venerdì 28 dicembre 2007

Repubblica pubblica l'articolo scritto da Benazir Bhutto dopo l'attentato del 18 ottobre scorso.



"Conosco i nomi dei miei assassini"
di BENAZIR BHUTTO

La settimana scorsa sono sopravvissuta a un tentato omicidio, ma 140 uomini e donne tra i miei sostenitori e della mia scorta non ce l'hanno fatta. L'attentato del 18 ottobre ha messo in evidenza la critica situazione con la quale siamo alle prese oggi in Pakistan, oggi che cerchiamo di fare campagna elettorale per elezioni libere, oneste e trasparenti sotto la minaccia del terrorismo. Quanto è accaduto dimostra la sfida logistica, strategica e morale che incombe su tutti noi. Come possiamo fare campagna elettorale presso la cittadinanza sotto la minaccia costante e concreta di essere assassinati? Con l'eventualità di un massacro di innocenti?

L'attentato nei miei confronti non è giunto inaspettato. Da informazioni attendibili ero stata avvisata di essere presa di mira da elementi che vogliono ostacolare il processo democratico. Più specificatamente ero stata informata che Baitul Masood, un afgano a capo delle forze Taliban nel nord del Waziristan, Hamza bin Laden, un arabo, e un militante della Moschea Rossa erano stati mandati in missione con il compito di uccidermi. Ho anche temuto che fossero strumenti nelle mani dei loro stessi simpatizzanti, infiltratisi nella sicurezza e nell'amministrazione del mio Paese, gli stessi che ora temono che il ritorno della democrazia possa far deviare i loro piani.

Abbiamo cercato di prendere tutte le precauzioni del caso. Abbiamo chiesto i permessi per importare un automezzo corazzato a prova di proiettile. Abbiamo chiesto di ottenere gli strumenti tecnologici con i quali individuare e disattivare gli ordigni esplosivi improvvisati spesso collocati sul ciglio della strada. Avevamo chiesto che mi fosse assicurato il livello di sicurezza al quale ho diritto nella mia qualità di ex primo ministro.

Adesso, dopo il massacro, appare quantomeno sospetto il fatto che i lampioni delle strade circostanti il luogo esatto dell'attentato - Shahra e Fisal - fossero stati spenti, così da consentire agli attentatori suicidi di avvicinarsi quanto più possibile al mio automezzo. Provo grandissimo sconcerto all'idea che le indagini sull'attentato siano state affidate al vice ispettore generale Manzoor Mughal, presente quando mio marito alcuni anni fa stava quasi per perdere la vita per le torture subite.

Naturalmente, conoscevo i rischi che avrei corso. Già due volte in passato ero stata presa di mira dagli assassini di al Qaeda, tra i quali il famigerato Ramzi Yousef. Conoscendo il modus operandi di questi terroristi, so che tornare a colpire il medesimo bersaglio è per loro prassi naturale (si pensi al World Trade Center), e che dunque sicuramente stavo correndo un pericolo maggiore.

Alcuni esponenti del governo pachistano hanno criticato il mio ritorno in Pakistan, il mio progetto di far visita al mausoleo della tomba del fondatore del mio Paese, Mohammed Ali Jinnah. Mi sono trovata davanti a un dilemma: ero stata in esilio per otto anni, lunghi e dolorosi. Il Pakistan è un Paese nel quale la politica è qualcosa di molto radicato, che si pratica in massa, con un contatto faccia a faccia, persona a persona. Qui non siamo in California o a New York, dove i candidati fanno campagna elettorale pagando i media o spedendo messaggi e posta abilmente indirizzata. Qui quelle tecnologie non soltanto sono logisticamente impossibili, ma altresì incompatibili con la nostra cultura politica.

Il popolo pachistano - a qualsiasi partito esso appartenga - ha voglia, si aspetta di vedere e ascoltare i leader del proprio partito, e di essere parte integrante del discorso politico. I pachistani partecipano ai comizi e ai raduni politici, vogliono ascoltare direttamente e senza intermediari i loro leader parlare con megafoni e altoparlanti. In condizioni normali tutto ciò è impegnativo. Con una minaccia terroristica che incombe è straordinariamente difficile. Mio dovere è far sì che non sia impossibile.

Ci stiamo consultando con strateghi politici su questo problema. Vogliamo essere sensibili nei confronti della cultura politica della nostra nazione, offrire alla popolazione l'opportunità di prendere parte al processo democratico dopo otto lunghi anni di dittatura, ed educare cento milioni di elettori pachistani sulle problematiche all'ordine del giorno.

Non vogliamo, tuttavia, essere imprudenti. Non vogliamo mettere in pericolo senza motivo e senza necessità la nostra leadership e certamente non vogliamo rischiare un eventuale massacro dei miei sostenitori. Se non faremo campagna elettorale, saranno i terroristi ad aver vinto e la democrazia farà un ulteriore passo indietro. Se faremo campagna elettorale rischiamo di essere vittime di violenza. È un enorme problema insolubile.

Attualmente stiamo concentrandoci su tecniche per così dire ibride, che combinino il contatto individuale e di massa con l'elettorato con il rispetto di rigide misure di sicurezza. Laddove c'è chi ha il telefono, potremo provare a contattarlo con un messaggio preregistrato, che descriva le mie posizioni al riguardo di alcune questioni e inviti la cittadinanza a recarsi alle urne.

Nelle aree rurali stiamo prendendo in considerazione l'idea di trasmettere miei messaggi a intervalli regolari dagli impianti stereo installati nei centri dei villaggi. Invece di attraversare il Paese con i tradizionali mezzi di trasporto tipici della politica pachistana, stiamo prendendo in esame la possibilità di "caravan virtuali" o di "comizi virtuali", nel corso dei quali potrei rivolgermi a un pubblico numeroso di tutte le quattro province del Paese affrontando i temi più importanti della campagna.

Stiamo infine anche studiando la fattibilità di una nuova educazione dell'elettorato, di nuove tecniche che inducano a recarsi alle urne e che al contempo riducano al minimo la mia vulnerabilità e le occasioni per un attentato terroristico soprattutto nelle prossime cruciali settimane che ci separano dalle elezioni del nostro Parlamento.

Non dobbiamo permettere che la sacralità del processo politico sia sconfitta dai terroristi. In Pakistan occorre ripristinare la democrazia e l'equilibrio delle posizioni moderate, e il modo per farlo è tramite elezioni libere e oneste che instaurino un governo legittimo su mandato popolare, con leader scelti dal popolo. Le intimidazioni da parte di assassini codardi non dovranno far deragliare il cammino del Pakistan verso la democrazia.

copyrightbenazirbhutto2007
(traduzione di Anna Bissanti)

giovedì 27 dicembre 2007

Il blog di Papa Raffaella Ratzinger si scaglia nuovamente contro Eugenio Scalfari.



Andiamo con ordine.

Questo è il pezzo di Eugenio Scalfari su Repubblica di oggi:

Non nominate il nome di Dio invano
di EUGENIO SCALFARI

Mi hanno molto colpito i pensieri e le parole scritte nei giorni scorsi dalla senatrice Paola Binetti e da lei affidate in una lettera al "Foglio" che, a quanto lei stessa scrive, è ormai il suo giornale di elezione. Il testo di quella lettera è stato poi integralmente ripubblicato dal "Corriere della Sera". E di nuovo la senatrice ha ripetuto e ancor più estesamente formulato i suoi pensieri in un dialogo sulla "Stampa" con Piergiorgio Odifreddi.

Il tema di questi interventi è singolare. Viene affrontato per la prima volta nel mondo e per la prima volta nella Chiesa cattolica da parte d'un cattolico militante che si riconosce in un partito ed ha un seggio nel Senato della Repubblica. Si tratta dell'intervento di Dio nella formulazione delle leggi, sollecitato dalle preghiere della senatrice devota.

Ricordo il caso per completezza di informazione. Si votò pochi giorni fa in Senato la conversione in legge del decreto sulla sicurezza. Tra le varie norme ce n'era una che configurava come reato di razzismo la discriminazione nei confronti degli omosessuali effettuata con atti o parole di istigazione a discriminare. La Chiesa si allarmò per timore che la sua predicazione che considera l'amore tra omosessuali una devianza contro natura venisse giudicata reato penalmente perseguibile. Reclamò la cancellazione di quella norma e invitò esplicitamente i parlamentari cattolici a votare contro di essa.

Si trattava con tutta evidenza d'un intervento e d'una interferenza che violavano in modo grave le disposizioni concordatarie. Talmente scoperta - quell'interferenza - da richiedere una protesta formale del governo nei confronti della Santa Sede. Protesta che invece e purtroppo non c'è stata.

Il governo però, a sua volta allarmato dai possibili effetti di quell'interferenza clericale, pose la fiducia sul decreto e sui singoli articoli. I molti parlamentari cattolici che fanno parte della maggioranza votarono la fiducia pur con qualche disagio di coscienza. La Binetti, anch'essa con qualche disagio di segno opposto, votò invece contro la fiducia, cioè contro il suo partito e il suo governo, in obbedienza al dettame della gerarchia ecclesiastica romana.
Il Partito democratico nel quale la senatrice milita decise di mostrare comprensione per il suo voto di dissenso e di non applicare nei suoi confronti alcuna censura politica.

Quanto alla norma concernente l'omofobia, essa fu approvata per un solo voto. Quello contrario della Binetti (e l'altro egualmente contrario del senatore a vita Giulio Andreotti) furono infatti compensati da altri voti. Forse ispirati, questi ultimi, dal demonio. Non si sa e non si saprà mai.

Fin qui il caso Binetti. Niente di speciale: un caso di coscienza che avrebbe potuto far cadere il governo il quale riuscì tuttavia ad ottenere la fiducia e passare ancora una volta indenne in mezzo a tante traversie.

Trasferitosi l'esame della legge alla Camera, dove il governo dispone d'una più solida maggioranza, si scoprì però che proprio quell'articolo sull'omofobia era affetto da un errore di redazione. Si menzionava infatti come punto di riferimento della norma una direttiva dell'Unione Europea contenuta in un trattato che risultò non essere quello citato ma un altro. Insomma una citazione sbagliata, un errore di sbaglio come si dice in casi analoghi con qualche ironia.
Per evitare che l'emendamento dovesse nuovamente implicare un voto del Senato, il governo decise alla fine di far cadere l'articolo in questione per poi ripresentarlo in altro modo e con altro strumento legislativo.
Normale gestione d'una situazione parlamentare complicata.

Ma ecco a questo punto insorgere un secondo caso Binetti. Ben più clamoroso del precedente, anche se per fortuna senza effetti parlamentari immediati. E sono appunto le lettere al "Foglio" e il dibattito sulla "Stampa" dove la senatrice sostiene la tesi del miracolo. L'errore di sbaglio, la citazione incomprensibilmente sbagliata non si può attribuire, secondo la Binetti, ad una trascuratezza umana. Quella trascuratezza c'è indubbiamente stata, ma non è né dolosa né colposa. E' talmente macroscopica e impensabile che non può che essere stata effetto d'un "intervento dall'Alto" - così testualmente scrive la Binetti - stimolato dalle sue preghiere.
La senatrice enumera altri casi di leggi e norme da lei ritenute indispensabili per il bene della comunità e della morale, che sono state approvate in Parlamento e da lei attribuite ad altri "interventi dall'Alto", anch'essi stimolati dalle sue preghiere.

Altre norme da lei desiderate e altre preghiere da lei elevate al cielo non hanno invece trovato ascolto (è sempre la senatrice che parla) ma ella non dispera che lo troveranno in un prossimo futuro.

Siamo di fronte ad un caso che, come ho prima accennato, non ha riscontro nella storia né parlamentare né religiosa di nessun Paese. Leggi e norme sull'approvazione delle quali si sarebbero verificati interventi di Dio in accoglienza di preghiere di parlamentari. Come giudicare simili affermazioni? Una presunzione inaudita? Un disturbo mentale? Una fede capace di muovere le montagne e quindi nel caso specifico di ottenere risultati parlamentari altrimenti inspiegabili? Una forma di fondamentalismo ideologico che può suscitare un anti-fondamentalismo di analoga natura ma di segno diverso?

Mi permetto di segnalare alla senatrice Binetti che il tipo di preghiere da lei elevate a Dio affinché intervenga nella legislazione italiana sono decisamente in contrasto con la costante dottrina della religione da lei professata.
E' curioso che la senatrice non se ne renda conto. È ancor più curioso che sia io a segnalarglielo. Ciò crea una situazione a dir poco comica. Divertente. Paradossale.
La dottrina cattolica infatti ha costantemente incoraggiato la preghiera dei suoi fedeli. La preghiera privata ma soprattutto quella liturgica, tanto meglio se effettuata pubblicamente e coralmente nelle chiese o in qualsiasi sede appropriata.

Ha anche indicato - la dottrina - quale debba essere l'oggetto della preghiera. Non già invocare Dio a compiere miracoli su casi concreti come la guarigione da una malattia o, peggio, un beneficio immediato, una promozione, una vincita alla lotteria, l'ottenimento d'un posto di lavoro e simili.

L'approvazione di un articolo o di un comma o la vittoria d'un quesito referendario non sono state mai contemplate in questa casistica, ma ritengo che possano logicamente rientrarvi. Impegnare il nome e l'intervento di Dio in questi "ex voto" avrebbe piuttosto l'aria d'una provocazione e sfiorerebbe la blasfemia violando il comandamento mosaico che fa divieto di "nominare il nome di Dio invano".

L'oggetto della preghiera deve essere solo quello di chiedere a Dio che la sua grazia discenda sull'orante, che lo aiuti a sopportare il dolore e la sofferenza, che non lo induca in tentazioni, che lo liberi dal Male (cioè dal peccato), che fortifichi il suo amore per il prossimo.
Perciò lei fa benissimo, senatrice Binetti, a pregare affinché la grazia discenda su Giuliano Ferrara (nella sua lettera al "Foglio" c'è scritto anche questo) volendo, potrebbe anche cimentarsi a chiedere che la grazia divina scenda su di me. Non me ne offenderei affatto e sarebbe carino da parte sua.

Ma coinvolgere Dio nella discussione parlamentare, questo, gentile senatrice, è una bestemmia di cui forse lei dovrebbe confessarsi. Però da un sacerdote scelto a caso. Se va da sua eminenza Ruini sarebbe sicuramente assolta in terra. In cielo non so.

Post scriptum. "Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore. Nella preghiera l'uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio, che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l'altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze".

Queste parole si leggono nell'enciclica "Spe Salvi" di Benedetto XVI, a pagina 64 nell'edizione dell'"Osservatore Romano". Le rilegga, senatrice, e cerchi di capirne bene il senso. Soprattutto non si autogiustifichi: il Papa, nella pagina seguente, ne fa espresso divieto.



E questa è la reazione esagerata di Papa Raffaella Ratzinger sul suo blog http://paparatzinger-blograffaella.blogspot.com


Allora, caro Scalfari, precisiamo qualche cosetta.
Innanzitutto ho trovato fuori luogo se non, mi permetta, in qualche modo volgare la sua battuta sul cardinale Ruini.
Come fa un non credente orgoglioso di essere tale come Lei, caro Scalfari, a permettersi di sindacare sul confessore che la senatrice Binetti dovrebbe prediligere? Siamo cosi' a corto di argomenti, caro fondatore di "Repubblica", da dover ricorrere a certi mezzucci? Non e' da Lei...mi delude!
E passiamo alla norma sull'omofobia, un bel bavaglio alla Chiesa ed ai Cattolici (ma forse anche a Scalfari: in nome di quella norma una battuta come quella sul Vicario del Papa per la citta' di Roma sarebbe stata "a rischio").
Caro Scalfari, Lei insiste: velatamente continua a sottointendere che la Binetti sia stata raggiunta al telefono da un prelato (si tratta, secondo Scalfari, di Mons. Betori...si legga l'editoriale del 9 dicembre scorso).
Ma io Le chiedo, caro Scalfari: anche se fosse vero perche' il governo (capirai...) avrebbe dovuto protestare contro la Santa Sede? Mons. Betori e' un membro della CEI. Che cosa c'entra il Vaticano? Continuiamo a confondere la Santa Sede con la Conferenza Episcopale? Siamo ancora a questo? Pochi argomenti evidentemente...
La norma antiomofobia e' stata affossata? E la colpa di chi e'? Non e' forse di quei senatori che, per la fretta di fare un dispetto alla Chiesa, hanno sbagliato clamorosamente il testo della norma nonostante gli avvertimenti del senatore Pera?
Chi e' causa del suo mal...
Il governo ha ritirato quella norma solo dopo l'intervento del Presidente Napolitano che ha fatto capire che mai avrebbe firmato un testo errato...perche', caro Scalfari, omette questo "piccolo" particolare? Enno'! Diciamocela tutta!
Guardi, caro Direttore, io in fondo sono d'accordo con Lei, mi creda! Ho apprezzato il fatto che la senatrice Binetti abbia votato secondo coscienza. Non ho gradito affatto che abbia tirato in ballo lo Spirito Santo che, francamente, con le italiote incoerenze non c'entra nulla...
Per questo non c'e' traccia nel blog ne' della lettera della senatrice al Foglio ne' del dialogo con Odifreddi.
Detto questo, vorrei anche da Lei, caro Scalfari, un po' di coerenza: non mi puo' demolire (dal Suo punto di vista, non da quello di grandissimi intellettuali cristiani e non) l'enciclica "Spe salvi" per poi usarla contro la Binetti.
Enno'! Un po' troppo comodo citare il Papa quando serve ed attaccarlo durante il resto dell'anno...enno'!
R.

venerdì 21 dicembre 2007

Andrea Marcenaro a proposito del nuovo libro di Scalfari.



Questa sì che è censura. Sta per uscire il nuovo libro di Eugenio Scalfari e il direttore mi ha tappato la bocca già ora. Non potrò scriverne, farà lui una recensione dottissima, pallosissima e prevedo vagamente untuosa. Gliel’ha promesso. Allora scrivo adesso. Vi chiederete tutti, sarà un libro su Spinoza? Non sarà su Spinoza? Piglierà di carambola Spinoza? No, non sarà un libro su Spinoza. Cioè, in qualche modo su Spinoza sarà, nel senso che parlerà di Dio, il quale anche di Spinoza è il Diretto Superiore, ma non sarà quel che si chiama un libro incentrato su Spinoza. Questo no. Oplà, vi richiederete tutti, perché mai non avrà scritto un libro su Spinoza? Non lo so. Non dovete rompere i coglioni a me. Io qui collaboro.

Quattro cose m’ha detto il direttore che posso farfugliare. Uno, che Elias Canetti celiava: “Faccio le recensioni prima di aver letto il libro, così quando lo leggo so già cosa ne penso”. Due, escludiamo che Scalfari possa aver messo Spinoza nel cono d’ombra. Tre, sarà comunque il più intenso tra i libri che non abbiamo letto. Quattro, che Spinoza avvertiva: “Quanto più conosciamo le cose singolari, tanto più conosciamo Dio”. E non si può negare che Ciarrapico fosse abbastanza singolare.

Andrea Marcenaro per “Il Foglio”

Fonte: Dagospia

I sette minuti del padrone (di Curzio Maltese).



Curzio oggi sulla prima pagina di Repubblica:

Per capire cos'è stata la politica ai tempi di Berlusconi un saggio serve meno di una telefonata di sette minuti fra il "Presidente" e "Agostino" che chiunque può scaricare dal sito di Repubblica e L'espresso.
Ancora una volta un'intercettazione disvela per caso il vero volto del potere in Italia. Ancora una volta gli intercettati, Berlusconi in testa, reagiscono lamentando la violazione della privacy, senza mai entrare nel merito dei contenuti. Devastanti.

Andiamo alla scena. Protagonisti il presidente, naturalmente Berlusconi, e Agostino Saccà, direttore della fiction Rai, l'uomo più potente della prima azienda culturale italiana, in teoria il capo della concorrenza a Mediaset. I rapporti sono chiari dal "pronto". Saccà dà del "lei" a Berlusconi e lo chiama sempre "presidente". Berlusconi risponde con il "tu" a Saccà, lo chiama "Agostino" e lo tratta come i servi ai tempi di Swift.

Nei sette irresistibili minuti di conversazione, dai quali forse un giorno una Rai libera trarrà finalmente una bella fiction, si mescolano generi teatrali, perlopiù comici, e argomenti. Si parla di televisioni, attrici raccomandate e politica. Senza soluzione di continuità perché sono la stessa cosa.

"Agostino" declama dall'ingresso in scena la sua natura di servo contento. Batte le mani al padrone, che fa il ritroso, lo gratifica di "uomo più amato d'Italia" ("lei colma un vuoto nel Paese, anche emotivamente"), usa il "noi" di parte per vantare la sua fedeltà. "Abbiamo mantenuto la maggioranza nel consiglio d'amministrazione Rai". Quindi, sempre in posizione genuflessa, il servo Agostino porta idealmente la bocca dalla scarpina rialzata del signore all'orecchio per sussurrargli i nomi dei traditori. Non quello "stronzo" di Urbani, come pensa il signore ma "i nostri alleati", An e Lega, "che hanno spaccato la maggioranza per un piatto di lenticchie". Lo implora di "richiamarli all'ordine".

Il Presidente prende nota e passa alle comande di giornata. Ha bisogno che vada avanti la fiction sul Barbarossa ("Bossi mi fa una testa tanta..."). Il fido Agostino acconsente con entusiasmo, ma segnala che il regista Renzo Martinelli ha creato problemi vantandosi troppo con la Padania. Il Martinelli è uno di quegli intellettuali molto di sinistra con eccellenti rapporti a destra e con Mediaset, eppure sempre liberi e alternativi e "contro", checché ne dicano alcuni moralisti borghesi di merda. Nella sintesi di Saccà, a tratti acuta, "un vero cretino".
Comunque non c'è problema, assicura il boss Rai. La fiction s'ha da fare "perché poi Barbarossa è Barbarossa, Legnano è Legnano". Argomenti inoppugnabili. Senza contare l'autocitazione. Saccà è infatti il geniale inventore dello slogan "perché Sanremo è Sanremo". D'altra parte, insiste il servitore, il padrone è così modesto, così liberale, gli chiede sempre tanto poco che è un piacere contentarlo.

"Per la verità, ogni tanto ti chiedo di donne", lo corregge Berlusconi, introducendo la seconda comanda. Si tratta di piazzare la solita Elena Russo e una certa Evelina Manna, per conto di un senatore della maggioranza di centrosinistra col quale Berlusconi tratta la caduta di Prodi. "Io la chiamo operazione libertà" chiarisce Berlusconi, che quando non racconta barzellette, rivela un involontario ma formidabile sense of humour.

Esaudito il terzo desiderio, il genio Saccà, invece di rientrare nella lampada, come nella tradizione, continua a profondersi in inchini e profferte di servigi. Tanto che perfino Berlusconi si stufa e lo liquida.

L'intercettazione è allegata all'inchiesta per cui Berlusconi è indagato con l'accusa di corruzione per la Rai e per il mercato dei voti, come ha rivelato Giuseppe D'Avanzo su Repubblica. In Italia, per effetto del combinato disposto di riforme di giustizia promosse da destra e da sinistra, si sa che i processi a imputati eccellenti finiscono tutti in prescrizione. In assenza di una verità processuale, le intercettazioni servono dunque nella pratica a farsi un'idea del Paese: e l'ascolto, fornisce anche un'idea sulle persone.
Il Paese degli Agostini e dei Berlusconi è una nazione dove la politica non governa nulla, tranne la televisione. Al singolare, perché la telefonata tra il leader della destra e Saccà rivela come il sistema berlusconiano sia una vera "struttura delta" che controlla l'universo Tv. Per necessità, il padrone della televisione è diventato il padrone della politica. Usa l'una per fare l'altra e viceversa.

Ci sarebbe un sistema semplice per interrompere questa perenne fonte di corruzione. Prendere un canestro, ficcarvi dentro in bussolotti una ventina di leggi europee sui sistemi televisivi, quindi estrarne a sorte una. Questo sistema, che rispecchia più o meno la logica seguita per discutere la riforma elettorale, non è mai stato preso in considerazione. Per quanto la riforma televisiva figurasse nei programmi del centrosinistra, prima e seconda versione.

I leader del centrosinistra, comunque si chiamino, alla fine s'innamorano dell'idea di poter trattare con Berlusconi, portatore di un conflitto d'interessi così gigantesco e pervasivo, accordi istituzionali "nell'interesse della collettività". Ora, l'interesse di Berlusconi per la collettività è ben illustrato dal suo dialogo con il boss della tv pubblica. Non si tratta di demonizzare i patti fra destra e sinistra. Se per esempio la sinistra e una parte di destra si trovassero finalmente ad approvare una decente e sempre più urgente riforma della Rai e dei monopoli televisivi, saremmo in prima fila a festeggiare il valore "bipartisan" dell'accordo. Ma allora si rischierebbe davvero di voltar pagina, di cambiare una politica che così com'è farà schifo ma garantisce a tutti un posto al sole, una fiction, una quota raccomandati e fidanzati, il proprio Saccà pronto ad esaudire i desideri.

L'Espresso (complice Repubblica) scopre che la destra è nelle mani di Evelina Manna.

Dopo che Repubblica ha scoperchiato il pentolone, oggi il sito de L'Espresso ha pubblicato l'audio integrale della conversazione telefonica tra Agostino Saccà e Silvio Berlusconi.

Eccolo. Qualcuno l'ha già messo su You Tube:



Verso la fine, c'è un passaggio in cui si parla di una certa Evelina Manna (foto qui sotto).



Evelina Manna sarebbe la carta vincente di Berlusconi per avere la maggioranza al Senato.

Ecco il testo del passaggio in questione:

P sta per Presidente (Berlusconi) e S sta per Saccà

P: gli puoi fare una chiamata? La Elena Russo; e poi la Evelina Manna. Non centro niente io, è una cosa ... diciamo ... di...
S: chi mi dà il numero?
P: Evelina Manna ... io non c'è l'ho ...
S: chiamo ..
P: no, guarda su Internet ..
S: vabbè, la trovo, non è un problema ... me la trovo io ..
P: ti spiego che cos'è questa qui ..
S: ma no, Presidente non mi deve spiegare niente ..
P: no, te lo spiego: io stò cercando di avere ...
S: Presedente, lei è la persona più civile, più corretta..
P: allora ... è questione di .. (parola incomprensibile, le voci si accavallano) ....
S: ma questo nome è un problema mio ...
P: io stò cercando ... di aver la maggioranza in Senato ...
S: capito tutto ...
P: eh .. questa Evelina Manna può essere .. perchè mi è stata richiesta da qualcuno ... con cui sto trattando ...

giovedì 20 dicembre 2007

Repubblica entra in uno stato di crisi?



Repubblica, stato di crisi?

Circola la voce, a metà tra leggenda metropolitana e premonizione, che stia per arrivare come una mannaia lo stato di crisi. Ovvero licenziamenti, taglio del personale. Si è già cominciato dai prepensionamenti e altri segnali sono scoraggianti. Per esempio all'ufficio centrale non arriveranno più le mazzette dei giornali. Dai telefonini dei redattori, dopo la scoperta che molti avevano scaricato sonerie e vari, è stata eliminata la possibilità di usare servizi vari come l'avviso di chiamata.

Poi ci sono le note spese degli inviati. Ezio Mauro, raccontano, si è infuriato quando ha saputo dei milioni di euro, si mormora cinque, spesi per le trasferte degli inviati. Sicuro il taglio, anche se non è chiaro se sarà delle note spese dei lord redattori, alberghi a cinque stelle e Amarone, o tout cour delle trasferte. A far tracimare il vaso dell'indignazione, la scoperta che tre inviati del gruppo espresso sono stati per giorni in Giappone, al Salone dell’auto, a spese del giornale. Righe uscite sul giornale in totale: una quindicina.

Più misero anche il pacco dono a Largo Fochetti. I redattori hanno calcolato che pesa come tre copie di Velvet, più un Venerdì. Considerato che Velvet pesa un chilo quattro etti e venti grammi, fanno meno di cinque chili. Eliminato quest'anno il caffè. C'è una confezione di lenticchie di marca Orti italiani dell’Umbria (ma non di Castelluccio, che è la zona migliore). Un litro di olio di marca Colle dei frati (campano). Poi panettone, torrone e cioccolatini.

fonte: stamparassegnata.splinder.com

mercoledì 19 dicembre 2007

Ecco il Luttazzi vietato. Rai Tre ne ha parlato, l'Unità lo ha pubblicato e Repubblica l'ha snobbato.

Parliamo del monologo integrale contro l'enciclica del Papa che Luttazzi non ha potuto pronunciare sulla 7 e che il comico di Sant'Arcangelo di Romagna ha potuto recitare l'altra sera al teatro Ambra Jovinelli di Roma (vedi foto qui sotto).



Rai Tre ne ha parlato durante il telegiornale, vedi filmato qui sotto:



L'Unità di oggi lo ha pubblicato per intero(testo qui sotto). Repubblica se n'è bellamente fregata.


Benvenuti a DECAMERON. Politica, sesso, religione e morte. Un programma televisivo così bello che ne vedi una puntata e dici: “Oh, non guarderò mai più la vita vera finché campo!” Uuuuh! Stasera sono proprio elettrico. Sarà che mi devono arrivare. Qua a Roma è arrivato l’inverno. Fa molto freddo. Fa tal freddo che le minorenni sulla Salaria offrono pompini gratis ai ciccioni. Un mio amico va a puttane sulla Salaria. Gli ho detto che in giro è pieno di ragazze oneste e rispettabili. Sì, mi fa lui, ma quelle non posso permettermele. Fa veramente molto freddo. Fa talmente freddo che oggi Mussi spalmava il vicks vaporub sulla Cosa Rossa.

Fa molto freddo, ma sono bellissime giornate. C’è un sole splendido. E quando c’è il sole, sono tutti allegri. Oggi ho visto un funerale entrare in un McDonald’s. Ballavano la conga.
Mi accodo al trenino ed entro anch’io. Era il McDonald’s di piazza di Spagna. Sì, a Roma in piazza di Spagna c’è un McDonald’s. Non bisogna stupirsi. I McDonalds sono ormai dappertutto. Mia sorella ha un McDonalds nella sua cucina. Io ne ho uno nei miei pantaloni.

E mentre sono lì che contribuisco a disboscare la foresta pluviale mangiando un Big Mac da 3 etti, mi viene in mente una cosa. Nessuno pensa mai al sacrificio delle mucche che vengono macellate per la goduria del nostro palato. Bisognerebbe onorare il loro sacrificio. Con delle raffigurazioni. Con delle icone. In chiesa ci sono le stazioni della via Crucis, no? In un McDonald’s dovrebbero esserci dei quadretti simili. Con una mucca al posto di Gesù. Più o meno 14 quadretti: 14 stazioni della via Crucis della mucca, la Cow Crucis, con sotto delle brevi didascalie. Mi sembra una buona idea. Onoriamo il sacrificio delle mucche. Anche perché sembra che le mucche tengano una lista delle persone che mangiano hamburger: per quando si vendicheranno.

Qualcuno mi ha chiesto: Daniele, perché ce l’hai con la religione?
Perché mi sono convinto che le religioni sono pericolose. Operano un plagio di massa che ha una funzione sociale di controllo; e che diventa pericolosissimo quando la religione, forte del numero, tende a far coincidere il peccato col reato, e a condizionare l’attività dei governi.
Gli esempi in questo senso sono sempre all’ordine del giorno (staminali, pacs, eutanasia) e ormai insopportabili... Ricorderete come la Chiesa si sia opposta alla ricerca sulle staminali degli embrioni perché "l’embrione è uno di noi, è già persona". C’erano però tre contro-argomenti formidabili:

a) Quello teologico. S.Tommaso nega agli embrioni la resurrezione, in quanto privi di anima razionale, e pertanto non ancora esseri umani. (Supplemento alla Summa Theologiae, 80, 4); b) Quello pragmatico. La Chiesa nega il battesimo ai feti abortiti in modo spontaneo. Nella prassi, cioè, la Chiesa non considera il feto una persona finchè non nasce vivo. c) Quello naturale. Di tutti i concepiti, solo il 15-20% riesce ad annidarsi nell’utero materno. La natura stessa, cioè, non tutela così tanto il diritto alla vita del concepito, diritto che però si arroga la Chiesa. ...È stata poi la scienza, e non la religione, a scoprire, la settimana scorsa, che è possibile ricavare cellule staminali anche da tessuti adulti. Fine del dilemma etico sollevato ad arte. Con la nuova ricerca sulle staminali, gli scienziati ritengono che adesso potremmo fare grandi progressi, dalla cura del Parkinson alla rigenerazione della spina dorsale nel centrosinistra. ....

In realtà, lo sappiamo, il motivo vero è che la Chiesa teme le unioni omosessuali. Ma se è un tema così importante, com’è che Gesù non dice una parola in proposito? Gesù non dice una parola su questo, ma tante sulla tolleranza, l’accettazione, il non giudicare, il frequentare i reietti e gli ultimi. La Bibbia dice: “Non guardare la pagliuzza nell’occhio del tuo vicino, ma la trave nel tuo occhio”. Al che i gruppi gay hanno replicato: se la trave te la metti nell’occhio, lo stai facendo in modo sbagliato”.

La regola della convivenza umana è terrestre, non divina: ogni uomo è libero e deve poter decidere su di sé. ...E invece mille ostacoli. Col paradosso che i nostri parlamentari, per tenersi buoni i voti vaticani, da anni negano a noi, cittadini che li eleggiamo, i diritti che per sé loro si sono già attribuiti: da ben 16 anni, infatti, i parlamentari conviventi hanno gli stessi diritti dei parlamentari sposati. ......Nel frattempo Veltroni si trova a dover trattare con la segreteria di stato vaticana sull’eventuale istituzione di un registro delle coppie di fatto nel comune di Roma. Alla faccia della pari dignità dei cittadini che cattolici non sono, o che hanno preferenze sessuali non omologate.

...Ennesimo scadimento della laicità dello Stato, riconfermato dal voto della sinistra in Parlamento a favore dei privilegi economici della Chiesa cattolica: l’esenzione ICI e i meccanismi di assegnazione dell’8 per mille. .... Ecco papa Ratzi. Ride. Riderei anch’io se la mia ditta non pagasse le tasse. Ma la Chiesa non fa che rispettare il dettame evangelico. Gesù disse: “I miti erediteranno la terra”. Ed evitò astutamente di parlare della tassa di successione.

....L’abito di un cardinale: mozzetta rossa chiusa da dodici bottoncini. Sotto, rocchetto bianco in cotone con maniche a tre quarti ornato di pizzi e ricami. Sotto, fascia rossa di seta alla vita, con frangia, e sottana rossa di lana fine con bottoncini fino ai piedi. In testa, zucchetto rosso e berretta rossa a quattro angoli e tre spicchi o cappello a saturno nero ornato da cordone e fiocchi oppure mitria di seta bianca damascata. Se Gesù si imbattesse in un cardinale, scoppierebbe a ridere. ....

La separazione tra Stato e Chiesa, cioè fra reato e peccato, la indicò Gesù, quando disse: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ne deduco che, se il papa è cattolico, Cristo non lo era. Altro guaio delle religioni: spesso danno una cornice nobile a comportamenti aberranti. Guardate come i musulmani in certi Paesi lapidano le loro donne. Non potrebbero farla franca, se non fosse per motivi religiosi.

Oppure, sempre la Chiesa cattolica. Milioni di persone muoiono in Africa di AIDS anche perché la Chiesa condanna l’uso del preservativo. Il preservativo, a quanto pare, è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se Cristo non ne ha mai parlato... Qualche mese fa il papa ha chiesto a una commissione vaticana un dossier sull’uso del preservativo come protezione dalle malattie. Oh, proprio adesso che mi ero abituato alla castità.

Avete letto l’ultima enciclica di Papa Ratzi? E chi non l’ha letta? È così amena! È più divertente di un barile pieno di anguille. «Spe salvi», salvi nella speranza. Un testo sulla superiorità della fede cristiana, che esalta la sofferenza, perché avvicina alle sofferenze di Cristo. Cristo è morto in croce per i nostri peccati! Uuh, ma così ci fa sentire troppo in colpa! Non poteva solo lussarsi un’anca, per i nostri peccati?

L’enciclica è piena di citazioni colte. E questo è il QUIZ della settimana: quali fra questi intellettuali non è citato da papa Ratzi nell’ultima enciclica? Sant’Agostino. Kant. Adorno. De Sade. E la risposta è: De Sade. La Spe salvi, sorpresa! è una dura condanna della modernità. Il giorno che venne eletto, dissi in teatro: “Hanno eletto il nuovo papa. È il cardinal Ratzinger. Subito condannato di nuovo Galileo”. Non mi sbagliavo. Dopo un mese Ratzi disse: “La risposta alla modernità è Cristo”. Io ho 46 anni, nella mia vita ho imparato una cosa: se la risposta è Cristo, la domanda è sbagliata. ... Ratzi attacca l’illuminismo, ma la Chiesa in 18 secoli non abolì la schiavitù, cosa che fece la Prima Repubblica francese del 1794. D’altra parte è noto che la Chiesa è lenta ad abbracciare la modernità. Fino a poco tempo fa, la loro idea di portatile era un chierichetto.

...Dico questo: se Dio avesse voluto che credessimo in lui, sarebbe esistito. ...Le religioni sono un fatto culturale. È tutto molto relativo. Il papa vorrebbe che tutti fossero cattolici. Le mucche vorrebbero che tutti fossero di religione indù. ....Qual è la verità sull’aldilà? Direi di partire da un semplice assioma: che nessuno ne sa niente. Mi piacerebbe che il papa una domenica si affacciasse su S.Pietro e dicesse: “Sapete una cosa? Nessuno ne sa niente. Siete liberi!”...

L’anno scorso Ratzi scrisse la "Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna". Ratzinger ha scritto un documento sulle donne. La cosa mi colpì perché non immaginavo che Ratzinger ne conoscesse una. Nella lettera, Ratzinger scrive che la famiglia è il fondamento della società. Vecchio adagio dei reazionari di sempre. Ma già negli anni 60, filosofi e psichiatri come Deleuze e Guattari, Laing, Reich hanno spiegato che la famiglia patriarcale serve a perpetuare la società proprietaria e autoritaria.

....Qualche anno fa, una commissione teologica internazionale guidata da Ratzinger si riunì per rispondere alla domanda: "Dove vanno le anime dei bambini morti senza battesimo?".
Questi temi mi affascinano. In auto ascolto sempre Radio Maria. Anche perché è inevitabile: accendi la radio, c’è Radio Maria. ..."Dove vanno le anime dei bambini morti senza battesimo?" Io avrei voluto essere in quella commissione di Ratzinger. Come fai a dare a una risposta? È come chiedere "Dove vanno le anime dei Klingon dopo morti?" Da nessuna parte, dato che i Klingon sono un FRUTTO DELLA FANTASIA UMANA.

Cenni storici ...Nella Genesi, è il serpente a convincere Eva a mangiare la mela proibita. Eva dà un morso e cade in un lungo sonno da cui Adamo la risveglia con un bacio. No, questa è Biancaneve. Bè, se da piccolo ti avessero detto che Biancaneve è una religione, ci avresti creduto! Comunque: Adamo ed Eva mangiano la mela e Dio li caccia dal paradiso terrestre. Meno male che non ha scoperto cosa avevano fatto con le banane.

....Nel tempo, le funzioni mitiche svolte dalle religioni e dalle monarchie non spariscono: oggi vengono assolte dai mezzi di comunicazione di massa e dal potere simbolico dei segni-merce, nuovi mondi-di-sogno. La pubblicità come teologia della lavatrice. Provate adesso a immaginare qualcuno che pretenda di vendervi una lavatrice alla condizione che, se non la comprate, brucerete all’inferno. Lo mandereste a cagare. Ma no, lui pretende anche di essere rispettato, perché non è solo una lavatrice, è una religione! Segnalo una grande novità: nella Spe salvi, il papa mette in dubbio l’esistenza delle fiamme eterne dell’inferno. Ma il paradiso, raccontato da Ratzinger, sembra la stanza da letto di Cristiano Malgioglio. Il papa oggi scrive che la scienza non salva l’uomo. Allora, d’ora in avanti, niente più antibiotici a Ratzi, ok? ... Sentiamo cos’ha da dirci Nostradamus.

LE ULTIME PROFEZIE DI NOSTRADAMUS: La mafia aumenterà gli stipendi ai dipendenti. Verrà scoperta una nuova suoneria cellulare di Mozart. Fabrizio Cicchitto si ritirerà dalla vita politica. Passerà più tempo coi familiari, che chiederanno di non essere identificati. L’editore di Penthouse diventerà cattolico e metterà sulla copertina del mensile una Vergine "gratta&annusa". Un gigantesco asteroide colpirà la Terra nel 2014. L’impatto avrà l’effetto di 20 milioni di bombe atomiche simili a quella sganciata su Hiroshima. Le autorità militari prepareranno il mondo alla nuova vita post-impatto detonando una bomba atomica al giorno nei sette anni precedenti. Quello della Chiesa è pensiero magico. Nell’udienza di mercoledì, il papa ha esortato gli esorcisti a continuare il buon lavoro. Parole di incoraggiamento anche ai cacciatori di vampiri.

Dice: Ma tu Daniele sei cattolico? Certo. Sono cattolico, apostolico, decaffeinato..... E mi affascina la storia di Giacomo, il fratello di Gesù. Sapevate che Gesù aveva un fratello? Io l’ho letto anni fa sulla Settimana enigmistica e non l’ho più dimenticato. Dev’essere stata dura, avere Gesù come fratello. Vinci una gara di nuoto, lui cammina sulle acque. Sai fare un cocktail, lui trasforma l’acqua in vino. Fai ripartire un’auto in panne, lui resuscita Lazzaro. Ti viene l’herpes, lui muore crocifisso. Che palle!

....No, in realtà non sono cattolico. Sono cristiano monofisita: non riconosco le decisioni del concilio di Calcedonia nel V secolo. Ero cattolico, finchè un giorno Dio mi è apparso in sogno e mi ha rivelato che erano tutte stronzate. Ok, non era un sogno: mi ha parlato da un roveto ardente. Ok, non era un roveto ardente: era il boschetto di una ragazza che stavo leccando. Comunque resto convinto che il cristianesimo sarebbe stato diverso, se Gesù avesse avuto una decappottabile.

Deborah Bergamini, sospesa dalla Rai per colpa di Repubblica, non verrà sostituita.



(Adnkronos) - Al momento la Rai non prevede di sostituire Deborah Bergamini e Agostino Sacca’, i due dirigenti che al momento non sono nelle loro funzioni dopo le diverse vicende che li hanno visti protagonisti nelle ultime settimane. Lo ha spiegato il direttore generale Claudio Cappon nell’audizione davanti alla commissione di Vigilanza Rai.
"Al momento solo la Bergamini e’ sospesa e Sacca’ ha chiesto di essere dispensato, non ci sono posizioni vacanti e sarebbe quindi insolito sostituirli -ha spiegato il dg- Abbiamo strutture aziendali che sono in grado di gestire questa situazione, ci sono professionalita’ elevate. E’ chiaro che la cosa non puo’ restare a lungo cosi’, ma nell’immediato non comporta difficolta’".

Cappon, tra l’altro, si e’ soffermato sulla posizione della Bergamini: "alcuni elementi che la riguardano si distinguono da altri casi. Innanzitutto le intercettazioni riguardano solo le utenze della dottoressa Bergamini per questo, comportamenti eventualmente discutibili riguardano la stessa dottoressa Bergamini, soprattutto per quel che riguarda il danno di immagine subito dall’azienda".
Cappon ha spiegato che la posizione in cui si e’ trovata ad essere la Bergamini e’ unica: "Mimun, ad esempio, ha telefonato quasi subito chiedendo di essere sentito. La dottoressa Bergamini, invece, ha ritenuto di non dover rispondere. Questo e’ un comportamento di non collaborazione da parte di un dirigente con la azienda, un elemento rilevante, lei e’ l’unica ad averlo fatto". Nonostante questo, Cappon ha chiesto che "il provvedimento cautelare adottato non e’ disciplinare, ma permette di valutare se assumere o no comportamenti definitivi assicurando la massima tutela della posizione dei singoli e dell’azienda".

martedì 18 dicembre 2007

L'Italia ha vinto due ori agli europei di nuoto? E chissenefrega! Meglio parlare della love story finita tra la Manaudou e Marin.



Una bella tiratina d'orecchi alla redazione sportiva di Repubblica. Eccheccazzo! Quando ce vo' ce vo'.

Su La Repubblica di lunedì 17 dicembre, nello sport, c'è un'intero paginone dedicato ad una notizia che più che di sport puzza maledettamente di gossip. Parliamo della notizia della storia finita tra la nuotatrice francese Lauren Manaudou e il suo collega italiano Luca Marin. C'è un nutrito pezzo di Paolo Rossi e (udite udite) uno di Emanuela Audisio che racconta per filo e per segno la love story finita.

Secondo noi è una vergogna.

Vergogna che aumenta quando scopriamo che i risultati dei campionati europei in corso a Debrecen, sono relegati in un boxettino a fondo pagina.

A proposito? Come sono andati gli azzurri, nelle gare di ieri?

No, niente di eccezionale: abbiamo solamente vinto due ori con Magnini e la Filippi, roba piccola, si può anche non parlarne...meglio riempire la pagina delle cazzate sulla Manaudou.

La "dorce" Concita ascolta Moretti in romanesco.



Si è tenuta al «Nuovo Sacher», la performance di Nanni Moretti e Johnny Palomba, il regista celebrato e il critico mascherato, che hanno letto a turno alcune critiche cinematografiche scritte in romanesco stretto.

Per Repubblica, a farsi "du risate" c'era la dolce Concita De Gregorio.

Yokohama: Andrea Sorrentino sul tetto del mondo.



Battendo in finale per 4-2 gli argentini del Boca Junior, Andrea Sorrentino si è laureato l'inviato più blasonato del mondo.

Complimenti dalla redazione di PazzoPerRepubblica.

I sindaci del nord in piazza a Milano: il racconto del leghista Guido Passalacqua.



Quanto ci mancavano le pungenti cronache di Guido Passalacqua, l'esperto di Lega Nord di Repubblica, che da mesi non si immolava più per la causa del nord secessionista.

Lo ha fatto domenica andando a curiosare in piazza Duomo alla manifestazione organizzata da Bossi e C. sulla sicurezza del nord Italia alla presenza di numerosi sindaci nordisti.

La conferenza sul clima di Bali: il mondo sta male. Antonio Cianciullo, invece, gode di ottima salute.



Si è tenuta a Bali (Indonesia), dal 3 al 14 dicembre, la conferenza sui cambiamenti climatici alla presenza dei delegati di oltre 180 Paesi.

Per Repubblica c'era l'esperto di ecologia e ambiente Antonio Cianciullo che per tutta la durata della conferenza ci ha elencato lo stato di salute del pianeta, che non è eccelsa.

La sua, di salute, invece è ottima. Ce lo ha dimostrato con i suoi dettagliati pezzi da Bali.

Vai Antonio, salva il pianeta! Fallo per noi!

Pistoia, bimbo muore dopo l'intervento alle tonsille. Ci racconta tutto Simona Poli.



La tragica notizia è stata raccontata per noi da Simona Poli, della redazione fiorentina di Repubblica.

E' raro leggere Simona fuori dalle pagine del dorso fiorentino. Oggi è accaduto, anche se per una circostanza dolorosa. Ma la cronaca è cronaca e le tragedie qualcuno dovra pure raccontarle.

Nella foto: il dolore dei parenti.

Caro Meo Ponte, il Natale lo fai a Torino o a Perugia?



Dal 9 di novembre Bartolomeo Ponte, detto Meo, della redazione torinese di Repubblica, è inviato stabile a Perugia per il caso dell'uccisione della studentessa inglese Meredith Kercher.

Caro Meo, se ci leggi, dicci a che livello è salito il tuo rompimento di coglioni per questa storia.

E già che ci siamo ti chiediamo: il Natale lo fai a Torino o a Perugia?

Nella foto: la vittima Meredith Kercher.

Scompare Iole Tassitani, riappare Piero Colaprico.



La scomparsa di Iole Tassitani, 42 anni, figlia di un notaio di Castelfranco Veneto (Treviso) ha riportato alla ribalta il giallista di Repubblica Piero Colparico, la cui fama si era arenata a Garlasco. La brutta vicenda di Castelfranco Veneto è stata seguita, all'inizio, da Nicola Pellicani della redazione veneta di Repubblica. Pellicani è l'ex capo cronista della redazione mestrina de La Nuova Venezia.

lunedì 17 dicembre 2007

Su Repubblica.it Vittorio Zambardino celebra il decimo anniversario della nascita dei blog.



BLOG di Vittorio Zambardino

I miei fratelli e colleghi di Repubblica mi chiedono se ho da dire qualcosa sui 10 anni di blogging. Non ne ho, voglio dire, non sento di aver cose particolarmente originali sul piano teorico. Piutttosto credo che possa interessare come il blogging attraversa la strada di uno che si è occupato di web, di giornali on line, e, prima, di “telematica” (uh!) dal 1991.

All’inizio fu solo “Pugnette” - Nel 1997 non avevo ancora intercettato la novità. Era l’anno in cui facemmo Repubblica.it, non c’era assolutamente il tempo di mettere la testa fuori dall’acqua della quotidianità: chi non c’era non può capire cosa significò lanciare e poi tenere in piedi un’impresa sulla quale, giustamente, erano investite risorse marginali. L’argomento mi era presente in negativo: per l’impazzimento cui ti portavano i sistemi editoriali dell’epoca. Più tardi ne usammo uno che si chiamava Vignette. Ai redattori (quelli di Kataweb, era il 1999) lo ribattezzarono rapidamente “pugnette” (da leggere “pugnètt”).

Dal cartoccio del pesce… - Ma seguivo già (da tre anni) il lavoro del Consorzio News in the Future del MIT Medialab. E’ paradossale ma è così: lì il tema era proprio - come dice John Maeda nel link qui sopra - personalizzare l’informazione. Attenti: oggi sembra banalità, ma parliamo di anni in cui ci si collegava a 2400 e l’idea dell’informazione personale era moooolto lontana da qui. Il web era una vetrina, per i giornali una rotativa elettronica sulla quale stampare.

Eppure il programma “Fishwrap“, lanciato da Walter Bender, proprio quello voleva dire: informazione alla quale dai contesto: dai il luogo, dai le coordinate del tuo interese, dai la cornice dei fatti connessi. Era il 1996 quando ne sentii parlare: mi sembrò una meraviglia, ma la sfasatura tra la tecnologia al MIT e la pratica quotidiana in questo paese erano troppo grandi.

Quando una cosa non puoi farla, finisci per dimenticarla. Del resto si dimenticano i grandi amori, perché uno non dovrebbe dimenticare le buone idee? Ma resto convinto che non sia un caso se Walter Bender è passato dalla direzione del MIT a quella del programma “Un computer per ogni bambino”, in collaborazione con l’ONU. In quella sua scelta c’è quel senso di computing (e di hacking) libertario e democratico che è alla base di tante cose e scelte che si compiono da quella parte del mondo.

Ai capelli bianchi - Va be’, andiamo avanti, sarà stato il ‘98 e al Medialab ne tirano fuori un’altra: si chiamava Silver Stringers. Era semplicemente un sistemino editoriale per permettere agli anziani di una comunità del New England di raccontare le proprie memorie, collegandosi l’uno alla pagina dell’altro e senza muoversi da casa ma discutendo continuamente in modo “redazionale”. Coordinava il progetto Jack Driscoll, ex direttore del Boston Globe e all’epoca collaboratore “residente” e quindi coinvolto nel lab.

Poi la fragola… Quella volta la luce in testa si accese subito perché le cose stavano cambiando anche qui da noi, era il ‘99, c’era il boom del web 1.0 e risorse da destinare. Mia nonna, che era di origine lucana, diceva che “Quanno tiene la panza chiena, pura la capa arret’ te vene” (Quando hai la pancia piena, anche la testa segue il tuo pensiero). Il progetto di Silver Stringers si trosformò in una piccola ma validissima piattaforma per permettere a migliaia di classi scolastiche di fare il loro giornalino. Un successo che solo da poco è andato in pensione. Era in tutto e per tutto una piattaforma blog, ma noi non ne usavamo ancora il nome. Della Fragola ha poi parlato Dan Gillmor in We the Media.

Io e loro-blog - Personalmente ho conosciuto i blog “veri” nel 2001, quando ho finalmente preso fiato perché avevo cambiato lavoro. Nel 2003 ne ho aperto uno io. Ma se mi chiedessero: “ti senti un blogger?”, risponderei ancora: no. E’ presto detto il perché. Perché ogni applicazione, si crede, dovrebbe essere come il cibo d’aereo, inodore insapore incolore, e andare bene per tutti. Ma questo non è vero. Tutto ha sempre il sapore e porta il segno delle sue origini, parla la lingua della gente che l’ha pensato e creato. Il blog è uno strumento che nasce nella rete, porta il segno di uno spirito del tempo che si contrappone violentemente ai media nei quali io ho sempre lavorato (potrei dire “sono nato”), ha segnato di sé una fase di contrapposizione tra “parte abitata della rete” e media mainstream. Per me un dato lacerante tra due pezzi della mia storia professionale.

Ma in questi anni non ho mai lasciato passare uno stimolo senza seguirlo, accettando ogni sorta di angheria, come testimonia il mio rapporto tempestoso ma proficuo con alcuni blogger italiani - Granieri, Maistrello, insomma quei pochi con i quali si può parlare.

Personal Damasco. Ma amo molto meno l’antiblog ideologico di tanti miei colleghi. Il naso alzato in segno di sdegno, la citazione loffia nei pezzi solo per dirne male, la considerazione aristocratica per dire che magari si è rubata un’idea. In quei casi divento estremista, vorrei spiegargli come e qualmente non hanno davvero capito come butta il mondo, non perché i blogger ci sostituiranno nel nostro lavoro (ben altri barbari sono in arrivo), ma perché sono messaggeri involontari del futuro, come i gabbiani quando c’è pesce in un punto di mare. Continuare a dire: ma è roba per perditempo (”pipparoli senza editore”), è follia allo stato puro

Ma poi mi stanco. Preferisco combattere qui per l’innovazione, tenere la posizione, tanto l’innovazione arriva a tutti. Arriva in silenzio, per caso, un giorno. Nel 1997 un collega notissimo scrisse poche righe per Repubblica.it su un argomento internazionale (eravamo usciti da pochi giorni). Poco dopo mi fa: “Mi hanno chiamato da un’ambasciata italiana in Africa, mi hanno detto che erano molto d’accordo col mio pezzo. Gli ho chiesto: Ma come fate ad avere già il giornale laggiù? Mi hanno risposto: Dottore, abbiamo letto il suo commento su internet”. E’ un mondo dove la via di Damasco è customized.

Pensierino finale. Io, se dovessi dire a cosa mi sono serviti i blog, potrei rispondere: mi ero arrugginito in quattro anni di “pratica” senza teoria, e mi era sfuggito il senso più ampio del web 2.0. I blog son stati il mio corso di recupero. E forse bastava scrivere solo questo pensiero qui, e non tutta sta spataffiata.

Vittorio Zambardino - repubblica.it

Alessandro Piperno diventa inviato speciale del Corriere della Sera.



Ogni tanto ci si riconcilia con i giornali italiani. Ieri, per esempio, il Corriere della Sera aveva due splendide e letterarie pagine di Alessandro Piperno inviato a Perugia sul delitto di Amanda.

(La riconciliazione dura poco, provate voi a trovare il pezzo sull'incredibile sito del Corriere)

fonte: www.camilloblog.it

venerdì 14 dicembre 2007

Repubblica.it : come prendere una merda in una lezione.

Leggiamo e riportiamo direttamente dal blog di Luca Carlucci:


Or dunque, c’è un blog politicamente scorretto, pulp e satirico che si chiama 7yearwinter.
Il tenutario, che si firma Bucknasty, in supporto a Daniele Luttazzi - il cui programma Decameron è stato recentemente e improvvidamente soppresso dai vertici di La7 - l’altro giorno ha fatto notare che l’ormai famigerata battuta su Ferrara faceva il paio con una ancor più pesante battuta del comico Bill Hicks (1961-1994) risalente alla fine degli ‘80, pronunciata in TV con poco o nessuno scandalo del pubblico USA, ma soprattutto con nessuna censura.
Questa “connessione”, presumibilmente via Wittgenstein (il blog del giornalista Luca Sofri, che nei giorni scorsi si era pronunciato, per amor di valori familiari, a favore delle scelte di La7), approda in home page di Repubblica.it e Libero, con tanto di link al blog di Bucknasty, nella seguente forma:
I blog smascherano Luttazzi! La battuta su Ferrara copiata da un comico americano!
Ed ecco il colpo di genio: Bucknasty piglia al volo l’inlink al suo blog proveniente da Repubblica e Libero e lo redirige altrove.
Così, per un po’ di tempo, le migliaia di lettori di Repubblica e Libero che cliccavano sul link, anziché finire sul blog dello “smascheratore di Luttazzi” suo malgrado, finivano a vedersi un video di due tipe nude che, in favor di telecamera, sollazzano un pubblico di intenditori intrattenendosi gastronomicamente coi propri escrementi (questo post da 7yearwinter contiene un video che documenta la cosa: siete avvertiti).
Che dire: tempismo e simbolismi magistrali. Chapeau. Forse fin troppo magistrali però: sono convinto che molti lettori di Repubblica.it non si siano accorti che vi fosse qualcosa di strano.


E' visibile tutto qua:





E questo è il sito che ha fatto la scoperta

giovedì 13 dicembre 2007

Caso Berlusconi-Saccà: la Gdf perquisisce la casa di Giuseppe D'Avanzo.



La Guardia di Finanza ha effettuato una perquisizione nell'abitazione del giornalista di "Repubblica" Giuseppe D'Avanzo. Ieri in un articolo il nostro collega ha anticipato la notizia di un'indagine aperta dalla procura di Napoli su Silvio Berlusconi. La perquisizione fa seguito all'apertura di un'indagine per fuga di notizie da parte della procura campana.

La vicenda arriva al Csm. I laici del centrosinistra e quasi tutti togati del Csm (ad eccezione di Antonio Patrono e Cosimo Ferri di Magistratura Indipendente) hanno chiesto "un intervento consiliare a tutela di magistrati coinvolti e dell'indipendente esercizio della giurisdizione", alla luce delle dichiarazioni di diversi esponenti politici, tra cui lo stesso Silvio Berlusconi.

Nel documento firmato da 18 membri si cita una frase del Cavaliere, che ha parlato di ''armata rossa delle toghe'' che si e' rimessa in movimento. Come pure si cita la dichiarazione del portavoce di Forza Italia, Paolo Bonaiuti, che ha paragonato l'iniziativa giudiziaria ''al Cile del generale Pinochet''.

''A prescindere da ogni valutazione e considerazione sul merito del procedimento in questione, che non competono al Csm - scrivono i 18 consiglieri - e sull'impropria divulgazione sulla stampa del contenuto di atti d'indagine, e' evidente il carattere gravemente destabilizzante delle aggressioni verbali e dell'attivita' di delegittimazione preventiva''.

Per questo vi e' la ''conseguente necessita' di un intervento consiliare a tutela dei magistrati coinvolti e dell'indipendente esercizio della giurisdizione''. I consiglieri chiedono che alla pratica sia data una procedura d'urgenza.

Verso sospensione di Saccà. La Rai ha già avviato un'indagine, lo conferma il direttore generale Cappon. "Stamattina abbiamo compiuto alcuni passi procedurali, anche a garanzia dei singoli. Tutto è possibile, nulla è escluso, i tempi saranno abbastanza rapidi".

Repubblica.it - nella foto Agostino Saccà.

A Madrid si conferma la maldición di Marco Mensurati.



Un'altra trasferta calcistica di Marco Mensurati, sempre al seguito della Lazio, si trasforma in un'altra sconfitta dei biancocelesti di Lotito.

La maldición continua.

Nella foto lo stadio madrileno del Santiago Bernabeu.

Come demolire il mito di Luttazzi in quindici righe.



Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa anonima lettera che demolisce il mito del comico Daniele Luttazzi.

Oggi Repubblica mette in risalto la notizia che Luttazzi ha copiato la battuta su Ferrara dal comico americano Bill Hicks. Mi sembra che Repubblica arrivi a questa conclusione con una ventina d'anni di ritardo.Tutti sanno che Luttazzi copia ed è egli stesso a riconoscerlo, a dire di guardare tutti i programmi di satira americani per riproporli in Italia.Luttazzi non ha nemmeno il cognome di originale!Concedemi questa battuta per dire che chi conosce autori e artisti quali David Letterman, Bill Maher, Jon Stewart, Chris Rock, Richard Pryor, Lenny Bruce, Jay Leno, George Carlin, Eddie Murphy, Jerry Seinfeld, Robbie Williams, Larry David, ecc., sa benissimo quanto Luttazzi copi da loro.Se questo sia un reato non lo so, ma che Repubblica venga a dire che è una scoperta, mi sembra eccessivo.Luttazzi in realtà sarebbe perfetto come head writer di uno spettacolo di satira e dovrebbe trovare un front man degno che possa dire le sue battute, in modo da renderle veramente divertenti ... ma questo è un altro discorso. Saluti

mercoledì 12 dicembre 2007

L'ultima marachella di Giuseppe D'Avanzo.



Giuseppe D'Avanzo ne ha combinata un'altra delle sue. Ha ficcato il naso in certe carte e ha scoperto quanto segue:

Televisione e mercato dei senatori
Berlusconi indagato per corruzione
di GIUSEPPE D'AVANZO

Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e - seconda ipotesi di reato - per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati". Una storia che corre - circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere - sul filo di un telefono (intercettato) dell'alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E' una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un'evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all'estero di fondi neri.

La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o "fette di torta" che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse. Al centro dell'attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai).

Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un'inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell'ascolto telefonico. Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un'iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale.

Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d'amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in "Pegasus" bisogna far spazio a "un uomo di Berlusconi". Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare. E' a questo punto dell'indagine che emerge l'intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest'anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l'allontanamento dal consiglio d'amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni.

Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere "le dinamiche positive". Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono "i suoi consiglieri". Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo "Presidente". A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: "Sai, Bossi non fa che parlarmene...". Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. "E allora - dice Berlusconi - dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso". Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? "Socialmente - dice Berlusconi - mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero... e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare...". Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché "la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo". Promette Berlusconi a Saccà: saprò ricompensarla quando lei sarà un libero imprenditore come mi auguro avvenga presto...

Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l'esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell'interesse del "Capo". In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell'esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: "Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento". Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l'abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell'eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l'incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi.

Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l'arrivo di Pilello all'aeroporto di Roma; l'auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l'ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l'Oceania (al senatore Edoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L'elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l'intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.

Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d'incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L'uomo lo apostrofa così: "Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro". Randazzo rifiuta l'avance. L'altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: "Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto...". Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l'interrogatorio: "E' vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza". Al Senato un'assenza, con l'esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. "Una piccola assenza" è sufficiente perché, dice Berlusconi, "ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all'estero". Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E' un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un'altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero).

Durante l'investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell'impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E' l'accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l'associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.



Ed ecco la doppia pagina dedicata alla notizia:

L'Italia sotto Tir.



Si fa sempre più dannosa per l'italia la protesta degli autotrasportatori che scioperano da diversi giorni contro il caro gasolio e altro. Repubblica si sta organizzando al meglio per cercare di spiegare ai lettori cosa sta succedendo.

Nel giornale in edicola martedì 12, c'è un fondo in prima pagina a firma di Edmondo Berselli dal titolo "Il paese sotto ricatto".
All'interno le pagine però sono solamente due: in una ci sono i pezzi di Massimo Lugli, che traccia il commento politico da Roma, e di Carlo Brambilla che è andato nei supermercati milanesi a visionare lo stato degli scaffali.



Ma il pezzo forte è dell'inviato adriatico Jenner Meletti che è andato a Monselice a parlare con i camionisti che stanno bloccando l'accesso dei Tir dall'est. Il titolo del reportage, che parte già in prima pagina, è "Un buco nelle gomme ai camion dei crumiri". Nella foto qui sotto lo spazio che ieri Repubblica dedicava all'evento.



Nel numero in edicola oggi (che vedete qui sotto), il peso della notizia in prima pagina è maggiore. Il titolo forte è "L'Italia prigioniera dei Tir" e c'è una grande foto di una colonna di Tir che blocca un'autostrada.



Sempre dalla prima parte un fondo di Giovanni Valentini e un reportage di Paolo Berizzi da Milano che è andato a vedere lo stato delle code ai distributori.

All'interno del giornale le pagine dedicate alla nottizia sono (solo) tre. Domani siamo sicuri che aumenteranno. E ci sarà certamente un altro reportage, magari di Attilio Bolzoni dal sud.

A proposito di Sofri su Luttazzi. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.



Abbiamo ricevuto una lettera anonima a commento del pezzo di Adriano Sofri apparso ieri su Repubblica relativo alla decisione di La7 di licenziare il comico satirico Daniele Luttazzi.

Ve la proponiamo più che volentieri. Eccola:

Le posizioni di Sofri, sono ambigue come al solito: eloquio di prima grandezza e concetti labili e impalpabili come polvere. Il richiamo a Calvino nello specchio di fondo pagina è, poi, una macroscopica minchiata! In questi giorni, del resto, a proposito del caso Luttazzi, a sinistra è in atto una gara di cerchiobottismo: si stigmatizza ma si perdona; si richiamano in causa i pilastri della democrazia moderna ma ci si dissocia; si mostra benevolenza ma anche distanza; libertà ma "la comicità di Luttazzi non mi piace granchè". Niente da obbiettare: Luttazzi non lo puoi difendere se i tuoi principi sottendeno ad un veterocentrismo, cattocomunismo, post socio/demo/cristianoliberale (del cazzo, aggiungo io!). Luttazzi o lo ami o lo odi ed i commenti che si sono sprecati in merito alla faccenda lo dimostrano: "Luttazzi è osceno/Luttazzi è un Dio". La verità è che, aldilà della battuta, quella di Luttazzi è una mente finissima, di cultura superiore, d'intelligenza rara e preziosa, che ti costringe a rimettere continuamente in discussione i tuoi parametri morali. Il suo è un cinismo anarchico e liberatorio che ti obbliga ad un ragionamento continuo, a spostare il grado delle tue considerazioni sullo scibile umano sempre di una tacca in più. Non è conciliante, Luttazzi; non è un comico da Zelig. Non fa ridere? Parlate per voi: io alle battute di Luttazzi rido di gusto, anche, magari, dopo un attimo di spiazzamento. E'un ex punk fattosi adulto e si vede. Chi lo conosce, sa bene che quella su Ferrara è una bazzecola se confrontata con altre delle sue. La scusa del direttore di La7 non convince nessuno, neanche i peggiori detrattori (tipo Facci su Il Giornale). C'è dell'altro. O anche no. Chi lo sa. Ma in tal caso i metodi dei dirigenti di La7 hanno del mafioso: "Parlasti male della famigghia, fitusu!".E tutto questo l'articolo di Sofri non lo dice. Della posizione di un ex Lotta Continua su concetti di libertà d'espressione, volgarità, ecc., francamente si può fare a meno... ed anche, anzi soprattutto, delle mie.

martedì 11 dicembre 2007

Da Omero a Leopardi passando per Padoa-Schioppa. Un grandissimo Citati si scaglia contro il ministro delle finanze.







Memorabile pezzo di Pietro Citati oggi in prima pagina su Repubblica. Citati se la prende con il ministro Padoa Schioppa che ignora dell'esistenza di caciotte e pomodorini, Omero che permette a Buttiglione di divorarsi quotidianmente le mazzancolle, per finire con Teresa, la candida commercialista che rassicura Citati.

Ecco il pezzo in questione:

PERCHE' OMERO E LEOPARDI NON SONO FELICI DI PAGAR LE TASSE
di Pietro Citati

Conosco poco il ministro Tommaso Padoa-Schioppa. Ci siamo stretti qualche volta la mano, a Roma e ad Acquisgrana; e poi abbiamo taciuto, non sapendo cosa dirci. Mi ha sorriso. Ha un bel sorriso, che gli accarezza timidamente la superficie del viso, gli vela gli occhiali, si perde tra i capelli; e non riesce a penetrargli nel cuore, perché il cuore è abitato dalla malinconia. È delicatissimo e candido.
Non conosce la realtà: non sa che esistono i pomodori, gli zucchini, le caciotte, le bistecche di maiale; ed ignora cosa sia il danaro. Qualche tempo fa, ha pronunciato la frase più famosa della recente storia italiana: «Pagare le tasse è bellissimo».
Quando pago le tasse, al contrario di Tommaso Padoa-Schioppa, non sono felice. Credo che pagarle sia un atto doveroso, doloroso, fatale: mentre le paghi, le Parche tessono il loro filo ferrigno sul fuso. Bisogna pagare le tasse, per tenere aperte le scuole (sebbene la sinistra alleanza tra Luigi Berlinguer e Letizia Moratti abbia gettato le scuole italiane ad un livello lievemente superiore a quello del Mali, ma inferiore a quello del Ghana).
Bisogna pagare le tasse per far correre i treni (sebbene i treni siciliani, nei loro voli più folli, non riescano a superare i trenta chilometri all´ora). Bisogna pagare le tasse perché le automobili sfreccino sulle strade (sebbene le strade di Roma siano una sola, interminabile successione di buche). Bisogna pagare le tasse per assicurare le pensioni e l´assistenza medica e l´apertura dei musei e dei cimiteri e dei giardini pubblici e delle biblioteche rionali, e per mille altre ragioni, reali ed immaginarie, che i cittadini italiani conoscono molto meglio di me.
Sono, ahimè, un contribuente onesto: anche se volessi evadere le tasse non potrei, perché le dichiarazioni dei miei datori di lavoro formano, riunite insieme, un cappio così fitto attorno al mio collo che, se non le pagassi, mi impiccherei con le mie mani. Le pago prima possibile: a metà maggio e a metà ottobre, con lo stesso sentimento di uno che si leva un dente anzitempo, per tener lontano il dolore.
Il mio commercialista sta in piazza Tacito: una donna precisa, dolcissima e inflessibile, che si chiama Teresa, prepara i moduli. Il giorno prima dell’appuntamento, vengo assalito da una specie di torpore ed intontimento al capo, alle braccia, alle mani e ai piedi. L´occhio si oscura, l´orecchio non sente, la mano non palpa, la mascella cala sfiorando la parte superiore del petto. Penso ai miei carissimi libri, dai quali traggo la possibilità di pagare le tasse. Non sono io, ma Omero, Goethe, Leopardi, Kafka, Musil, Alice Munro, che finanziano lo Stato a mio nome.
E provo una sofferenza acutissima al pensiero che Omero e Alice Munro permettano all´onorevole Alessandra Mussolini di farsi fare gratis la messa in piega, all´onorevole Buttiglione di mangiare quasi gratis i moscardini e le mazzancolle, all´onorevole Diliberto di pronunciare gratis sciocchezze, e all´onorevole Massimo D´Alema di veleggiare, rapido ed elegante come un airone, tra le isole che tremiladuecento anni fa scorsero il viaggio disperato dell´ultima nave di Ulisse.
Non sono un uomo di sentimenti profondi; e la mia tristezza non dura mai a lungo. Il giorno fatale vado a Piazza Tacito, suono il campanello, entro nell´ufficio, firmo innumerevoli fogli di carta, e tre assegni; uno, enorme, per l´Irpef, uno più esiguo per l´Ici, e uno, esilissimo, per il commercialista. Consegno gli assegni nelle mani di Teresa; e in quel preciso momento, non so per quale ragione, il dolore si consuma e si volatilizza.
Torno a casa sollevato e quasi lieto. Penso che l´unica cosa bella del denaro non è accumularlo, né consumarlo, ma gettarlo via dalla finestra, come un uccello che ha appena appreso a volare. E poi, la testa dell´onorevole Mussolini ha davvero bisogno della sua messa in piega, lo stomaco dell´onorevole Buttiglione deve venire irrorato dai succhi dei moscardini e delle mazzancolle, l´onorevole Diliberto deve dire sciocchezze per la nostra gioia, mentre siamo lieti che l´onorevole D´Alema ascolti estasiato il canto delle Sirene, senza venire legato all´albero di Ulisse.
Provo una grande ammirazione per i ministri delle Finanze, le commissioni parlamentari, i legislatori, i tecnici del Ministero e dei Comuni e degli innumerevoli Enti e sovra-Enti e sotto-Enti, e per tous ces puissants qui nous gouvernent. Posseggono una fantasia inesauribile nell´inventare tasse: come oggi non conosce nessun romanziere o regista.
Prima c´è la trattenuta del venti per cento alla fonte: tassa quasi indolore, perché il cuore percepisce appena il vuoto lasciato nel conto corrente. Poi c´è l´immenso Irpef e l´Ici e la nettezza urbana e l´addizionale comunale e l´addizionale regionale e l´imposta per l´acquedotto del Fiora, che versa nei tubi della mia casa al mare una torbida acqua rugginosa; e poi tutte le piccole imposte, quando compro una matita, le lamette, il dentifricio, il sapone da barba, lo spazzolino da denti, l´inchiostro stilografico, la detestabile medicina.
Come tutti gli abitanti della Maremma, ho il privilegio di versare una tassa in più: quella per la Bonifica Maremmana. Settant´anni fa, il nonno dell´attuale onorevole Mussolini bonificò la Maremma: ora non ci sono più né paludi né zanzare: i maremmani non s´ammalano di malaria; eppure devo pagare una tassa per mantenere in vita i nipoti dei nipoti degli eroici bonificatori.
Infine, ci sono le tasse postume. Ogni anno, il ministero delle Finanze o l´assessore del Comune o il funzionario di qualche Ente o sotto-Ente si risveglia all´improvviso dal torpore e mi comunica minacciosamente che nel 2001 o 2002 o 2003 non ho pagato una tassa, e che devo pagarla ora, subito, maggiorata da spaventosi interessi di mora. Non ricordo più nulla. E telefono a Teresa, terrorizzato.
Sobria e tenera, Teresa mi assicura: «Non si preoccupi, signor Citati, Certamente sono loro che hanno sbagliato». Difatti, è uno sbaglio: non devo pagare nulla. Allora sorrido, mi guardo allo specchio, infilo il cappotto, esco di casa, fiero di vivere sotto la protezione del migliore dei ministri delle Finanze possibili, sotto il manto del migliore dei Governi possibili, nel migliore dei mondi possibili.

Daniele Luttazzi replica a Repubblica.



Al Direttore di Repubblica:

è disarmante vedere firme celebri annaspare di fronte alla satira e alla sua natura. Quello della volgarità, da sempre, è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira. Che sia chiaro una volta per tutte ( i furbastri più o meno interessati mi hanno un po' stufato ): la volgarità è la TECNICA della satira. Con questa tecnica, la satira esprime idee e opinioni. Censurare la satira ( in nome del cattivo gusto o di altri princìpi volatili e capziosi ) è censurare le opinioni. E' fascismo. Chi si attarda in disquisizioni sul buon gusto è un censore. Punto. L'unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione, calunnia. La satira è arte: o è totalmente LIBERA, o non è satira. Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta. Era questo il significato di quel monologo. Come volevasi dimostrare.

Daniele Luttazzi - www.danieleluttazzi.it

Il caso Luttazzi-La7: gran pezzo di Adriano Sofri oggi su Repubblica.



Cliccando sulla foto la vedrete ingrandita e quindi, con un po' di pazienza, dovreste riuscire a leggere il pezzo in questione.

La scomparsa di Denise Pipitone: svolta nelle indagini. Fermento tra i siculi di Repubblica.



C'è un pentito che accusa la zia della piccola. Oggi saltano fuori anche due cugini, indagati pure loro. Insomma, sulla vicenda legata alla scomparsa della piccola Denise Pipitone a Mazara del Vallo tre estati, fa c'è fermento. Lo stesso fermento che ha investito la redazione palermitana di Repubblica che ha sguinzagliato a Marsala due inviati: Francesco Viviano e Alessandra Ziniti. Nelle due pagine dedicate a questa triste vicenda c'è anche un pezzo di Salvo Palazzolo.

E' nato tutto da questi 50 secondi di televisione.

Querelle Luttazzi-La7: Giuliano Ferrara entra a gamba tesa inviando una lettera a La Repubblica.





Nella querelle Luttazzi-La7, ecco l'inattesa entrata a gamba tesa di Giuliano Ferrara che scrive una lettera a Repubblica, che noi qui di seguito riportiamo nella versione integrale:

"Era satira, ma un limite ci vuole"
di GIULIANO FERRARA

Caro Direttore, quella di Luttazzi su di me era satira, su questo non ci piove. Letta la frase in cui venivo messo oniricamente in una vasca e trattato come una latrina, per tirare fuori una pacifista antiamericana dallo smarrimento di fronte a una espressione per lei crudelmente surreale di Berlusconi ("ero contrario alla guerra in Iraq"), in un primo momento ho pensato che fosse una forzatura miserabile per tirarsi d'impaccio in un programma non particolarmente baciato dal successo e dallo scandalo. Ma non è così. La satira è un prodotto di ideologia e cultura, procede dai libri alla strada al palcoscenico in modo circolare. L'immaginario di Luttazzi, come lui dice, è Abu Ghraib e Ruzante, quella è per lui la cornice dello sketch a me dedicato (e anche ai miei compagni di latrina).

D'altra parte non sono forse una specie di Petraeus all'amatriciana? Esiste una satira cruda e coprolalica, che si è espressa e si esprime, con risultati migliori o peggiori, in tutte le lingue, in molte situazioni e in molti regimi politici, antichi e moderni.

Dunque era satira. Lui non sarà Aristofane o Molière, ma era satira.

Perché allora, visto che sono sempre stato difensore della libertà di satira, ho approvato la sospensione del programma di Luttazzi, e in particolare la motivazione del comunicato e delle successive dichiarazioni di Antonio Campo Dall'Orto, il dirigente libertario e frecceriano de La7 che si è sentito tradito dall'uso irresponsabile della libertà concordata anche contrattualmente tra la sua emittente e il comico? Me lo sono spiegato così come segue, e penso sia utile comunicarlo pubblicamente ai lettori o più genericamente al pubblico.

Il fondamento di una democrazia ormai sfasciata e sgangherata come la nostra è questo: Dio è relativo, è un culto privato, invece la libertà assoluta, è l'unico culto pubblico ammesso. E' noto che non sono d'accordo con questa impostazione e che penso sia vero il contrario. Ci sono criteri di valore e di vita non negoziabili, e pubblici per definizione anche al di là della fede religiosa o civile confessata, e invece la libertà, che prediligo e vorrei la più ampia possibile in ogni situazione della mia esistenza e di quella degli altri, è relativa. Culturalmente non sono spinoziano, sono cattolico romano. E' dunque naturale che io la pensi così. "Che c'entra?", direte. C'entra, c'entra.

Perché ogni discussione sulle esperienze limite, e l'esercizio crudele della satira è una di queste esperienze, è una discussione sulla libertà e sui termini del suo esercizio. Il comunicato de La7 ha fissato un limite, e la società vive anche di limiti. E' culturalmente la stessa cosa di un divieto alla produzione sperimentale e assassina di embrioni, ha lo stesso valore linguistico pur trattandosi in questo caso di faccende per fortuna effimere.

Non ho mosso un dito e nemmeno uno straccio di avvocato, non ho nemmeno corsivato alla mia maniera, quando Luttazzi ha portato in decine di teatri off off Broadway una definizione di "Giulianone" come del "residuo di sperma e cacca lasciato sul lenzuolo dopo un rapporto anale". Se sbiglietti in un teatro e la gente decide di venirti a vedere, lo puoi fare, e se a qualcuno non piacesse essere definito come sopra avrebbe al massimo il diritto di chiedere a un giudice una sanzione, posto che la ottenga, o di schiaffeggiare Luttazzi in pubblico o di denunciarne il linguaggio.

Un mio amico americano dice: c'è la libertà di guidare, anche a trecento all'ora in una pista riservata a un pubblico pagante, ma in autostrada esistono limiti. In una tv generalista, insomma, è diverso. C'è per esempio un problema di coesione commerciale.

La tv, come i giornali, è uno spazio in cui gli editori investono, e giornalisti e artisti praticano quello spazio contro pagamento di una mercede e devono praticarlo conoscendone i confini, sapendo, come dico da anni, che la loro libertà è relativa, che sono tecnicamente indipendenti ma sono dipendenti in senso stretto o soggetti, quando lavoratori autonomi, a un rapporto coordinato e continuativo che ammette la possibilità contrattuale di essere sciolto da chi investe e paga e ha il problema, non commerciale ma anche commerciale, di tutelare la propria identità di fronte al pubblico e agli inserzionisti.

Questo vale per Luttazzi e per il suo rapporto con La7 e i suoi spettatori, come dovrebbe valere per quei furbetti "de sinistra" e "de provincia" di Santoro & C., i quali danno per ore la caccia al funzionario Rai di turno (Del Noce? Saccà?) sputtanandolo come assassino di Enzo Biagi con i complimenti, i denari, e le marchette apposte alle loro buste paga dalla ditta che inquisiscono. Sgradevole e forse spregevole uso privato, non dirò "criminoso" perché non ho l'autorevolezza televisiva o bulgara di Berlusconi, del mezzo pubblico e televisivo in genere.

Il problema della libertà in Italia, come hanno spesso notato Aldo Grasso e Francesco Merlo, e con ragione, è proprio questo. Vogliono tutti fare Lenny Bruce, ma non vogliono vivere e morire nella gloria dell'outsider emarginato, alcolizzato e cirrotico, vogliono farlo con l'assistenza pubblica e privata del mercato televisivo per famiglie, possibilmente in prima serata, e con l'ulteriore assistenza del mercato della politica, che li fa deputati al primo segno di martirio. Ricchi e potenti perché liberi.

Nel caso del furbissimo Benigni, adesso aspirano anche alla vita eterna con il timbro di Sua Eminenza Reverendissima Tarcisio Cardinal Bertone. In America, che è una democrazia costituzionale under God più autorevole della nostra, non si fa così. Quando sgarri, te ne vai secondo regole di mercato e di etica pubblica convenzionale, e nessuno ti verrà a molestare se eserciti il massimo della libertà a spese tue e del tuo pubblico.

Questo tipo di libertà controassicurata, comunque, mi fa un po' ridere. E' la sanzione di un paese che non ha establishment, la cui grottesca rovina politica è cominciata nelle procure alla Tonino Di Pietro e alla Forleo, a loro modo eroi di satira televisiva anch'essi, ed è continuata con il clamoroso successo di pistaroli e demagoghi che invece di sbigliettare e faticarsi la libertà relativa di cui tutti godiamo, e facciamo l'uso che crediamo, chiedono e ottengono la libertà assoluta del prime time televisivo a una borghesia e a un sistema politico che non hanno più alcuna autorità, severità, ironia, significanza.

Insomma. Se il mio editore televisivo fissa nella responsabilità televisiva un limite alla libertà di satira io sono contento, mi spiace solo che per farlo si debba ricorrere al canone secondo cui quella di Luttazzi non è satira, il che non è vero anche se in un primo momento ho equivocato leggendo il testo delle sue parole fuori del loro contesto drammaturgico e della loro legittima cornice ideologica (per me, ovviamente, un pochino ributtante). Se la sospensione del programma serve a far discutere di questo, io sono contento. Se Luttazzi torna in onda su La7 dopo che questa discussione si è svolta, e ricomincia, sono contento. Se lui e Campo Dall'Orto volessero venire a parlarne a "8 e mezzo", quando desiderino, sarei contento.

Come vedete, sono molto contento. Sono contento anche della passione che il Manifesto, quotidiano comunista e dunque tribuna satirica fin nella testata, mette nella alta trattazione culturale del caso Ferrara-Luttazzi & Cacca.

Sarei anche molto contento, ancora più contento, se accettasse l'idea che si deve ridere del patriarcalismo autoritario degli islamici o imbastisse nelle sue dense pagine difese così sofisticate della libertà di satira nel caso in cui un comico di destra prendesse Rossana Rossanda, la mettesse in una latrina e la trattasse come sono stato satiricamente trattato io. Non dubito che i colleghi comunisti sarebbero inflessibilmente coerenti con i loro principi.