche se ostile a salire in cattedra. Lo salutiamo, senza dimenticarlo, come avrebbero fatto i suoi studenti: arrivederci professor Mura.

Luciano Del Sette & Pasquale Coccia - Il Manifesto

L'editoriale di oggi di Carlo Verdelli.


Coronavirus, chiudere la Lombardia

di Carlo Verdelli

Non è ancora troppo tardi. Non può esserlo. Bisogna fare in modo che non lo sia. Con la bizzarra eccezione dell'Antartide e dei suoi 4 mila ricercatori, non c'è angolo del pianeta che non stia sperimentando il flagello del coronavirus. Non c'è persona o personaggio, per quanto ricco e potente, che possa assicurarsi l'immunità. E non c'è alle viste né una cura né un vaccino che consentano di arginare l'avanzata di una pandemia che lascerà dietro di sé cicatrici profondissime e imprevedibili mutamenti di scenari globali. L'unica trincea che al momento appare sicura è l'isolamento in casa.

Dopo il primo sbarco in Cina, l'Italia è stata per molte settimane l'epicentro occidentale dell'attacco virale ai nostri polmoni e alla nostra civiltà. Ne stanno pagando un prezzo atroce intere categorie umane, soprattutto anziani, medici, infermieri, abitanti di città focolaio, persone sole rimaste ai margini della rete di assistenza. Il primato dei contagi è passato agli Stati Uniti, presto la Spagna si avvicinerà agli standard dei nostri quotidiani bollettini di guerra, l'ombra nera si allunga anche in Germania, Francia e Gran Bretagna.

Nel suo diario da una quarantena su Repubblica, Paolo Rumiz scrive: "Mai come oggi ne esce chi sa cantare in coro". Non sembra la piega che sta prendendo l'Europa, per fermarci nel nostro cortile. Vorrebbe essere, almeno nelle intenzioni, la strada scelta dall'Italia, con misure via via più stringenti, estese senza differenze all'intero territorio nazionale. Ma le differenze nell'intensità del contagio ci sono eccome e forse sarebbe arrivato il momento di tenerne conto. La Lombardia, per esempio.

Nonostante la comprensibile volontà di diffondere un po' di ottimismo da parte del governatore Fontana ("Penso che stia iniziando la discesa"), la regione locomotiva del Paese da sola conta ormai, e non da oggi, più della metà sia dei contagiati sia dei morti totali. La parte d'Italia dove tutto è cominciato (21 febbraio, paziente uno a Codogno) si è trasformata in poco più di un mese nella bocca del vulcano dove si concentra il rosso più acceso dell'intera nazione. Si vede a occhio nudo su qualsiasi mappa: la macchia più intensa del Covid-19 sta in un cerchio stretto tra Milano, Bergamo e Brescia, con un alone macabro che si estende fino a lambire i confini di Veneto e Piemonte.

Un grande vecchio della ricerca scientifica come Silvio Garattini proprio ieri ammoniva: "Bisognava chiudere prima, ora a pagare sono personale sanitario e operai". Per poi aggiungere una verità scomoda ma ineludibile: "Il senso della vita viene prima del senso degli affari. Ma qualcuno ha invertito le priorità". Il risultato di questo ribaltamento di valori, giustificato dal tentativo di scongiurare almeno in parte il collasso economico annunciato, sta temperando assai poco la deriva della crisi produttiva mentre sta aggravando di molto l'inventario delle vittime.

Anche dopo l'accordo con i sindacati che ha portato a un restringimento delle attività consentite, nell'industriosa Lombardia circolano ancora, quotidianamente, centinaia di migliaia di lavoratori, soltanto in parte legati all'indispensabile filiera che garantisce alimentari, sistema sanitario e farmacie. Sono donne e uomini che escono di casa, raggiungono la fabbrica o il magazzino o l'officina con mezzi pubblici o propri, si offrono a infinite possibilità di contagio, e quindi tornano a sera in abitazioni dove magari li aspettano familiari che stanno rispettando la consegna della lunga quarantena.

Non è il momento dei processi, né dell'attribuzione di responsabilità. Ma è il tempo, questo sì, del coraggio di prendere decisioni forti. Fatte salve le attività strettamente necessarie, andrebbe con responsabilità, e anche con urgenza, valutata l'ipotesi di chiudere in modo drastico l'intera Lombardia per due settimane, chiedendo un ulteriore ma non differibile sacrificio a chi ci abita, a chi ci opera, ai titolari di piccole e medie imprese comprensibilmente spaventati dall'idea di non riuscire a ripartire. Qualsiasi ipotesi di ricostruzione dopo questo abisso passa attraverso decisioni nette che mettano in cima alle priorità la salvezza delle vite, e quindi il contenimento del contagio, attraverso l'edificazione di argini disegnati là dove il morbo più infuria. Al di là di qualsiasi considerazione politica o finanziaria. Al di là di ogni calcolo di convenienza. Salvare la Lombardia per salvare l'Italia. Prima che sia davvero troppo tardi.

Carlo Verdelli - Repubblica del 28 marzo 2020

venerdì 27 marzo 2020

Repubblica e La Stampa per Massimo Vincenzi.





Ciao Massimo, che la terra ti sia lieve.

Uno dopo l'altro, come birilli.

Dopo Gianni Mura e Alberto Arbasino, ecco Massimo Vincenzi (Vince per noi pipierrini).

Come dire: non c'è due senza tre.

Ciao Massimo, che la terra ti sia lieve.

Noi di PPR vogliamo ricordarti così, con un passaggio della Vita di Redazione del 19 gennaio 2012 (che trovate qui nella sua versione integrale):
"Massimo Vincenzi è arrivato al lavoro sullo scooter che poi ha parcheggiato accanto a sé. E infatti si volta per controllare che sia ancora al suo posto". 

"Una coppa di pesche e spumante è formidabile contro la febbre alta..." - Ricordi e testimonianze su Gianni Mura.

Sai Gianni, poi c’è Maurizio che da ieri dice che da te ha imparato “che una coppa di pesche e spumante è formidabile contro la febbre alta. Lui mi curò così, una notte, nel nostro mondiale tedesco del 2006, tornati a Dusseldorf da Dortmund. Era la sera della semifinale vinta. Febbre a 39°, viaggio in treno in piedi, caldo torrido. Poi, nel bar deserto dell’albergo quell’insalatiera piena di pesche e spumante, lasciata lì chissà perché, come un sogno, un’invenzione. Ci sedemmo, bevemmo, mangiammo. Poi una dormita biblica, e la mattina freschi come rose. In qualunque posto del mondo bisogna creare casa: la trattoria, il giornalaio, il fruttivendolo. Se ci torni ogni giorno, sei a casa. Bisogna comprare un po’ di frutta la mattina delle partite in notturna perché poi, tornati in albergo, è meglio mangiare quella piuttosto che le schifezze”.

Maurizio Crosetti - Repubblica

Tratto dal sito Lo Slalom - Il meglio del racconto sportivo scelto e commentato

giovedì 26 marzo 2020

"Perché Mura chiedeva, si informava, telefonava, non voleva perdersi nessun dettaglio..." - Ricordi e testimonianze su Gianni Mura.

“Il tempo che è passato non aveva lasciato incrostazioni sul suo entusiasmo per una certa idea di Francia, sulla sua capacità di capire le persone al di là di pregiudizi ed etichette, sul suo viaggio costante al cuore delle cose. E soprattutto sulla sua umiltà, che non era mai una posa innaturale, perché Mura chiedeva, si informava, telefonava, non voleva perdersi nessun dettaglio ben sapendo che un dettaglio può fare la differenza per chi come lui aveva il gusto del racconto, ma mai fine a se stesso”.

Paolo Tomaselli, Corriere della Sera

Tratto dal sito Lo Slalom - Il meglio del racconto sportivo scelto e commentato

mercoledì 25 marzo 2020

Coronavirus e Gianni Mura: dove eravamo rimasti? - Feticismi Arretrati dal 17 al 22 marzo 2020.

ATTENZIONE: il 21 marzo scorso, come sapete, è venuto a mancare il nostro mito Gianni Mura. Che la terra gli sia lieve.

A fronte di ciò siamo stati costretti a ridurre al minimo la raccolta feticistica dei tweet relativi ai numeri di Repubblica.

Di conseguenza fino al 19 marzo 2020 troverete una rassegna stampa completa. Dal 20 marzo in avanti troverete una rassegna stampa minimale con i feticismi principali.

Ci scusiamo per il disagio. Gianni, che ci legge da lassù, capirà.

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18 MARZO 2020

La prima di oggi.


Forte, candida e rassicurante. Aiuta molto, di questi tempi. Grazie.

Intervistona a Papa Francesco (ma stranamente non è del Fundadór...) che dà ragione a Fabio Fazio. Editoriale patriottico dell'EMerito Diretúr Ezio Mauro. Oggi non c'è il fogliettone.



Coronavirus: oggi 19 paginate (record eguagliato), ieri e l'altroieri 18. 9 i TITOLONI arancioni. Ieri e l'altroieri 8. Boom di republicones impegnati: 28 (record), inclusi i collaboratori. Ieri erano 17, l'altroieri 19.

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La fiducia dei naufraghi - di Ezio Mauro

Ci sono ragioni ben precise se oggi non sentiamo retorico il richiamo all’unità del Paese, 159 anni dopo la sua proclamazione con il voto della Camera e del Senato, il timbro del sigillo di Stato, il discorso del Re che convocava a...


+++SCOOP+++ 

Da non perdere l'intervista esclusiva a Papa Francesco firmata dal vaticanista Paolo Rodari

Rodari avrà chiesto il permesso al Fundadór?


Papa Francesco ha apprezzato molto l'articolo di Fabio Fazio di lunedì scorso.


 ellekappa di oggi


Osservatorio Contagi. 

Aggiornato alla mezzanotte di ieri.



Osservatorio Mappe Confuse. 

Ci scrive un amico di Lubiana (invidioso) chiedendo perché nella mappa c'è la Croazia e non la Slovenia, che ha più contagi della Croazia. 

Urge update grafico.


Giù le mani da Carlo Verdelli e da sua figlia Nina.

Solidarietà da tutti noi di PPR. Non mollate.



Bergamo, Vietnam. Coraggio. 

#celafarete #celafaremo 

(dall'inviato autoctono Paolo Berizzi)



Oggi pezzo non datato della manhattaniana Anna Lombardi sugli americani in fila per comprare le armi. 

Nota di servizio: la foto a sinistra è simile a quella pubblicata da noi qualche giorno fa.



L'informazione è l'anticorpo più potente. Per questo Repubblica vi aspetta a edicole aperte. 

Osservatorio Pubblicità.


Emergenza Coronavirus (anche) nelle Marche.

Paolo G. Brera è partito per Cingoli, Macerata. Buon lavoro.



Mauro Biani


Osservatorio Home Page.



Osservatorio Prime Pagine





Il New York Times mette in prima pagina la foto del cimitero di Bergamo. 

(Osservatorio Prime Pagine)



Guglielmo M. Pipierrino ad Honorem. 

(lettera apparsa oggi nell'apposita sezione)



Osservatorio Coccodrilli. 

Quello dello scrittore russo Eduard Limonov è affidato alla (ex) moscovita Rosalba Castelletti. 

Con un commento di Gabriele Romagnoli (dacci oggi il nostro Romagnoli quotidiano).




Cultura. 

Da pelle d'oca l'inedito frammento di "romanzo su un virus" a cui Giuseppe Pontiggia stava lavorando. Brividi.


Osservatorio Previsioni. 

Secondo i nostri calcoli, domani potrebbe tornare il Diario dalla quarantena di Paolo Rumiz.

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19 MARZO 2020

La prima di oggi.

Ancora bellissima, nella sua drammaticità. Trasmette energia positiva. Sarà tutto quell'arancione e sarà pure quel Bucchi simbolico. A proposito: c'è da verificare se è la sua prima volta in prima... Riecco il Diario della quarantena di Rumiz.



Coronavirus: oggi 20 paginate (nuovo record), ieri erano 19 e l'altroieri 18. 9 i TITOLONI arancioni, come ieri, l'altroieri 8. Boom di republicones impegnati: 30 (record), inclusi i collaboratori. Ieri erano 28, l'altroieri 17.

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La vignetta di Massimo Bucchi sulla prima di oggi. 

Anche se non abbiamo la certezza, potrebbe trattarsi della sua prima volta in prima pagina. Qualcuno a Largo Fochetti può confermare o smentire?

Da Largo Fochetti silenzio. Ma ci scrive un lettore:

Io ricordo una vignetta di Bucchi in prima pagina intorno al '93, quando Berlusconi appoggiò la candidatura di Fini a sindaco di Roma (credo!!!!) Ed era (mi sembra!!!) un saluto romano con la scritta FINI-Invest.



Feticismi Grafici. 

Ma cos'è accaduto alla spaziatura delle ultime righe dell'intervista di Alessandra Corica all'assessore Gallera?


Viva l'Italia, l'Italia che resisteee. 

Oggi ellekappa in large Edition. 

(via il paywall da ellekappa)



La Spoon River di Paolo Berizzi si sposta da Bergamo a Brescia.



Nel pezzo di oggi, Berizzi usa il Vietnam come paragone della drammatica situazione in corso a Bergamo. Avevamo fatto la stessa cosa noi in un tweet di ieri. Però, come ci scrive Libero Petrucci (seconda foto), non è carino accostare sempre il nome del Vietnam alle tragedie. Ha ragione.




Ci voleva il coronavirus per rivedere le faccine di Nostra Signora dei Ritratti, al secolo Marta Signori, sul cartaceo.


Feticismi DOC. 

Parte la rubrica "Vero o falso" sulle bufale relative al Coronavirus che stanno girando sul web. Oggi la firma Riccardo Luna. Domani chissà.



Osservatorio Contagi. 

Aggiornato alla mezzanotte di ieri.


Osservatorio Mappe Confuse. 

Ci scrive un amico di Bucarest (anche lui molto invidioso) chiedendo perché nella mappa c'è la Croazia e non la Romania, che ha più contagi della Croazia. 

Urge update grafico.



Causa Coronavirus, anche le primarie democratiche americane finiscono in quarantena. 

Oggi solo un pezzullo (non datato) di Anna Lombardi a pagina 27.


Oggi in Cultura la seconda puntata del "Diar(i)o dalla quarantena" di Paolo Rumiz. 

Stavolta senza il refusone presente nella prima.



Osservatorio Coccodrilli. 

Quello dell'ex attaccante di Inter e Roma Joaquin Peiró lo firma il Crosetti.



Finalmente una bella notizia in questi giorni di quarantena.

Un nuovo gol di Samarelli. 

Quello del rimpianto Joaquin Peiró nella partita Inter-Liverpool del 1965.

Gioia per gli occhi. 

Nello Sport di oggi.



Intanto in Argentina tutti i giornali sono usciti con la stessa prima pagina: «Al virus lo frenamos entre todos», il virus lo fermiamo tutti insieme. Molto bello.



Osservatorio Home Page



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20 MARZO 2020

La prima di oggi.

Che sarebbe piaciuta tanto a Cesare Zavattini. E che piacerà un po' meno ai non milanesi. In ogni caso, c'è tutta la forza di un direttore meneghino. Appunto. Considerato anche che Repubblica è un giornale di Roma.



Coronavirus: oggi 21 paginate (nuovo record), ieri erano 20, l'altroieri 19. Breve rialzo dei TITOLONI arancioni: oggi 11. Ieri e altroieri 9. Prosegue il boom di republicones impegnati: 31 (record), inclusi i collaboratori. Ieri erano 30, l'altroieri 28. Situazione estrema.
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"Ora la Lombardia conta gli stessi morti che fece la tragedia del Vajont nel 1963: e il simbolo della diga che deve tenere è quello che spiega meglio di qualunque altro il momento cruciale che stiamo vivendo." 

Il dramma di Milano nelle bellissime parole di Piero Colaprico.



Osservatorio Apocalisse (tweet di Maurizio Crosetti)



Nuovo drammatico reportage da Bergamo dell'inviato autoctono Paolo Berizzi. Siamo vicini al dolore di Paolo, che anziché essere in giro per librerie a presentare il suo L'educazione di un fascista, è costretto a firmare articoli che non avrebbe mai voluto scrivere.


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Perché il maledetto T9 si ostina a propormi Wuando quando voglio scrivere Quando? Lo so che è una battuta sul #WuhanVirus che potevo risparmiarvi. E lo so anche che la colpa è del mio enorme dito indice. Sono un boomer. 

FS

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Chi meglio di Michele Smargiassi poteva commentare l'angosciante immagine della colonna di camion militari che portano via da Bergamo le bare dei morti?


Osservatorio Infografiche (rigorosamente non Firmate). 

(un particolare di quella di pagina 5 )



ellekappa di oggi


Osservatorio Mappe: la piccola grande vittoria di PPR. Dopo aver segnalato per diversi giorni la difficile fruizione della mappa dei contagi nel mondo, oggi Repubblica propone un restyling decisamente più chiaro e meno confuso. 

Grazie.

Nota aggiuntiva. 

La fissazione dei planisferi non finirà mai nei giornali. Secondo noi vanno usati solo se esplicativi e semplificanti. Non sempre si riesce. Spesso si assemblano dati e cifre.



Oggi sui siti americani si leggono le stesse cose che si leggevano da noi dieci giorni fa. 

Oggi a me domani a te.





Osservatorio Erroracci Meneghini. 

Oggi nel sommarietto in prima pagina del dorso milanese si parla di Vajont e del "crollo della diga nel '63". 

Ma nella tragedia del Vajont la diga non è crollata. 



Osservatorio Contagi. 

Aggiornato alla mezzanotte di ieri.


Osservatorio Home Page



In epoca di Coronavirus l'inserto Weekend riduce la foliazione: solo 5 pagine. Intervista a Cesare Cremonini, i maghi del riordino in casa e la ginnastica casalinga a chilometro zero. 

Giusto così.



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21 MARZO 2020

QUESTO E' IL GIORNO IN CUI E' MORTO GIANNI MURA.

Gianni lo abbiamo ricordato (e lo ricorderemo sempre) con post dedicati che troverete qui sul blog, pertanto sarà citato solo parzialmente in questa rassegna stampa diaria.

RIP.

La prima di oggi.

Altro numero da collezione, purtroppo. 

La cosa più drammatica è quel chilometrico sommarione nerarancio. Cosa inedita, mai vista prima. La luce in fondo al tunnel sono quei pochi cm quadrati laggiù in basso dedicati a Robinson, nel fogliettone.



Coronavirus: cala leggermente l'attenzione. 

Oggi 18 paginate, ieri erano 21 (record), l'altroieri 20. Ma rialzo dei TITOLONI arancioni: oggi 13. Ieri 11 e altroieri 9.

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Repubblica e Corriere stanno facendo un lavoro incredibile, straordinario. Le grandi tragedie di una nazione affinano le menti e il risultato è notevole per chiarezza e lucidità. 

Grazie.

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Oggi in prima Francesco Merlo gioca a scacchi con la morte. E con un titolo pieno zeppo di pathos, forse troppo. Ma che spiega perfettamente ciò che sta accadendo al mondo intero.


Abbiamo un nuovo pipierrino ad honorem




FERMI TUTTI. 

Dalla fotonotizia di Repubblica in prima pagina spunta qualcosa.



Il probabile* esordiente in Nazionale Luigi Gaetani fa la cronistoria dell'epidemia a un mese dal primo contagiato di Lodi.

*Attendiamo conferme o smentite.



"Di colpo si arrende anche New York".

Così l'amerikano Federico Rampini sulla città dove vive da anni. 

E la manhattaniana Anna Lombardi intervista (senza datare) lo scrittore americano Adam Gopnik.



Osservatorio Contagi.

Aggiornato alla mezzanotte di venerdi 20. 

Con le "Navi da crociera" sempre più al largo.


ellekappa di oggi



Paolo Berizzi interrompe i reportage dalla sua Bergamo e rientra a Milano dove firma un pezzo a quattro mani con l'altro Paolo (Griseri) su Atalanta-Valencia, possibile detonatore del contagio sulla via Milano-Bergamo.



Enrico Currò piomba in pieno nelle pagine sul Coronavirus con l'intervista a Kike Mateu giornalista spagnolo al seguito del Valencia in trasferta a San Siro contro l'Atalanta.



Stefano Bartezzaghi (Bartez) lancia il vocabolario al tempo della crisi.



L'ultimo Spassaparola di Gianni Mura. RIP.


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22 MARZO 2020

La prima di oggi.

La conferma del super occhiellone nerarancio. Il TITOLONE nonostante il Fundadór. L'Altan di domenica. Ma soprattutto la scomparsa di Gianni Mura. 

Che la terra gli sia lieve. RIP.



L'evacuazione di un reparto di maternità a Zagabria dopo il terremoto di questa mattina. 

Foto da Premio Pulitzer. 

(vista su Twitter)



Coronavirus: oggi 19 paginate, ieri erano 18, l'altroieri 21 (record). Stabili anche i TITOLONI arancioni: oggi 12. Ieri 13 e altroieri 11.

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Il Fundadór dice (finalmente) la sua sul Coronavirus.



Altan sulla prima di oggi. 

Con citazione.


Coronavirus. 

Nessun inviato a Fondi, paese del Lazio dove si è sviluppato un nuovo focolaio. 

Solo un pezzullo di Clemente Pistilli, dalla redazione.



Osservatorio Contagi. 

Aggiornato alla mezzanotte di ieri. 

Gli USA insidiano la Spagna.



Nelle drammatiche e per certi versi nauseanti pagine dedicate al Coronavirus, trova spazio anche la bella notizia del pezzo dell'americalatinista Omero Ciai, proprio sulla situazione del virus nei territori che lui ha sempre amato. 

Ciao Omero, è sempre un piacere leggerti.