18 luglio 2008
Rivogliamo Valerio.
Non vorremmo aver portato sfiga al buon Valerio Gualerzi che dopo aver scritto praticamente "da solo" Repubblica.it di questi ultimi giorni, non compare in nessun articolo da qualche edizione ormai. Speriamo sia in ferie o che sia un normale avvincendamento. A noi che lo seguiamo, spero che il Direttore faccia sapere qualcosa...
16 luglio 2008
I Bernstein e Woodward de noantri alle prese con tutti gli uomini del Presidente.


Scattano le manette al Presidente della regione Abruzzo, e scattano sull'attenti anche Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini, i Bernstein e Woodward de noantri.
Carlo parte di corsa per Pescara dove confeziona una cronaca dettagliata dello scambio di mazzette tra Vincenzo Angelini e Ottaviano Del Turco.
D'Avanzo risponde con gli interessi a Silvio Berlusconi che aveva parlato di un teorema dei magistrati contro i politici.
Il pezzo di Bonini lo trovate qui.
Quello di D'Avanzo lo trovate qui.
A supporto di Bernstein e Woodward, pezzi di Giuseppe Caporale (da Pescara), dell'adriaticolista Jenner Meletti (inviato a Collelongo, paese natale di Del Turco) di Filippo Ceccarelli che fa un ritratto alla sua maniera del governatore d'Abruzzo e di Luciano Nigro.
15 luglio 2008
Ristorante "da Valerio".

Ho ricevuto un altro commento anonimo sul giornalista di repubblica.it Valerio Guerzoni:
"Mitico Valerio Gualerzi che oggi firma anche l'articolo politico sulla condivisione delle riforme fra Silvio e Walter. Dunque ricapitolando : Gualerzi passa dal 4-3-3 donadoniano alla Legge Elettorale passando per la biografia dell'abruzzese (come me) Del Turco. Ora mi aspetto che dica la sua sulla Pace in Medio Oriente e sul dualismo Sissoko-Poulsen......"
Si ringrazia il vero Ristorante da Valerio (foto) di Giulianova Lido (Te).
Il falso diminutivo.

Avete notato il giochino da Settimana Enigmistica su Repubblica di oggi?
Il pezzo di pagina 14 (l'omicidio in Toscana) è di Maurizio Bologni. Il pezzo di pagina 15 (il maltempo) è di Luigi Bolognini.
Bologni-Bolognini: sulla Settimana Enigmistica nella Pagina della Sfinge sarebbe un perfetto Falso diminutivo.
Che il caporedattore della Cronaca sia diventato Stefano Bartezzaghi?
Andrea B.
14 luglio 2008
Misteri.

Valerio Gualerzi oggi scrive sul sito di Repubblica una biografia politica di Ottaviano Del Turco. Ma allora che c'azzeccava con l'essere l'inviato di Repubblica.it presso il ritiro azzurro agli europei? E' come se mandassimo Rampini a parlare della Final Four di Eurolega o Giannini a delucidarci del Palermo di Colantuono?
Luca DC
11 luglio 2008
Marco Ansaldo è di nuovo a Gerusalemme.
Così, volevamo solo segnalarvelo.
In fondo, Israele è a due passi dalla Turchia, dove lui vive da un po' di tempo.
In fondo, Israele è a due passi dalla Turchia, dove lui vive da un po' di tempo.
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Marco Ansalkd
Lo schiaffo di Mauro allo psiconano.

Di seguito il fondo di Ezio Mauro uscito oggi.
Il privilegio che fa del leader un sovrano
di EZIO MAURO
Mancava, Silvio Berlusconi, nell'aula di Montecitorio radunata ai suoi ordini, ieri, per votargli l'immunità disegnata su misura per la sua persona, consentendogli di evitare in extremis la sentenza nel processo per corruzione in atti giudiziari in corso a Milano, dove il Cavaliere è accusato di aver spinto l'avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri Fininvest all'estero. Penso che l'imbarazzo - politico, morale, istituzionale - lo abbia tenuto fuori dalla Camera dove, a due mesi dalla nascita del suo governo, l'abuso della forza ha ieri raggiunto il culmine, rivelando una debolezza che peserà come un destino sul resto della legislatura.
Nel Paese che continua a proclamare la legge uguale per tutti, dopo il voto di ieri e in attesa urgente di quello del Senato il Cavaliere si avvia a diventare "più uguale" dei suoi concittadini, sottraendo l'imputato Berlusconi al suo legittimo giudice che lo sta processando per reati comuni, per nulla legati all'attività politica. Per fare questo, l'imputato ha dovuto chiedere soccorso al premier Berlusconi, che non ha esitato a usare fino in fondo il potere esecutivo per imporre al legislativo una norma capace di bloccare il giudiziario. Anzi, di più. Finché non è stato sicuro dell'approvazione del "lodo", predisposto dal ministro-ombra della Giustizia Alfano (il vero Guardasigilli è l'avvocato del Cavaliere, Ghedini), il premier ha mandato avanti come norma d'urgenza un emendamento che fermava 100 mila procedimenti giudiziari pur di arrestare il suo. Ieri, avuta la sicurezza che l'immunità diventerà subito legge, Berlusconi ha acconsentito a disfare la norma blocca-processi, dimostrando così platealmente che la norma non aveva alcuna urgenza reale ma era solo strumentale alla sua difesa, in una combinazione legislativa meccanica che piegava due volte la procedura penale e l'uguaglianza dei cittadini per costruire un salvacondotto personale su misura ad un imputato eccellente.
Qui sta l'imbarazzo della democrazia italiana, in questa concatenazione tra l'interesse privato e la legislazione pubblica, che forma un abuso, deforma l'imparzialità della giurisdizione, trasforma la separazione dei poteri. Le tre funzioni (legiferare, amministrare, rendere giustizia) nello Stato moderno sono affidate a organi distinti in posizione di reciproca indipendenza e autonomia proprio per garantire che anche l'esercizio delle attività sovrane è sottoposto al diritto. Montesquieu ha spiegato una volta per sempre che "tutto sarebbe perduto se il medesimo uomo facesse le leggi, ne eseguisse i comandi e giudicasse delle infrazioni". Ma che accade quando il medesimo uomo fa le leggi, ne esegue i comandi e così fa in modo che nessuno possa giudicare delle sue infrazioni? Quanto è "perduto" in questo uso abusivo del potere?
Naturalmente questo ragionamento viene evitato dai costruttori del nuovo senso comune berlusconiano. Si prescinde dai fatti (un'ipotesi di reato, un'inchiesta, un processo, e la corsa politica a bloccarne l'esito) e si preferisce ragionare in termini generali: qui - si dice - non si discute di Berlusconi, ma di un sistema di guarentigie, che esiste anche altrove e riguarda le quattro principali cariche della Repubblica. Con ogni evidenza è una mistificazione. A parte il fatto che l'immunità del Capo del governo non esiste nelle democrazie europee, si può discutere in astratto di immunità se e in quanto serva a disegnare un sistema generale di garanzie, non quando urga la necessità di sottrarre un imputato al suo giudizio, strappandolo all'aula del Tribunale che sta per concludere il processo.
Questo anzi è il caso in cui la garanzia si trasforma in privilegio, e l'immunità studiata dalla dottrina costituzionale in considerazione della funzione pubblica e della sua tutela - nell'interesse non già del singolo, ma della collettività -, si riduce a impunità costruita nell'interesse esclusivo non di una carica ma di una persona, che con un vantaggio improprio viene sottratta ad oneri e responsabilità che valgono per tutti gli altri cittadini.
Qui sta tutta l'eccezionalità (uso la parola in senso tecnico) di ciò che sta accadendo in un parlamento ridotto a collegio di difesa di un imputato di corruzione, costretto a votare leggi speciali a sua tutela, impegnato a costruire un regime esclusivo di salvaguardia per un leader a cui non basta la politica, il trionfo elettorale, la forza della maggioranza, la dignità della funzione che ricopre nel nostro Stato. Sul piano culturale, c'è qualcosa di più. Una forzatura nella costituzione materiale del Paese, nella struttura politica del sistema, per cui da questo eccesso d'autorità scaturirà una nuova concezione dello Stato, con la supremazia del Leader che ha vinto le elezioni e per questo è intoccabile perché è un tutt'uno con la volontà dei cittadini, in un'unione sacra al punto che nessuna legge, nessun diritto, nessun potere può intervenire a sindacarla. Attraverso questa concezione, il leader legittimo del Paese diventa sovrano di fatto, perché si appropria di una sovranità che per Costituzione appartiene al popolo: non "emana" dal popolo verso qualche potere come oggi si vuole far credere e come pretende la teoria del moderno populismo, ma nel popolo risiede perché è il popolo che la esercita, "come contrassegno ineliminabile - si disse nella discussione in Costituente - del regime democratico".
Questa è la posta in palio negli eventi a cui stiamo assistendo, nonostante la riduzione interessata a stanca contesa tra politica e magistratura, nonostante la banalizzazione accurata della sostanza politica, istituzionale e costituzionale di questa vicenda: non per caso immersa in un grande pettegolezzo sessuale su presunte intercettazioni in parte già distrutte dai magistrati e in parte prossime alla distruzione e tuttavia evocate e sceneggiate senza posa dai costruttori del paesaggio politico berlusconiano, secondo la modernissima strategia feticista che - come spiega la psicanalista Louise J. Kaplan - "mette in rilievo un dettaglio particolare per poter distrarre l'attenzione da altre caratteristiche considerate inquietanti", "per immobilizzare e ammutolire, vincolare e dominare".
Proprio per questo, a mio parere, è importante e significativo che migliaia di persone abbiano sentito il bisogno martedì scorso di uscire dalla solitudine repubblicana in cui viviamo per andare nella piazza di Roma dov'era annunciata una manifestazione di testimonianza e di protesta per le leggi ad personam predisposte dalla destra berlusconiana. Nella nuova egemonia culturale che domina l'Italia e che mette l'azione e le decisioni del governo al primo posto, trasformando la legittimità in nuova sovranità, e chiedendo alla legalità di non intralciarla, la vera domanda è se c'è una capacità di reazione liberale e democratica, costituzionale e repubblicana. Quella piazza, fatta di cittadini sconosciuti che hanno voluto riconnettersi al discorso pubblico in un momento delicato (e in molti casi hanno dovuto farlo da soli, senza il tradizionale canale dei partiti) è appunto un principio di reazione.
Ma alla domanda tutta politica - finalmente - che veniva dai cittadini in piazza (e dai molti altri che non hanno partecipato per molte ragioni, ma anche perché non si riconoscevano nelle forme, nei modi e nel programma dell'organizzazione) è stata servita una risposta di segno opposto, tutta impolitica. Anzi, antipolitica. Con un crescendo da "Corrida" che mescolava denunce planetarie e racconti da Calandrino sul Cavaliere, accuse a Napolitano (come se fossero le istituzioni di garanzia il vero problema del Paese), e al Pd come principale nemico, secondo la tradizione consolidata della peggior sinistra, per cui il vero avversario è il tuo compagno. Attraverso questo meccanismo che ha sostituito gli "idoli" dello spettacolo ai leader, trasformando il loro linguaggio in discorso politico e riducendo i cittadini a spettatori che applaudono, si è rotta la cornice istituzionalmente drammatica in cui si sta compiendo la prova di forza di Berlusconi. Anzi, si è persa l'"eccezionalità" di quanto la nuova destra berlusconiana sta facendo, l'unicità di questo passaggio, smarrito nella denuncia antipolitica grillina che urlando vuole tutti uguali: dunque Berlusconi è come gli altri e tutti insieme sono "un comitato d'affari", col risultato che lo show convince il cittadino della sua impotenza, lo depriva della sua scelta di partecipare, depotenzia la sua reazione di ogni qualità politica, infine lo restituisce al privato con la convinzione che ogni azione pubblica collettiva è impossibile, peggio, inutile. Salvo battere le mani all'idolo che urla a vuoto, contro tutti e nessuno.
Si possono recuperare le ragioni che hanno portato quei cittadini in piazza, provando a dar loro un indirizzo politico, un percorso democratico, uno sbocco possibile? Molti "girotondi" hanno capito i limiti dell'antipolitica, che probabilmente ha consumato qui la sua stagione. Il Pd dovrebbe aver compreso che il vuoto della politica, anche lui genera mostri, e bisogna costruire un orizzonte riformista che sappia mobilitare e rispondere, dando radicalità ai valori e ai diritti, soprattutto quando sono sotto attacco. La sinistra sparsa, il centro cattolico, i moderati che non accettano il passaggio di sovranità hanno a disposizione un'idea semplice e necessaria: la democrazia come idea comune, nell'Italia sfortunata del 2008.
(11 luglio 2008) fonte: REPUBBLICA.IT
Il regista che ha "rifatto un remake"? Esiste.

Si ha un remake quando si rifà un film, cioè se ne gira uno nuovo sulla traccia di uno già esistente. Invece secondo chi ha scritto oggi l’occhiello della recensione al film “Funny games”, il regista Michael Hanneke avrebbe “rifatto un remake”, quindi avrebbe girato lo stesso film tre volte. Urge un pallottoliere.
Fabio P.
10 luglio 2008
Francesismi (i Murales dal Tour).

Scrive oggi Gianni Mura:
"Siamo passati dal paese di Descartes (foto), il filosofo del metodo. Non rimase a lungo al paese, visse in Olanda e morì a Stoccolma. Il suo "penso dunque sono" era il passaggio fisso delle interrogazioni. Si potrebbe suggerire una variante, penso dunque stono, ma è certamente suggerita dal primo caldo."
I sex-antenni: un bellissimo gioco di parole.

Chissà se l'ha inventato Cinzia Sasso, autrice dell'articolo di oggi su R2, o se è un'idea del titolista.
Comunque bravi.
Benvenuti al G11 di Toyako.
Zucconate (le chicche di Vittorio Zucconi).

Parte una nuova rubrica dal nome "Zucconate", che raccoglie le chicche dell'inviato "ammerigano" Vittorio Zucconi.
Oggi Zucconi parla dell'I-Phone:
"In una tavoletta di 10 centimetri per sei, per lo spessore e il peso di una merendina da asilo..."
Per leggere tutto il pezzo, cliccate qui.
9 luglio 2008
Coincidenze.
“Buongiorno, sono La Regina della Repubblica”.

Oggi il pezzo di prima pagina sulla lupa di Roma è firmato da Adriano La Regina. Me lo immagino quando telefona a qualcuno per lavoro e con voce baritonale dice “Buongiorno, sono La Regina della Repubblica”. Sicuramente pensano a un maniaco megalomane o a una drag queen fissata col Quirinale.
Fabio P.
Siamo tutti sotto shock per la morte di Federica. Compreso il grafico di Repubblica.
Francesismi (i Murales dal Tour).
8 luglio 2008
Quando non sapete chi mandare, mandateci Mastrogiacomo.

Federica Squarise non c'è più. E' stato trovato il suo corpo in un parco nel centro di Lloret del Mar.
Notizia troppo grossa per farla raccontare dal solo Alessandro Oppes.
E così ecco scattare il colpo di genio: mandiamoci Daniele Mastrogiacomo, l'inviato col lutto, rapito in Afghanistan. Chissà che non aumenti l'audience.
Ecco qui il suo bravo reportage dalla Costa Brava.
Francesismi (i Murales dal Tour).
7 luglio 2008
Anteprima Olimpiadi: Rampini e Audisio prenotano un posto per Pechino.

E' ancora presto per fare il totoinviati alle Olimpiadi di Pechino 2008. Però arrivano già le prime certezze: Federico Rampini ed Emanuela Audisio saranno della partita.
E non solo per i due fantastici pezzi apparsi oggi su Repubblica.
Qui quello di Rampini.
Quella della Audisio non siamo riusciti a recuperarlo.
Francesismi (i Murales dal Tour).
Alessandro Oppes a Lloret de Mar sulle tracce di Federica Squarise.
6 luglio 2008
Betancourt: una liberazione anche per Omero Ciai.

Il rilascio di Ingrid Betancourt è stata una liberazione anche per l'americolatinista di Repubblica Omero Ciai.
Così non gli tocca più infilarsi nella jungla per scoprire dov'era segregata, tipo questa volta, qualche mese fa.
Federico Rampini è il primo giornalista occidentale a tornare in Tibet. Quanto se la tira, però!

Federico Rampini, inviato di Repubblica a Pechino, ha deciso che voleva essere il primo giornalista occidentale a tornare in Tibet, a Lhasa, dopo i disordini di marzo.
Gran bel colpo per Repubblica.
Però quanto se la tira Rampini con sta cosa! Non smette di ricordarcelo e in un unico pezzo lo sottolinea più volte. Leggete qua:
"Com' è cupa Lhasa dopo tre mesi di isolamento forzato dal mondo. La penetro furtivamente; e per la prima volta dopo tanti viaggi in Tibet non incontro un solo occidentale."
"Sono il primo giornalista occidentale a penetrare qui da quando il Tibet è stato "blindato"."
"Per una settimana tempesto di richieste tutte le autorità competenti e sono respinto in quanto giornalista. Alla fine riesco a entrare come turista. Anche in questa veste sono una bestia rara, non c' è un solo straniero sul mio volo Pechino-Chongqing-Lhasa."
"Nel mio albergo di cento stanze solo due sono occupate - nell' altra c' è una cinese, arrivata sul mio stesso volo da Pechino."
Francesismi (i Murales di Gianni Mura dal Tour)

Inauguriamo una nuova rubrica che altro non è che un adattamento dei Murales di Gianni Mura.
Dopo i gozzovigli europei, Gianni è andato in Francia a seguire La Grande Boucle e la rubrica "Francesismi" ne riporterà i Murales più belli.
Il primo è questo:
"Frank Schleck, suono di nacchera, due vocali nelle dodici lettere di nome e cognome, ha la tendenza a cadere spesso".
Ecco il secondo.
"Questo Tour mi piace perché ha molte tappe che si prestano a imboscate, a fughe-bidone. Perché vivrà almeno sette giorni di pericolosa anarchia".
4 luglio 2008
Repubblica intercetta il "buco" del Corriere.
3 luglio 2008
Bentornata!

Bentornata Ingrid Betancourt.
Sopra, la prima pagina del quotidiano colombiano Hoy.
Qui il pezzo su Repubblica.it
Marco Ansaldo, Orhan Pamuk e un'intervista al sapore di carta carbone.

Il mitico Andrea mi segnala questo link:
http://istanblues.splinder.com/post/17610014/Ennesima+intervista+di+Ansaldo
dove si parla di un'intervista di Marco Ansaldo allo scrittore turco Orhan Pamuk.
La clack di Matrix.

Carmelo Lopapa intervista Mentana su Matrix di stasera. E temendo che ci sia un pubblico troppo favorevole scrive che “non ci sarà una clack in stile campagna elettorale”. Lopapa è uno di quelli convinti che non è importante come si scriva una parola ma come si pronunci. Quindi la parola che indica il pubblico prezzolato che applaude a comando, certo, è francese e si scrive “claque” e non è inglese e non si scrive “clack”. Ma il risultato è lo stesso no?
Fabio P.
2 luglio 2008
La Robin Hood Tax: una leva del marketing mix.

Ecco il pezzo di Tito Boeri su Repubblica di ieri:
La Robin tax è solo marketing, la pressione fiscale aumenterà (di Tito Boeri)
Adesso sappiamo a cosa serviva la Robin Hood tax. Si è trattato di un’operazione di marketing dell’ennesimo incremento della pressione fiscale. Lo dicono le cifre scolpite sul Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef) depositato in Senato giovedì scorso. Nei prossimi 5 anni avremo più tasse, anziché i consistenti tagli alle imposte promessi da tutti gli schieramenti durante una campagna elettorale, in cui si gareggiava su chi le avrebbe abbassate di più. La notizia è arrivata assieme all’ennesima revisione al ribasso delle stime di crescita: gli italiani hanno cosi saputo che le tasse sono destinate a mangiare anche quel poco di incremento dei redditi che il nostro paese, ormai fanalino di coda nell’Europa a 15, sembra destinato a generare nei prossimi anni. Per addolcire la pillola, gli inasprimenti fiscali vengono presentati nel Dpef come misure di “perequazione tributaria”, che “non mettono le mani nelle tasche dei cittadini”. In effetti le mani in tasca le metteranno le bollette di luce e gas e, presto, i nuovi rincari del carburante provocati dalla Robin Hood Tax. Questa ha già fatto lievitare i prezzi alla borsa elettrica del 23%. E mentre gli esperti di comunicazione discettano della foggia della “social card” per gli anziani, tra le pieghe del Dpef si scopre che solo il 5 per cento del gettito della Robin Hood Tax verrà destinato ai buoni pasto per i poveri. Spenderemo per loro in tre anni molto meno di quanto destinato a mantenere in vita Alitalia per tre mesi, il tempo necessario per salvare … la faccia al nostro presidente del Consiglio che troppo si è sbilanciato a riguardo in campagna elettorale. Questione di priorità. C’è in questa operazione di marketing delle tasse una qualche continuità fra Tremonti e il suo predecessore alla scrivania di Quintino Sella. Cambiano i riferimenti bibliografici (Robin Hood anziché il Vangelo), si passa dalla vera lotta all’evasione a quella presunta agli extra-profitti, ma si tratta pur sempre di far accettare l’aumento della pressione fiscale agli italiani, nonostante le disfunzioni dei nostri servizi pubblici. Ma perché nessun governo prova a risanare i conti pubblici tagliando le spese, anziché aumentando le tasse? Si può pensare che sia un problema di debolezza dell’esecutivo di fronte a interessi saldamente presidiati. Questo spiegherebbe le manovre di Padoa Schioppa, non quelle di Tremonti, che ha sempre governato con solide maggioranze parlamentari e che oggi ha un consiglio dei Ministri che gli firma assegni in bianco… in soli nove minuti. C’è, dunque, dell’altro. Il fatto che i tagli di spesa fatti bene, quelli che permettono riduzioni di tasse migliorando la qualità dei servizi resi agli italiani, si fanno intervenendo sui dettagli, rimuovendo i vincoli legislativi e agendo sugli incentivi delle amministrazioni e sul controllo sociale che viene esercitato su di loro dai cittadini. Richiedono interventi silenziosi quanto efficaci, in cui conta il come prima ancora del quanto. Da noi, invece, i tagli sono un mero esercizio contabile, in cui conta mettere una cifra, non verificare che chi deve risparmiare abbia gli incentivi giusti. Prendiamo, ad esempio, la scuola, che conta per quasi il 10% del bilancio dello Stato. La spesa per studente in Italia è la quarta più alta tra i paesi Ocse. Ciò nonostante i rendimenti dell’istruzione sono da noi molto più bassi che altrove, a giudicare dai risultati di indagini internazionali, come i test PISA (Programme for International Student Assessment). Il divario sarebbe ancora più ampio se le valutazioni compiute in Italia includessero anche i corsi professionali gestiti dalle Regioni. Il paradosso è che nelle Regioni dove la spesa è più elevata (dove ci sono più docenti per studente) la qualità dell’istruzione è peggiore. Quindi si può migliorare la qualità dell’istruzione senza aumentare la spesa o ridurre la spesa scolastica senza peggiorare la qualità dell’istruzione. Perché ciò avvenga non si può intervenire d’imperio da Roma. Bisogna che i dirigenti scolastici abbiano maggiore autonomia nel gestire gli organici (i vincoli legislativi da rimuovere), ma anche che i loro incentivi corrispondano agli interessi della collettività, che vuole pagare meno tasse e avere una scuola migliore. I dirigenti scolastici, sfruttando anche il calo demografico, possono procedere ad accorpamenti di classi al primo anno, se possibile (di nuovo vincoli legislativi da rimuovere) tenendo i docenti migliori, quindi migliorando anche la qualità della didattica. Possono anche ridurre il più possibile il ricorso ai supplenti, che sono spesso un terno al lotto e che, ovviamente, premono per far aumentare gli organici della scuola, anziché ridurli. Perché a livello locale ci siano gli incentivi “giusti”, bisogna che i risparmi possano anche essere utilizzati per migliorare il materiale didattico, l’unica cosa che si finisce sempre per tagliare, dato che le lavagne non protestano. Fondamentale anche che le famiglie siano consapevoli della qualità dell’istruzione impartita ai loro figli (il controllo sociale) e, ad esempio, non tollerino che, come avviene in molte scuole al Sud, le lezioni si concludano un mese prima della fine dell’anno scolastico per permettere di salvare gli studenti pericolanti. Se si facesse la valutazione in tutte le scuole, potrebbero decidere meglio a che scuola mandare i propri figli e sosterrebbero i dirigenti scolastici e gli insegnanti che fanno meglio il loro mestiere, anziché mettere loro i bastoni tra le ruote. I pochi tagli alle spese operati dalla nostra programmazione economica avvengono, invece, con un semplice tratto di penna. Rimaniamo nel campo della scuola. Il decreto che contiene la manovra d’estate del governo prevede tagli della spesa per l’istruzione scolastica di 222 milioni nel 2009. Come si è arrivati a questa cifra? Leggendo la relazione tecnica al decreto si scopre che è stata ottenuta “per differenza”. In altre parole, serviva a far quadrare i conti. I ragionieri sono contenti perché il ministero si è impegnato su di un obiettivo di riduzione del rapporto fra docenti e alunni che garantisce la riduzione di spesa richiesta da Tremonti, ma il ministero dell’Istruzione non sa dirci come l’obiettivo verrà raggiunto. Il che significa che non verrà raggiunto e che, probabilmente, causerà notevoli disfunzioni al sistema scolastico. Nella scorsa legislatura era stata avviata una “spending review”, ministero per ministero per studiare proprio come tagliare. Il decreto varato la scorsa settimana ha disciolto l’organismo, la Commissione tecnica sulla finanza pubblica, che ha condotto queste analisi. Ha questa commissione prodotto qualche documento prima di essere soppressa? Se sì, perché il ministero dell’Economia non lo rende pubblico? Sarebbe davvero uno spreco rinunciare ai risultati di queste analisi che qualcosa, anche alle casse dello Stato, saranno pure costate. Una politica economica che oscilla tra il marketing delle tasse e i tagli da ragiunatt non ci porta lontano, non risana i conti pubblici e non ci fa uscire dalla stagnazione. Ci sono poche buone idee in giro. Vediamo di non buttare via, a priori, quelle che sono già lì, a portata di mouse.
Fonte: La Repubblica
1 luglio 2008
L'ultimo crosettismo europeo.
Previsione semi-azzeccata.

Qualche post fa avevamo fatto le previsioni su chi avrebbe lavorato alla finale Spagna-Germania degli Europei in Svizzeraustria.
Del ritorno di Currò si è già detto : guai a lasciare solo Sorrentino sulla cronaca della finale...
Crosetti ha scritto il suo bel pezzo sul matador Fernando Torres , mentre Mura (da Milano) ha scritto il suo bel fondo.
E le pagelle? Noi avevamo pronosticato Crosetti sui tedeschi e Gamba sugli iberici.
Gamba l'abbiamo azzeccato. Le pagelle germaniche le ha fatte Andrea Sorrentino, sgravato (da Currò) sulla cronaca del match.
30 giugno 2008
Le cappellate della concorrenza.

Ancora per la serie "Le cappellate della concorrenza". Oggi ne ha fatta una bellissima il Corriere della sera, che addirittura in prima pagina e addirittura nel cassettone sotto la testata prende una stupenda vangata. Fa un titolo su Frank O. Gehry, e non solo lo chiama O. (che sarebbe come parlare di Diego Armando Maradona e scrivere nel titolo A. Maradona), ma soprattutto mette la fotografia di Sidney Pollack. Che a Gehry non somiglia nemmeno un po' (basta vedere la foto all'interno, che è giusta), ma in compenso ha girato un film su di lui. Che sarebbe come parlare di Maradona e mettere una foto di Claudio Risi.
Fabio P.
Il domenicale di Eugenio Scalfari.
Merita una lettura.
Come hanno ridotto noi poveri italiani (di Eugenio Scalfari)
Nel 1972 due giornalisti del Washington Post iniziarono un’inchiesta sui comportamenti del presidente degli Stati Uniti d’America, Nixon, e dell’entourage dei suoi più intimi collaboratori, accusati di aver spiato i loro avversari del Partito democratico. L’inchiesta andò avanti per due anni con una serie di articoli sempre più documentati e sempre più aspri nei confronti del Presidente, supportati da documenti e testimonianze spesso coperte da anonimato. La Casa Bianca cercò in tutti i modi di intimidire l’editore (anzi l’editrice) di quel giornale senza riuscirvi. Due anni dopo, nel 1974, Nixon si dimise dalla carica per evitare l’imminente e ormai inevitabile messa in stato d’accusa da parte del Congresso.
Nel 1998, cioè ventiquattro anni dopo la conclusione del “Watergate”, scoppiò lo scandalo Lewinsky, subito battezzato “Sexygate”. Questa volta il bersaglio fu Bill Clinton, presidente democratico. Il reato non era neppure un reato ma pratiche di sesso orale effettuate ripetutamente nella sala ovale della Casa Bianca. Per mesi e mesi i giornali e le televisioni americane e di tutto il mondo aprirono le loro pagine alle rivelazioni sul sesso orale tra Monica e Bill, i protagonisti furono intervistati decine di volte e così pure Hillary, la moglie del Presidente. La vita privata e le intemperanze sessuali di Clinton furono raccontate nei minimi dettagli. Alla scadenza del mandato il giovane Bush, repubblicano, vinse le elezioni a mani basse.
Nessuno in America propose restrizioni alla libertà di stampa. Casa Bianca e Congresso non vararono alcuna legge che vietasse alcunché alla stampa essendo che, per radicata convinzione degli americani, la vita privata e quella pubblica dei politici sono sempre state sotto il controllo dei “media” senza restrizioni di sorta se non nei casi di diffamatoria e calunniosa non verità.
Poche settimane fa è stato presentato al Festival cinematografico di Cannes il film “Il divo” del regista Sorrentino che si è guadagnato il premio della giuria. Il protagonista è un bravissimo attore italiano che impersona Giulio Andreotti, l’accento complessivo del film è colpevolista anche se non risolve volutamente l’enigma di quell’uomo politico che fu sette volte presidente del Consiglio e fu accusato dai giornali e dai tribunali di ogni genere di nefandezze. Andreotti non ha querelato gli autori del film. Dico di più: Andreotti è stato coinvolto in processi gravissimi, condannato a gravissime pene nei processi di primo grado, poi ridotte o cancellate in appello e definitivamente annullate in Cassazione. Lui non si è mai sottratto ai processi; li ha affrontati e i suoi avvocati l’hanno difeso con tenacia e composta professionalità. Niente a che vedere con il piglio eversivo dell’avvocato Ghedini, difensore di Silvio Berlusconi e redattore delle leggi “ad personam” in favore del suo cliente.
Ricordo qui i casi di Nixon, di Clinton e di Andreotti perché segnano una differenza abissale rispetto al caso Berlusconi. Differenza che riguarda contemporaneamente i protagonisti dei quattro casi, il conformismo della maggior parte della stampa italiana rispetto a quella americana, l’imbambolamento dell’opinione pubblica nostra rispetto alla reattività di quella d’oltreoceano e infine l’incapacità dei parlamentari del centrodestra di distinguere il loro ruolo di membri del potere legislativo dalle insane voglie d’un presidente del Consiglio che si vuole affrancare da ogni controllo istituzionale, giudiziario, politico, mediatico.
* * *
Bisogna tutelare la dignità privata delle persone. Principio sacrosanto. Per tutelarla c’è il codice penale e i previsti reati di calunnia e di diffamazione. Aggravata per mezzo della stampa. Se le pene si ritengono troppo lievi è giusto aggravarle. Se i processi procedono con lentezza si faccia in modo di renderli più veloci. Del resto contro la stampa di solito si procede per “direttissima”.
Per proteggere la dignità dei privati (e anche degli uomini pubblici) occorre che la dignità vi sia. Nixon che usa i suoi poteri di presidente per spiare gli avversari politici non ha dignità. Clinton che si rotola sui tappeti della sala ovale con Monica non ha dignità. Berlusconi che traffica con un dirigente della Rai per collocare veline a lui ben note, favorisce quel medesimo dirigente per sue future iniziative private, negozia accordi collusivi tra Rai e Mediaset con dirigenti del servizio pubblico e perfino con un membro dell’Autorità di controllo delle comunicazioni e che infine usa alcuni di questi suoi poteri per convincere membri del Senato ad abbandonare la maggioranza e passare dalla sua parte, non ha dignità.
Ma ne ha ancora di meno quando ritaglia la sua silhouette di imputato in una legge blocca-processi, che intaserà l’intero sistema giudiziario. Nel contempo manda avanti una legge che faccia da scudo alle quattro alte cariche dello Stato. Il tutto con la connivenza dei presidenti delle Camere i quali consentono che vengano inseriti emendamenti inaccettabili e inammissibili in testi di decreto approvati dal presidente della Repubblica.
Giorgio Napolitano ha ben presente il suo ruolo “super partes” anche se le iniziative scriteriate del “premier” rendono sempre più stretto il suo spazio di mediazione. Ma si può star certi che userà i poteri di sua competenza se, nel momento in cui il disegno di legge sull’immunità delle alte cariche dello Stato sarà presentato in Parlamento e calendarizzato, la maggioranza non ritirerà l’emendamento blocca-processi inserito surrettiziamente nel decreto legge sulla sicurezza. Si può star certi che il capo dello Stato rinvierà alle Camere una legge che contenesse quell’emendamento sciagurato, inserito a sua insaputa e non bloccato come sarebbe stato suo stretto dovere dal presidente del Senato. Non già per incostituzionalità, ma per mancanza dei requisiti di urgenza. Della costituzionalità dovrà occuparsi la Corte quando sarà chiamata in causa, sia per la legge sulla sicurezza sia per l’immunità delle alte cariche e per la durata di quel privilegio immunitario.
Un collega cui non manca il talento ma che sta soffrendo (così mi sembra) d’un preoccupante prolasso di moralità deontologica, ha scritto di recente della necessità di concedere a Berlusconi una sorta di salvacondotto giudiziario; solo così, a suo avviso, si potrà risolvere l’anomalia italiana. Naturalmente chi dovrebbe prendersi carico di questa delicata operazione dovrebbe essere l’opposizione che metterebbe così le basi per affermarsi e legittimarsi di fronte alla pubblica opinione.
Favorire le scelleratezze (o le mattane) politiche d’un imputato assurto ai vertici del potere per acquistare credito da una pubblica opinione in larga misura cloroformizzata: è vero che il cinismo è di moda in politica, ma non dovrebbe spadroneggiare anche nei “media”. Invece spadroneggia eccome! Questo del salvacondotto è un culmine da primato.
* * *
Lo confesso: ho un debole per la Marcegaglia. È chiara, decisa, dice sì sì, no no. Una capigliatura ondosa. Una femminile virilità. La sua ricetta è meno tasse, meno spese, salari agganciati alla produttività. Il programma di Berlusconi e anche di Tremonti, ma con qualche variante di non piccolo rilievo.
Prima variante: di diminuire le tasse non se ne parlerà fino al 2013. Avevano promesso di portare la pressione fiscale dal 43 al 40 per cento, ma ora che i voti li hanno avuti ci informano che nel 2013 la pressione fiscale sarà del 42,90. È contenta la Marcegaglia? Mi piacerebbe saperlo ma lei di queste cose non parla anche se su questo punto hanno fatto il diavolo a quattro ai tempi di Padoa-Schioppa e di Visco. Loro almeno i soldi li prendevano agli evasori e a Confindustria hanno dato cinque punti in meno di Irap e Ires. Tremonti l’Ires l’ha già riportata al livello originario, cinque punti e mezzo in più. È contenta signora? Lo dica, sì sì, no no, non muore nessuno. Qualcuno veramente ci lascia la pelle per uno straccio di contratto precario o in nero. Non dovreste espellerli da Confindustria quelli che assumono in nero?
Le spese. Tagliare gli sprechi va bene. Continuità con Padoa-Schioppa. L’Ufficio studi della Confindustria l’ha onestamente ricordato: continuità. Ma Tremonti non taglia solo le spese intermedie, taglia tutto. Tremonti è bravo. Ma lei, gentile Emma, constata con molto disappunto che la crescita nel 2008 sarà zero e nel 2009, se va bene, salirà allo 0,6. Andiamo di lusso. Con l’inflazione al 3,6 e per energia e alimentari al 5,5.
Crescita zero. Investimenti sotto zero. Taglio di spese deflatorio. Però due miliardi buttati per l’Ici. Trecento milioni buttati per Alitalia, che stanno per diventare un milione e mezzo se Banca Intesa darà il disco verde. Sommiamo queste cifre e aggiungiamoci l’elemosina dei 500 milioni “una tantum” ai pensionati poveri. Sono già quattro miliardi buttati dalla finestra. Però niente aumento dei salari se non aumenta la produttività.
Ma i suoi industriali, gentile Marcegaglia, loro per la produttività non è che abbiano fatto miracoli. Salvo il costo del lavoro da comprimere. Prodotti nuovi? Non se ne parla. Ricerca? Idem. Intanto crolla la Borsa. Non è colpa sua, signora Emma, né di Tremonti, né di Draghi. Però crolla. Trichet alzerà i tassi mentre la Fed li abbasserà. Chi ha ragione? Forse Draghi dovrebbe esprimersi e forse anche Tremonti e magari anche Confindustria.
Berlusconi è esentato. Lui si occupa di processi con Ghedini, di militari in strada con La Russa e di schedatura dei “rom” con Maroni. Ha ragione quel genio di Altan sull’ultimo numero dell’Espresso: una donnina con le labbra rosse e gli occhi pensierosi dice: “Ho paura ma non so di che cosa”. Gli italiani li avete ridotti così.
Fonte : La Repubblica (29 giugno 2008)
Come hanno ridotto noi poveri italiani (di Eugenio Scalfari)
Nel 1972 due giornalisti del Washington Post iniziarono un’inchiesta sui comportamenti del presidente degli Stati Uniti d’America, Nixon, e dell’entourage dei suoi più intimi collaboratori, accusati di aver spiato i loro avversari del Partito democratico. L’inchiesta andò avanti per due anni con una serie di articoli sempre più documentati e sempre più aspri nei confronti del Presidente, supportati da documenti e testimonianze spesso coperte da anonimato. La Casa Bianca cercò in tutti i modi di intimidire l’editore (anzi l’editrice) di quel giornale senza riuscirvi. Due anni dopo, nel 1974, Nixon si dimise dalla carica per evitare l’imminente e ormai inevitabile messa in stato d’accusa da parte del Congresso.
Nel 1998, cioè ventiquattro anni dopo la conclusione del “Watergate”, scoppiò lo scandalo Lewinsky, subito battezzato “Sexygate”. Questa volta il bersaglio fu Bill Clinton, presidente democratico. Il reato non era neppure un reato ma pratiche di sesso orale effettuate ripetutamente nella sala ovale della Casa Bianca. Per mesi e mesi i giornali e le televisioni americane e di tutto il mondo aprirono le loro pagine alle rivelazioni sul sesso orale tra Monica e Bill, i protagonisti furono intervistati decine di volte e così pure Hillary, la moglie del Presidente. La vita privata e le intemperanze sessuali di Clinton furono raccontate nei minimi dettagli. Alla scadenza del mandato il giovane Bush, repubblicano, vinse le elezioni a mani basse.
Nessuno in America propose restrizioni alla libertà di stampa. Casa Bianca e Congresso non vararono alcuna legge che vietasse alcunché alla stampa essendo che, per radicata convinzione degli americani, la vita privata e quella pubblica dei politici sono sempre state sotto il controllo dei “media” senza restrizioni di sorta se non nei casi di diffamatoria e calunniosa non verità.
Poche settimane fa è stato presentato al Festival cinematografico di Cannes il film “Il divo” del regista Sorrentino che si è guadagnato il premio della giuria. Il protagonista è un bravissimo attore italiano che impersona Giulio Andreotti, l’accento complessivo del film è colpevolista anche se non risolve volutamente l’enigma di quell’uomo politico che fu sette volte presidente del Consiglio e fu accusato dai giornali e dai tribunali di ogni genere di nefandezze. Andreotti non ha querelato gli autori del film. Dico di più: Andreotti è stato coinvolto in processi gravissimi, condannato a gravissime pene nei processi di primo grado, poi ridotte o cancellate in appello e definitivamente annullate in Cassazione. Lui non si è mai sottratto ai processi; li ha affrontati e i suoi avvocati l’hanno difeso con tenacia e composta professionalità. Niente a che vedere con il piglio eversivo dell’avvocato Ghedini, difensore di Silvio Berlusconi e redattore delle leggi “ad personam” in favore del suo cliente.
Ricordo qui i casi di Nixon, di Clinton e di Andreotti perché segnano una differenza abissale rispetto al caso Berlusconi. Differenza che riguarda contemporaneamente i protagonisti dei quattro casi, il conformismo della maggior parte della stampa italiana rispetto a quella americana, l’imbambolamento dell’opinione pubblica nostra rispetto alla reattività di quella d’oltreoceano e infine l’incapacità dei parlamentari del centrodestra di distinguere il loro ruolo di membri del potere legislativo dalle insane voglie d’un presidente del Consiglio che si vuole affrancare da ogni controllo istituzionale, giudiziario, politico, mediatico.
* * *
Bisogna tutelare la dignità privata delle persone. Principio sacrosanto. Per tutelarla c’è il codice penale e i previsti reati di calunnia e di diffamazione. Aggravata per mezzo della stampa. Se le pene si ritengono troppo lievi è giusto aggravarle. Se i processi procedono con lentezza si faccia in modo di renderli più veloci. Del resto contro la stampa di solito si procede per “direttissima”.
Per proteggere la dignità dei privati (e anche degli uomini pubblici) occorre che la dignità vi sia. Nixon che usa i suoi poteri di presidente per spiare gli avversari politici non ha dignità. Clinton che si rotola sui tappeti della sala ovale con Monica non ha dignità. Berlusconi che traffica con un dirigente della Rai per collocare veline a lui ben note, favorisce quel medesimo dirigente per sue future iniziative private, negozia accordi collusivi tra Rai e Mediaset con dirigenti del servizio pubblico e perfino con un membro dell’Autorità di controllo delle comunicazioni e che infine usa alcuni di questi suoi poteri per convincere membri del Senato ad abbandonare la maggioranza e passare dalla sua parte, non ha dignità.
Ma ne ha ancora di meno quando ritaglia la sua silhouette di imputato in una legge blocca-processi, che intaserà l’intero sistema giudiziario. Nel contempo manda avanti una legge che faccia da scudo alle quattro alte cariche dello Stato. Il tutto con la connivenza dei presidenti delle Camere i quali consentono che vengano inseriti emendamenti inaccettabili e inammissibili in testi di decreto approvati dal presidente della Repubblica.
Giorgio Napolitano ha ben presente il suo ruolo “super partes” anche se le iniziative scriteriate del “premier” rendono sempre più stretto il suo spazio di mediazione. Ma si può star certi che userà i poteri di sua competenza se, nel momento in cui il disegno di legge sull’immunità delle alte cariche dello Stato sarà presentato in Parlamento e calendarizzato, la maggioranza non ritirerà l’emendamento blocca-processi inserito surrettiziamente nel decreto legge sulla sicurezza. Si può star certi che il capo dello Stato rinvierà alle Camere una legge che contenesse quell’emendamento sciagurato, inserito a sua insaputa e non bloccato come sarebbe stato suo stretto dovere dal presidente del Senato. Non già per incostituzionalità, ma per mancanza dei requisiti di urgenza. Della costituzionalità dovrà occuparsi la Corte quando sarà chiamata in causa, sia per la legge sulla sicurezza sia per l’immunità delle alte cariche e per la durata di quel privilegio immunitario.
Un collega cui non manca il talento ma che sta soffrendo (così mi sembra) d’un preoccupante prolasso di moralità deontologica, ha scritto di recente della necessità di concedere a Berlusconi una sorta di salvacondotto giudiziario; solo così, a suo avviso, si potrà risolvere l’anomalia italiana. Naturalmente chi dovrebbe prendersi carico di questa delicata operazione dovrebbe essere l’opposizione che metterebbe così le basi per affermarsi e legittimarsi di fronte alla pubblica opinione.
Favorire le scelleratezze (o le mattane) politiche d’un imputato assurto ai vertici del potere per acquistare credito da una pubblica opinione in larga misura cloroformizzata: è vero che il cinismo è di moda in politica, ma non dovrebbe spadroneggiare anche nei “media”. Invece spadroneggia eccome! Questo del salvacondotto è un culmine da primato.
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Lo confesso: ho un debole per la Marcegaglia. È chiara, decisa, dice sì sì, no no. Una capigliatura ondosa. Una femminile virilità. La sua ricetta è meno tasse, meno spese, salari agganciati alla produttività. Il programma di Berlusconi e anche di Tremonti, ma con qualche variante di non piccolo rilievo.
Prima variante: di diminuire le tasse non se ne parlerà fino al 2013. Avevano promesso di portare la pressione fiscale dal 43 al 40 per cento, ma ora che i voti li hanno avuti ci informano che nel 2013 la pressione fiscale sarà del 42,90. È contenta la Marcegaglia? Mi piacerebbe saperlo ma lei di queste cose non parla anche se su questo punto hanno fatto il diavolo a quattro ai tempi di Padoa-Schioppa e di Visco. Loro almeno i soldi li prendevano agli evasori e a Confindustria hanno dato cinque punti in meno di Irap e Ires. Tremonti l’Ires l’ha già riportata al livello originario, cinque punti e mezzo in più. È contenta signora? Lo dica, sì sì, no no, non muore nessuno. Qualcuno veramente ci lascia la pelle per uno straccio di contratto precario o in nero. Non dovreste espellerli da Confindustria quelli che assumono in nero?
Le spese. Tagliare gli sprechi va bene. Continuità con Padoa-Schioppa. L’Ufficio studi della Confindustria l’ha onestamente ricordato: continuità. Ma Tremonti non taglia solo le spese intermedie, taglia tutto. Tremonti è bravo. Ma lei, gentile Emma, constata con molto disappunto che la crescita nel 2008 sarà zero e nel 2009, se va bene, salirà allo 0,6. Andiamo di lusso. Con l’inflazione al 3,6 e per energia e alimentari al 5,5.
Crescita zero. Investimenti sotto zero. Taglio di spese deflatorio. Però due miliardi buttati per l’Ici. Trecento milioni buttati per Alitalia, che stanno per diventare un milione e mezzo se Banca Intesa darà il disco verde. Sommiamo queste cifre e aggiungiamoci l’elemosina dei 500 milioni “una tantum” ai pensionati poveri. Sono già quattro miliardi buttati dalla finestra. Però niente aumento dei salari se non aumenta la produttività.
Ma i suoi industriali, gentile Marcegaglia, loro per la produttività non è che abbiano fatto miracoli. Salvo il costo del lavoro da comprimere. Prodotti nuovi? Non se ne parla. Ricerca? Idem. Intanto crolla la Borsa. Non è colpa sua, signora Emma, né di Tremonti, né di Draghi. Però crolla. Trichet alzerà i tassi mentre la Fed li abbasserà. Chi ha ragione? Forse Draghi dovrebbe esprimersi e forse anche Tremonti e magari anche Confindustria.
Berlusconi è esentato. Lui si occupa di processi con Ghedini, di militari in strada con La Russa e di schedatura dei “rom” con Maroni. Ha ragione quel genio di Altan sull’ultimo numero dell’Espresso: una donnina con le labbra rosse e gli occhi pensierosi dice: “Ho paura ma non so di che cosa”. Gli italiani li avete ridotti così.
Fonte : La Repubblica (29 giugno 2008)
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