lunedì 31 marzo 2008

Paiolo d'Oro ex aequo a Pinna e a Lugli per i fatti di Gavoi.



Meritato Paiolo d'Oro ex aequo per il corrispondente dalla Sardegna Pier Giorgio Pinna e per l'inviato a Gavoi (Nu) Massimo Lugli che da tre giorni ci raccontano per filo e per segno com'è stata uccisa Dina Dore.

Luigi Bolognini ci riprova con i concerti.



Il milanese di Sondrio Luigi Bolognini ci prende gusto a recensire i concerti. Stavolta Castaldo e C. gli affidano il concerto dei Pooh (sai che concertone) da Mantova.

La tragedia all'autogrill di Asti: i lustrini se li prende Crosetti ma il culo se lo fanno Zancan e Gulotta.



Apertura di giornale dedicata alla tragedia di Asti in cui ha perso la vita l'ultrà del Parma Matteo Bagnaresi.

In prima pagina c'è un commento del torinese Maurizio Crosetti ma sul posto è volato il suo collega meno noto Niccolò Zancan. A Parma invece, a raccogliere i commenti di una città sconvolta dal lutto, c'è andato Carlo Gulotta. A margine, pezzi di Bianchi e Berizzi.

venerdì 21 marzo 2008

PazzoPerRepubblica chiude per una settimana. Buona Pasqua a tutti i feticisti.



Amici feticisti di Repubblica, la redazione di PazzoPerRepubblica va in vacanza quattro giorni. Tornerò a riaggiornare questo blog alla fine della prossima settimana.

Mi raccomando, acquistate sempre la vostra copia di Repubblica. In qualunque posto della terra voi siate.

Continua la gita in pullman di Paolo Griseri. Oggi Lodi.

Il tour elettorale di Walter Veltroni ieri ha fatto tappa a Lodi. Il sedile riservato a Repubblica era occupato da Paolo Griseri.

giovedì 20 marzo 2008

Il reportage da Bagdad della "embedded con le palle" Francesca Caferri.



NEL BUIO DI BAGDAD CINQUE ANNI DOPO
dal nostro inviato Francesca Caferri "EMBEDDED" con la terza divisione di fanteria dell'esercito statunitense

Neanche di notte Bagdad sembra una città normale. Spente le insegne, svuotate le strade, pochi soldati rimasti a pattugliare i check point, sono le luci a raccontare la storia della capitale irachena. In molte zone quasi non si vedono: la notte è buia come quelle africane. In altre il rumore delle migliaia di generatori è un sottofondo costante, piccolo scotto da pagare, per chi se lo può permettere, per avere radio e televisione accesa. La luce, quella per tutti, a Bagdad manca dal 20 marzo del 2003, quando i primi missili americani cominciarono a colpire la città, segnando l'inizio della guerra. Oggi l'unico punto dove l'elettricità non manca mai è la Zona Verde, che con le ambasciate, la sede del governo e il parlamento illuminati a giorno 24 ore su 24, ricorda a tutti dove sta il potere in Iraq. Sono passati cinque anni esatti dalla notte in cui quel primo missile colpì Bagdad e l'incubo, per l'Iraq, è tutt'altro che finito. A capirlo ci vuole poco. Nelle vie della capitale, come nel resto del paese, i soldati americani si spostano armati fino ai denti anche per tragitti minimi. I convogli delle compagnie private di sicurezza percorrono le strade a tutta velocità, spesso con le armi che vengono fuori dai finestrini: la gente appena li vede arrivare accosta per non essere travolta.

Ovunque si sentono lamentele per la mancanza di personale specializzato in scuole e ospedali: chi ha potuto è fuggito all'estero. "È andata così, questa è la nostra storia. Non ci piace, ma ci è toccata in sorte e non possiamo cambiarla", dice lo sceicco Naana Abaad Karqaz quando gli si chiede cosa pensi della ricorrenza di oggi: 38 anni, statura imponente, occhi chiari, quest'uomo non fa nulla per nascondere la perplessità nei confronti dell'intervento di cinque anni fa. Eppure sono persone come lui a rendere l'anniversario meno amaro per le migliaia - più di 160mila - di soldati americani ancora in Iraq.

Karqaz è il capo del villaggio di Manari, nella provincia di Arab Jabour, una sessantina di chilometri a sud di Bagdad. Per lui oggi è una giornata speciale: dopo settimane di incontri, richieste, promesse e giuramenti è arrivato il momento di ufficializzare la collaborazione del suo villaggio con gli americani. Karqaz ha accompagnato di fronte ai soldati gli uomini della sua zona in cerca di lavoro, garantendo per loro: fra di essi verranno selezionati coloro che entreranno a far parte dei gruppi della Sahwa, il Risveglio, le milizie sunnite finanziate dagli americani e dal governo iracheno per combattere coloro che, a colpi di bombe, continuano a insanguinare l'Iraq. E su gruppi come questi che si è basata la strategia di David Petraeus, comandante americano nel paese, per vincere una guerra durata troppo a lungo: spezzare l'alleanza fra i sunniti ed Al Qaeda, portare i primi dalla parte degli Usa a colpi di dollari è stata - insieme alla decisione di Bush di aumentare i soldati in Iraq e alla tregua dichiarata dagli sciiti di Moqtada al Sadr - l'intuizione che ha consentito a Petraeus di far diminuire la violenza in Iraq e di guadagnarsi la fama di uomo della svolta.
Una fama, dicono molti, che presto potrebbe portarlo a Washington.
Per aderire al progetto della Sahwa a Manari sono arrivati in 300, dai 15 ai 45 anni: per ore se sono rimasti seduti nel cortile di una casa in attesa di essere intervistati e di vedersi registrare le impronte delle mani e della retina. "Vogliamo collaborare con gli americani per portare sicurezza nella nostra zona - dice Karqaz - solo così poi riapriranno le scuole, ci sarà lavoro e riusciremo a ripartire". Sulla violenza che per anni ha insanguinato la sua zona e sulla possibilità che fra gli uomini seduti fuori ci siano i responsabili di attacchi contro americani e stranieri, lo sceicco glissa: "Non siamo stati noi. Erano stranieri. Non potevamo fermarli perché ci avrebbero ucciso", dice. Ma probabilmente sa di mentire: a fine giornata due degli uomini del cortile verranno portati via in manette, perché ricercati per un attentato che ha ucciso militari iracheni.

"Sappiamo bene che stiamo collaborando con persone che fino a qualche mese fa ci combattevano - spiega il colonnello Lillibridge, comandante terzo battaglione della 101sima divisione, stanziato nella zona di Manari - ma oggi non abbiamo scelta, né noi né loro".
A giudicare dalla zona intorno a Manari, nonostante i tanti problemi ancora presenti, la scommessa sta funzionando: i check point degli uomini della Sahwa hanno fatto diminuire le esplosioni di mine artigianali, a lungo l'arma più mortale della rivolta contro gli americani, da pochi giorni una cisterna ha sostituito il canale come fonte principale di acqua potabile per la gente del villaggio e sono arrivati i finanziamenti per rimettere su la scuola del villaggio, chiusa da anni. La stessa cosa, lentamente, sta accadendo in molte zone del paese: nella provincia di Anbar, una volta una delle zone più sanguinose dell'Iraq, nel nord, e a Bagdad, dove gli investimenti americani, in termini di soldi e di uomini, sono stati maggiori.

"È un processo lento, ma sta funzionando", sostiene il colonello Lillibridge. Alla sua terza rotazione in Iraq, quest'uomo deciso ma gentile ha uno scopo ben preciso: evitarne una quarta. Lo dice scherzando, e poi spiega: "Dobbiamo impegnarci a fare sì che siano gli iracheni a prendere in mano la situazione: quello che possiamo fare noi è guidarli, sostenere i primi passi, ma poi devono essere in grado di agire da soli".
Se e quanto questa tattica possa durare nel lungo periodo è ancora tutto da vedere: i miliziani della Sahwa potrebbero tornare sui loro passi in ogni momento e tutti, da Petraeus in giù, sanno che da soli questi uomini non bastano e solo un cambio di politica a livello nazionale potrebbe far davvero voltare pagina all'Iraq.

Il traguardo però sembra sempre lontanissimo: solo due giorni fa una conferenza di riconciliazione fra i partiti - l'ennesima - è fallita prima ancora di iniziare per l'assenza dei più importanti rappresentanti sunniti e l'appello del premier Al Maliki - "questa è la nostra unica ancora di salvezza" - è stato accolto dalla gente con scetticismo. Tutti qui sanno che se le violenze sono diminuite è anche perché il paese è ormai rigidamente diviso in zone sciite, sunnite e curde: le occasioni di incontro, e di scontro, fra i gruppi diversi sono calate in modo drastico per effetto della pulizia etnica degli ultimi anni che ha spinto le famiglie a rifugiarsi vicino a quelle della stessa religione o etnia. Questo è evidente soprattutto a Bagdad, dove la gente parla con nostalgia della vecchia città aperta e cosmopolita uccisa da Saddam prima e dalla guerra poi.

Oggi, fra i giovani soprattutto, non resta che diffidenza e voglia di fuga. "La mia famiglia si è spostata a vivere in una base americana vicino l'aeroporto - racconta Sara, 23 anni, da quattro interprete per l'esercito Usa - se sapessero cosa facciamo per vivere ci ucciderebbero tutti. Di amici non ne ho più perché non potrei raccontare loro la verità. Il mio unico sogno è lasciare questo paese e andare a vivere in America, dove c'è libertà". Frase ironica, se si pensa che Sara lavora per chi cinque anni fa la libertà aveva promesso di portargliela a casa.

(20 marzo 2008) - La Repubblica

Quasi quasi lo pubblico su UTube.



Filippo Ceccarelli ha sentito parlare di YouTube. L'ha sentito pronunciare ma non l'ha mai visto scritto. Tanto è vero che all'interno del suo pregevole pezzo sugli "strappi" uscito nei giorni scorsi lo ha scritto UTube.
Pronuncia uguale, dicitura inesistente.

Fabio P. - Bergamo

mercoledì 19 marzo 2008

Paolo Rossi, dalla Formula Uno al nuoto come se niente fosse.

Paolo Rossi, che non è il giocatore ex campione del mondo, ma neanche il comico, ma solamente il "jolly sportivo" di Repubblica, fino a lunedì era a Melbourne a seguire il primo gran premio di F1 dell'anno, oggi lo troviamo a Eindhoven, Olanda, a scrivere dei campionati europei di nuoto.

Paolo, sei proprio un jolly.

Disordini a Mitrovica. Mai occasione fu più ghiotta per il nostro "inviato de guera".



L'inviato de guera Renato Caprile era lì che scalpitava. E così ieri è partito per Kosovska Mitrovica, Kosovo, per scriverci di ciò che sta accadendo tra i manifestanti di etnia serba e le forze dell'Onu.

Gajardo, Renato.

martedì 18 marzo 2008

Il ritorno in pompa magna di Fabrizio Ravelli.

Riecco una delle colonne di Repubblica: il milanese Fabrizio Ravelli che se ne va a Londra a raccontarci l'apertura di una bottega biologica da parte del principe Carlo.

Il pullman di Veltroni: scende la Longo e sale Griseri.



Su e giù dal pullman di Walter Veltroni che ieri è arrivato ad Alessandria. Per Repubblica, per una Alessandra Longo che se ne va, ecco un Paolo Griseri che viene.

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla carneficina di Bolzaneto e non avete mai osato chiedere.



Ve lo dice lo strepitoso pezzo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica di oggi.

Eccolo.

Le violenze impunite del lager Bolzaneto
di GIUSEPPE D'AVANZO


C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008) - La Repubblica

domenica 16 marzo 2008

Le inchieste della dolce Concita.

Chi meglio di lei poteva andare a Genova a scrivere sul caso degli aborti clandestini?

Qui il pezzo.

Se Repubblica è una miniera, salutiamo con simpatia i minatori nascosti Franco Zantonelli e Guido Gomirato.

Nella miriade di giornalisti, inviati, corrispondenti e collaboratori di Repubblica è bello, ogni tanto, trovare dei pezzi firmati da gente che di solito sta nell'ombra e ogni tanto ha il suo giorno di gloria. Oggi, per esempio, è toccato a Franco Zantonelli, collaboratore elvetico di Repubblica, che ci scrive un pezzo da Berna, e di Guido Gomirato, presunto tifoso interista ma già addetto stampa dell'Udinese Calcio, che ha scritto la cronaca di Udinese-Lazio di sabato sera.

Dottor Sannucci e mister Corrado: in poche ore dal Flaminio all'Olimpico.

Dottor Sannucci ieri sera era all'Olimpico a fare le pagelle di Roma-Milan, Poche ore prima, il suo alter-ego mister Corrado era allo stadio Flaminio a seguire la storica vittoria dell'italia contro la Scozia nel Sei Nazioni di rugby.

L'interista Gianni Piva torna ad Appiano Gentile.

Dopo l'esilio dalla Champions League, l'interista di Repubblica Gianni Piva è tornato a scrivere sui nerazzurri andando a seguire, ieri, l'allenamento degli uomini di Mancini ad Appiano Gentile.

Luigi Bolognini in concerto ad Alessandria.

Il nostro amico Luigi Bolognini (ci sentiamo di frequente) si è reso protagonista ieri delle pagine musicali di Repubblica andando a sentire il concerto di Gianni Morandi ad Alessandria.

Come mai Bolognini? Morandi non è così importante da mandarci Ernesto Assante, Gino Castaldo o Carlo Moretti?

Sta a vedere che salta fuori che Bolognini è parente di Morandi o ha degli zii ad Alessandria.

E il torinese Meo Ponte rispuntò a Perugia per il caso Meredith.

Torna alla ribalta il caso dell'uccisione dell'inglese Meredith Kercher avvenuto mesi fa a Perugia. E' spuntata fuori improvvisamente una borsa sporca di sangue e dentro c'era l'inviato di Repubblica Meo Ponte che puntualmente ci ha fatto la cronaca dell'accaduto.

Meo, a quando l'uscita del libro sul caso Meredith? Dai forza che se lo pubblichi fai un sacco di soldi! Oops, che stupidi! Stai aspettando che trovino il colpevole.

sabato 15 marzo 2008

Caos nel Tibet: il reportage dell'estremorientalista di Repubblica Raimondo Bultrini.



Dall'inviato di Repubblica Raimondo Bultrini.

DHARAMSALA (INDIA) - Le notizie che giungono a Dharamsala dalla capitale tibetana Lhasa sono sempre più allarmanti. Se fino a ieri polizia ed esercito cinese avevano adottato una tattica di repressioni mirate, oggi le truppe sono state impiegate in tutto il distretto cittadino e altre sono in arrivo con la nuova linea ferroviaria da Pechino e Golmud destinata - nei progetti - a portare "ulteriore progresso".

Attraverso le organizzazioni degli esuli abbiamo potuto avere alcuni contatti di fonti non solo del dissenso, ma anche di stranieri e cinesi che lavorano in diversi progetti governativi. Riferiscono testimonianze agghiaccianti di sparatorie dalle auto in corsa contro manifestanti e semplici cittadini tibetani incontrati al loro passaggio. Il numero delle vittime varia dai dieci morti denunciati dai media cinesi e dalle autorità (quasi tutti commercianti, titolari e dipendenti di alberghi) ai cento accreditati dallo stesso governo tibetano in esilio.

La polizia ha dato tempo ai rivoltosi di consegnarsi entro la giornata di lunedì, promettendo un trattamento di favore. Vuol dire che dopo l'ultimatum la situazione peggiorerà ulteriormente.

Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.

"In realtà il governo mostra solo ciò che vuole", ci hanno detto diversi familiari di residenti con i quali abbiamo parlato a Dharamsala. La televisione nazionale del partito trasmette senza censure le immagini delle rivolte nell'intento affatto nascosto di mostrare il volto violento di questo popolo che distrugge negozi, auto, strutture pubbliche, uccide cittadini inermi e ferisce i poliziotti. Ma l'esasperazione - da quanto risulta ormai chiaro dalla reazione che coinvolge ogni strato della società tibetana - era ormai alle stelle.

Ieri è emersa dalle conversazioni con numerosi tibetani a Dharamsala e al telefono da Lhasa che tra i motivi scatenanti della protesta c'è stata la decisione degli Stati Uniti di declassificare la Cina nell'elenco dei paesi che violano i diritti umani. La concomitanza con i 49 anni della mancata insurrezione del 59 contro le truppe di Pechino e l'approssimarsi delle Olimpiadi ha convinto molti monaci e giovani ad utilizzare il possibile impatto mediatico per mostrare al mondo ciò che davvero sentono e pensano i tibetanti dopo 60 anni di occupazione.

Per il secondo giorno consecutivo centinaia di residenti del villaggio di Nyangra a 50 chilometri dalla capitale sono scesi in strada per protestare contro la repressione dei monaci di Sera, uno dei più grandi monasteri del Tibet. Dopo il tentato suicidio di due religiosi (vedi le foto di Lobsang Kelsang e Lobsang Damchoe) di un altro centro monastico, Drepung, che lottano tra la vita e la morte, un terzo monaco di Ganden si è dato alle fiamme e non è sopravvissuto.

Ancora incerte le conseguenze di altre manifestazioni nelle regioni lontane dal Tibet centrale dove si trova Lhasa. Di certo la gente è scesa in piazza a Shigatse, sede del grande monastero di Tashilungpo del Panchen lama, la seconda figura del buddhismo tibetano dopo il Dalai. L'importanza di Shigatse è legata a uno dei più gravi motivi di risentimento dei tibetani verso le autorità cinesi. Il Panchen insediato a Tashilungpo infatti è stato scelto dai cinesi dopo aver fatto sparire nell'ormai lontano 1995 un bambino di appena cinque anni considerato la vera reincarnazione dal Dalai lama e dagli abati del monastero.

Non è però il solo "reincarnato" deciso a tavolino dal partito: con una nuova legge ogni cosiddetto Buddha vivente deve essere sottoposto al vaglio politico dei dirigenti comunisti, e i tibetani hanno temuto di vedersi privare anche dei maestri spirituali che avevano finora alleggerito la pesantezza della condizione di servi e prigionieri dei nuovi padroni nel loro stesso paese.

L'altra regione strategica dove dilagano le rivolte è Pashu, nel Kham, una regione di confine abitata da fiere tribù guerriere e molto devote al buddismo. Le notizie giunte tra i profughi in esilio sono di un impressionante movimento di truppe che hanno bloccato tutte le strade d'accesso al distretto.

Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione. Se da una parte sono entusiasti della rivolta dei loro fratelli e parenti, dall'altra temono che i rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora. Già giungono voci di retate e arresti notturni nelle abitazioni dei tibetani sotto osservazione o riconoscuti durante le manifestazioni.

Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza, ma è ormai chiaro che la situazione è sfuggita di mano a tutti. Da sempre una grossa fetta della popolazione non riusciva ad accettare la posizione non violenta assunta dal leader spirituale, soprattutto perché il controllo e la repressione si accompagnava a una situazione economica disastrosa per la grande maggioranza dei tibetani. Gran parte dei posti di lavoro va infatti da mezzo secolo ai nuovi arrivati cinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione. Invece di assumere tibetani, dei quali non si fidano, richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina. Negli ultimi anni il business con l'arrivo massiccio di turisti dall'Occidente è cresciuto enormemente, e per evitare contatti troppo diretti tra dissenzienti e stranieri in quasi ogni monastero sono stati collocati falsi monaci e lama istruiti dal partito. Lo stesso Dalai lama nel suo ultimo discorso aveva sottolineato le "massicce violazioni dei diritti umani" nel suo paese, e non aveva cercato di dissuadere i giovani tibetani partiti in marcia da Dharamsala il 10 marzo scorso per raggiungere il confine cinese in occasione delle Olimpiadi.

Dopo quattro giorni la polizia indiana, su ordine del governo preoccupato per le possibili crisi di relazioni con la Cina, li ha fermati e arrestati. Ma lunedi prossimo ne partiranno altri 44, già pronti a raggiungere la città dove sono detenuti i loro compagni.

(15 marzo 2008) - La Repubblica

La par condicio dei sessi di Alessandra Longo.

Mi scrive il lettore Roberto C.

"Oggi ho scritto ad Alessandra Longo, che ha parlato di Veltroni da Lugano: ha citato tre candidati maschi chiamandoli per cognome, e una candidata chiamandola per nome... ma non ci dovrebbe essere una par condicio dei sessi?".

venerdì 14 marzo 2008

Ecco il blog di Benedetto Ferrara.



Su segnalazione del nostro fido collaboratore Andrew, segnaliamo il blog di Benedetto Ferrara, giornalista di Repubblica esperto di Fiorentina e di Moto Gp.

Il blog di Ferrara, che si chiama semplicemente Rock&Gol, parla di calcio, di musica, di vita, di noi e delle nostre passioni.

Lo trovate a questo link:http://ferrara.blogautore.repubblica.it

Grazie ad Andrew per la segnalazione. A proposito: Andrew, fatti sentire!!! Scrivimi una mail ogni tanto.

Inviati per sport.

Giuseppe Calabrese è stato a Liverpool a seguire Everton-Fiorentina di Coppa Uefa, sempre in sostituzione di Benedetto Ferrara che ha fatto le moto dal Qatar lo scorso weekend e che quindi necessitava di riposo.

Due addirittura gli inviati a Melbourne per la prima della Formula Uno: Stefano Zaino (che così si perde la Sampdoria) e Paolo Rossi.

Alessandra Longo continua a pirlare a bordo del Veltronibus.

Ieri ha scritto da Verona. Oggi scriverà da Bergamo?

mercoledì 12 marzo 2008

L'Inter esce dall'Europa. Gianni Piva esce dall'Inter.



Più che l'uscita dalla Champions, nella redazione nerazzurra di PazzoPerRepubblica ha fatto scalpore la totale assenza di pezzi scritti dall'interista di ferro Gianni Piva, il più esperto giornalista di Repubblica in fatto di cose nerazzurre.

Infatti le sciagure interiste ce le hanno dovute raccontare i due milanisti Enrico Currò e Andrea Sorrentino e il gobbo (pentito) Maurizio Crosetti. Siamo certi che tuti e tre avranno riso sotto i baffi, scrivendo i rispettivi pezzi.

I casi sono due. O Piva non sta bene o Enrico Currò è così potente all'interno della redazione sportiva di Repubblica (chiedere a Licia Granello) che si è voluto prendere anche la cronaca dell'Inter in Champions League.

Aggiungi un posto sul pullman che c'è un Alberto (Statera) in più.

Il tour elettorale di Walter Veltroni arriva in una terra calda come il nord-est dei leghisti incazzati e i posti sul pullman vanno a ruba. A Udine (ieri) e a Vicenza (oggi) la fa da padrona Alessandra Longo che ormai conosce i sedili del pullman veltroniano come le sue tasche. A Vicenza, però, su quel pullman c'è salito anche uno dei nordestaioli di Repubblica: Alberto Statera.

martedì 11 marzo 2008

Gabriele Romagnoli scivola sul sesso.

Perfino Gabriele Romagnoli si autocensura. Nella sua rubrica su R2 di oggi cita il dialogo finale di “Eyes wide shut”. Lui: “Che cosa dobbiamo fare?”. Lei: “Sesso”. In realtà, con la sua espressione soave, Nicole Kidman diceva una cosa diversa: “Scopiamo”.

Fabio P. - Bergamo

domenica 9 marzo 2008

Un corrispondente e un inviato a Madrid per le elezioni politiche. Però uno dei due poteva fare un salto a Mondragòn.

Le elezioni politiche spagnole sono molto importanti, questi è indiscusso. Infatti a Repubblica hanno pensato bene di dare una mano al corrispondente abituale Alessandro Oppes, inviando nella capitale iberica anche Guido Rampoldi, esperto di politica estera.

Poi però c'è stata l'uccisione dell'ex deputato socialista nei Paesi Baschi, a Mondragòn.

Sappiamo che sarebbe stato logisticamente difficile mandare uno dei due in terra basca, ma un tentativo lo si poteva fare. In fondo, da Madrid a Mondragòn ci saranno tre ore di macchina. Vero Oppes?

Alessandra Longo riammessa sul pullman di Veltroni.

Erano parecchi giorni che Repubblica snobbava il tour elettorale di Walter Veltroni. Oggi, nella tappa di Treviso, Alessandra Longo decide a sorpresa di rimonatre sul pullman del PD. Era troppo importante questa tappa nella terra dello sceriffo Gentilini,non si poteva restare giù dal pullman.

PazzoPerRepubblica ringrazia L'Altrolato e i 600.000 ascoltatori di Radio Due.

Come ormai saprete tutti, ieri PazzoPerRepubblica è stato ospite in diretta su Radio2 alla trasmissione L'Altrolato di Federico Taddia.

Per noi è stata una bella esperienza e l'occasione di farci conoscere dai circa 600.000 ascoltatori medi che L'Altrolato raccoglie a quell'ora.

Vogliamo quindi ringraziare Federico Taddia e Claudia Ceroni per l'opportunità che ci hanno offerto.

Vi ricordiamo che a giorni sarà disponibile sul sito de L'Altrolato la registrazione della trasmissione. Sarà nostra premura ricordarvelo. Così tutti quelli che si sono persi la diretta potranno riascoltare la voce di PazzoPerRepubblica che risponde alle domande sul blog dei feticisti di Repubblica.

giovedì 6 marzo 2008

Pazzo Per Repubblica sarà ospite in diretta sabato mattina su Radio2.

La settimana scorsa mi ha chiamato Claudia Ceroni, giornalista di Radio2, per invitarmi in diretta alla trasmissione L'Altrolato.

L'Altrolato è un programma di Federico Taddia (collaboratore di Fiorello) scritto, appunto, con Claudia Ceroni, che indaga ed esplora il "lato b" delle persone.

Federico e Claudia un bel dì sono incappati su PazzoPerRepubblica e ne sono rimasti affascinati. Ed è scattato l'invito in diretta alla trasmissione.

L'appuntamento è quindi per sabato 8 marzo dalle 9,30 alle 10,30 sulle frequenze di Radio2.

Io e Federico sfoglieremo La Repubblica di sabato e la commenteremo insieme. E poi si parlerà del blog in generale, e dei vari giornalisti di Repubblica che, per un motivo o per l'altro, sono stati protagonisti di questo blog.

Quindi tu, giornalista di Repubblica che ci stai leggendo in questo momento, sappi che sabato si potrà parlare anche di te. Occhio a non scivolare in gaffe, errori e refusi da qui a sabato.

Toh! Chi si rivede. L'inviato "col lutto" Daniele Mastrogiacomo.



Noi di PazzoPerRepubblica lo ricordiamo come "inviato col lutto" nel Libano della guerra dell'estate di due anni fa, quando morì suo padre mentre lui era bloccato a Beirut. In realtà lui è salito alla ribalta della cronaca per essere stato rapito in Afghanistan l'anno scorso.

Oggi Daniele torna con un bel reportage da Pakokku, Birmania. Ve lo riportiamo per intero:

Birmania, nel monastero della rivolta. 'Noi, monaci che sfidammo il regime'
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO


PAKOKKU - Cinque mesi dopo, restano ancora le tracce della battaglia. Fuori, lungo i muri di cinta sbrecciati dalla pallottole; dentro, sui pavimenti in legno anneriti, nei giardini invasi dalle erbacce, nei bagni collettivi allagati, nell'infermeria saccheggiata, nelle stanze dei novizi vuote e sporche. Persino i corridoi, luogo di meditazione e di lettura, sono occupati dai resti di armadi, sedie e tavoli ammassati alla rinfusa. Per terra, allineati con cura in una stanza chiusa a chiave, si sono salvati solo loro: i libri sacri dello Sangha, la chiesa buddista, e le antiche pergamena di palma scritte a mano.

Il grande bonzo, il capo spirituale del monastero, è assorto nella sua lettura. E' solo, al centro del salone al primo piano dove si tengono le lezioni, disteso su un letto in tek coperto da un telo rosso scuro. Restiamo in attesa, avvolti da un cupo senso di desolazione. Il maestro piega il libro. Si mette seduto, incrocia le gambe, si gira verso di noi, porta le mani giunte sulla fronte. "Siate i benvenuti", ci dice dopo minuti che sembrano eterni.

Ma-Gway Taungdwingyi, 84 anni, il viso liscio, lo sguardo sereno, non aggiunge altro. Osserva il silenzio che il regime gli ha imposto. Non può dire, come chiunque racconta in Birmania, che tutto è iniziato qui dentro, in un monastero alla periferia di Pakokku: un villaggio lontano dalle rotte turistiche, famoso per il suo tabacco forte e profumato con cui si confezionano i sigari cheerok, sulle sponde del fiume Ayeyarwady, cuore della Birmania centrale, oggi chiamata Myanmar.

E' il 16 agosto scorso. Quattro funzionari del governo si presentano nel collegio di Pakhanngeh Kyaung, il più grande di tutto il paese, 100 anni di storia, un'immensa struttura che si regge su 322 pilastri in legno intarsiati. Chiedono di Ma-Gway: non sono venuti, come fanno molti, per chiedere un consiglio e lasciare un'offerta. Hanno altro in testa, il maestro è finito nel mirino della giunta militare. Parla troppo e parla male: del governo dei militari, di quanto sia profondo il distacco che li divide dal paese reale. Lo ammoniscono senza molte remore: "Questo deve essere un luogo di studio e di preghiera, non di politica".

Lo minacciano in modo brusco: "Smettila di sobillare i tuoi studenti o ti facciamo sparire". Il grande monaco è paziente. Usa tutto il suo carisma e la sua influenza. Ricorda che l'aumento di cinque volte il prezzo della benzina e di tanti altri beni di prima necessità sta affamando il popolo.

I bonzi lo sanno bene: vivono a stretto contatto con la gente. La colletta che compiono ogni mattina all'alba, secondo un rituale di secoli, scalzi, avvolti nelle loro tuniche colorate, passando di casa in casa, si è interrotta. A Pakokku, davanti alla ciotola mostrata per raccogliere le offerte, le famiglie portano la mano alla bocca: non c'è cibo, non ci sono soldi. Il maestro invita i funzionari a lasciare il monastero. Ma i quattro emissari insistono; l'ordine è arrestarlo, portarlo via. Volano parole grosse: la discussione è animata, violenta, sostiene chi era presente.

Sfidare un monaco, un maestro spirituale, in Birmania è una grave offesa, una vera provocazione. Decine di novizi, ragazzi che vivono nel monastero il tempo per studiare i testi sacri del buddismo e imparare l'inglese, hanno seguito il diverbio. Sono indignati. Intervengono, come sono sempre intervenuti. Anche nelle proteste del 1988 sono stati i bonzi più giovani, assieme agli studenti, ad accendere la miccia della rivolta. Scoppia una rissa generale. I quattro funzionari lasciano a fatica il monastero. Ma all'esterno trovano le loro auto in fiamme. Ma-Gway Taungdwingyi non scenderà nei dettagli e noi eviteremo domande che non vanno fatte.

Sarà George, la nostra guida di Nyaung U che ci ha accompagnato sul posto, a dirci cosa è accaduto. Al ritorno, mentre attraversiamo l'Ayeyarwady a bordo di una lancia, coperti dal rumore assordante del motore ad elica allungata, ci spiega: "Adesso posso parlare. Prima non mi fidavo di nessuno. Pakokku è piena di spie. Le autorità le hanno infiltrate anche tra i monaci.
La rivolta dell'agosto e settembre scorsi è nata qui dentro. Dopo l'incendio delle auto dei quattro funzionari del governo, sono arrivati la polizia e l'esercito. Ma è accorsa anche la gente del villaggio.

La voce si è sparsa in tutta la regione. Migliaia di persone sono giunte dai paesi vicini: ne arrivavano ad ondate, con ogni mezzo, dall'interno e poi con le barche, dall'altra sponda del fiume. Ci sono stati gli scontri, molti feriti, tantissimi morti. La gente è rimasta, ha resistito. La protesta si è allargata a Bagan, a Mandalay, a Yangon. Ventotto giorni di cortei e manifestazioni.

Fino a quando sono intervenuti i reparti speciali, con i fucili, le mitragliatrici, lo stato d'assedio, il coprifuoco". Il monastero resterà isolato e circondato dal filo spinato fino a Natale.

Oggi il collegio di Pakhanngeh Kyaung è stato riaperto ma sembra abbandonato: pochi lo frequentano e non ci sono soldi per restaurare le ferite inferte durante la sommossa. Su 836 monaci ne sono rimasti solo 174. I pochi che si affacciano, timidi e preoccupati, evitano ogni contatto. C'è ancora molta diffidenza: i bonzi sono visti dal regime come un pericolo. In tutta la Birmania, ce n'erano 400 mila. In dieci anni la giunta, con la sua "campagna di purificazione", li ha ridotti del 20 per cento. Il monastero si è svuotato.

Molti sono fuggiti. Forse tornati a casa, forse scomparsi, morti, inghiottiti nelle carceri. Nessuno sa nulla di loro. Solo il principio buddista per cui la vita è un continuo ripetersi può spiegare le contraddizioni di questo paese allegro e insieme triste, ribelle e rassegnato. Il suo fascino è tutto lì. La Birmania sembra galleggiare su un tempo indefinito: ancorata al suo passato glorioso, costretta a vivere un presente drammatico, proiettata su un futuro che non le appartiene ancora.

La giunta dei militari è rimasta sorpresa dalla rivolta di Pakokku. Non si aspettava che proprio in questo monastero, immerso nel cuore dell'etnia bamar, scattasse l'ennesima sfida. I pericoli, storicamente, arrivano dalle zone che confinano con Cina, Thailandia, Laos e India, dove sono arroccate le minoranze più ostili al sogno di una grande Birmania. Occupato dal suo business, il regime non si era reso conto che l'intero paese bolliva come un vulcano pronto ad esplodere. Eppure basta camminare nel centro di Mandalay, 80 chilometri più a nord, per capire che la "primavera" birmana non è mai finita.

Il sangue versato a settembre sui grandi viali che costeggiano la maestosa fortezza costruita del re Mindom Min, penultimo sovrano della dinastia Konbaung, ha scosso dal torpore questa città adagiata sul privilegio di essere la culla religiosa e l'ultima capitale del regno prima della dominazione britannica. Avvolta dal buio dopo il tramonto, punteggiata dai fari dei motorini e delle biciclette che invadono le strade come sciami, abbagliata da decine di pagode dalle cupole bianche e i pennacchi dorati, Mandalay fa i conti con l'ennesimo incendio. La corrente arriva a singhiozzo.

Il governo la concentra sulle strutture militari. Quando torna, l'energia è una scarica che brucia gli impianti ridotti ad un ammasso di fili. Il cortocircuito è inevitabile. La benzina comprata al mercato nero e tenuta in casa fa il resto. L'anno scorso, in questo modo, nella sola Mandalay, un milione di abitanti, sono andate a fuoco 40 mila abitazioni.

Tsa-Tsa, il ragazzo del nostro risciò, si dirige verso la zona dove adesso si alzano fiamme rosse e gialle. Ha bisogno di lavorare e si fa coraggio. Sostiene di non mangiare da tre giorni. C'è da credergli. Nel 2007, secondo una fonte diplomatica occidentale, ci sono stati solamente duecentomila turisti, rispetto agli 800 mila dell'anno precedente. Si fanno sentire gli inviti (timidi) al boicottaggio rivolti alle Nazioni unite e all'Unione europea contro la giunta militare da 46 anni al potere. Prevalgono gli scrupoli morali. L'appello a disertare la Birmania di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, leader dell'Nld (National leage for democracy), vincitrice assoluta delle passate elezioni, da 6 anni di nuovo agli arresti domiciliari, sembra avere effetto. Per due settimane abbiamo girato il paese in lungo e in largo incontrando pochissimi turisti.

Chiediamo alla nostra guida cosa sta accadendo; vediamo, in lontananza, le luci della polizia. "Problem, problem", si affanna allarmato. "Police, army, protest". Ma poi, subito dopo, giù a ridere, come fanno sempre i birmani per stemperare anche la più piccola tensione.
"Questo viale", racconta, "ad agosto era pieno di gente. Migliaia e migliaia di persone. Prima sono scesi in piazza i monaci, poi la gente si è fatta coraggio e li ha seguiti". Chiediamo quanti feriti e quanti morti ci sono stati. Lo domandiamo spesso in giro. Le risposte sono sempre diverse e vaghe. Dopo tante pressioni, il governo dello Spdc (State peace and development council), ex Slorc, il partito unico, artefice di questa "via birmana al socialismo", ha ammesso dieci vittime, 2700 arresti, tra cui 573 monaci, 1600 dei quali già stati rilasciati.

Il "Tate naing" della "Assistance association of political prisoniers" parla invece di 4000 morti e 700 arresti. La verità, inaccessibile, resta isolata al centro della Birmania, a Nyapyidaw, dove il regime, con una scelta paranoica e ossessiva appoggiata dall'indovino di corte, ha deciso di trasferire la nuova capitale. Una città-caserma artificiale, nata dal nulla, senza negozi, ristoranti, case, sale da tè, ospedali e scuole. Ci vivono il vertice della giunta militare, i generali, gli ufficiali, la truppa, i dirigenti del Spdc. Una comunità priva di vita, rumori, colori, emozioni. I birmani ci ridono sopra e la spiegano con una barzelletta: "Hanno paura di tutto, persino del loro popolo".

Tsa-Tsa ricorda molto bene i cadaveri abbandonati sull'asfalto o lungo i marciapiedi quando l'esercito ebbe l'ordine di sparare. E' convinto: "Li hanno cremati o buttati in una fossa comune". Racconta che i cortei sono durati quattro settimane. "C'erano due appuntamenti quotidiani: la mattina alle 9 e poi alle 4 del pomeriggio. Non si mangiava e si dormiva poco. Bevevamo coca-cola, lo zucchero ci dava forza e ci teneva svegli. Le autorità non hanno reagito subito. Sono rimaste a guardare per una settimana. Sparare sui religiosi li metteva in crisi".

Oltre ad essere buddista, la giunta militare è nota per essere superstiziosa: nelle scelte più importanti interpella esperti astrali e interpreti del fuoco in grado di scacciare gli spiriti maligni. Ma qualcosa si è rotto al vertice. Si parla di uno scontro tra il capo, il tenente generale Than Shwe, 74 anni e il suo vice, il generale Maung Aye, 69. Il primo era favorevole ad un intervento, il secondo invitava alla prudenza. La realtà della piazza ha fatto prevalere la linea dura.

"Quando si sono uniti anche gli studenti", aggiunge il ragazzo del risciò, "i professori, i commercianti, gli ingeneri, i farmacisti, quando tutti i negozi sono rimasti chiusi, quando i genitori si sono rifiutati di mandare i propri figli a scuola, allora è scattata la repressione". Indica le feritoie della muraglia che scorre sul lato: "Sparavano da lì. La folla marciava e loro sparavano". Ciò che è accaduto, lo ha saputo e visto tutto il mondo. Grazie alle foto scattate con i cellulari e spedite all'estero via mail dai più coraggiosi. Sono gli stessi che vediamo accorrere verso l'incendio. Le ragazze in minigonna ma con il viso protetto dalla "tannaka", la crema di legno di sandalo, per mantenere la pelle bianca. I ragazzi con i jeans larghi e calati, i capelli colorati, i tatuaggi, gli orecchini, mischiati a quelli che indossano i "longyi", il pareo tradizionale, e ciabattine. Passato e futuro.
Tutti insieme. Alzano le due dita in segno di vittoria, strombazzano clacson e trillano i campanelli delle loro biciclette.

La scuola è finita. Due potenti casse sparano musica heavy metal da un camion. Stasera si balla. Anche il nuovo incendio sarà spento. La Birmania, quella vera, non vuole più attendere.

(6 marzo 2008) - La Repubblica

La campagna elettorale in Spagna entra nel vivo. Ci pensa Guido Rampoldi a raccontarcela.

E' un classico di Guido Rampoldi, la campagna elettorale spagnola. Guido è un esperto di cose iberiche e quindi lo troviamo prontissimo da Madrid (sarà andato al Santiago Bernabeu a vedere Real-Roma?) con i suoi dettagliati reportage.

Gaza: l'esercito israeliano si ritira. Si ritira anche l'inviato Alberto Stabile.

Tsahal si ritira dalla striscia di Gaza. Altrettanto fa l'inviato di Repubblica Alberto Stabile che se ne torna tranquillo al calduccio a Ramallah.
In realtà un motivo c'è: l'arrivo a Ramallah di Condoleeza Rice.

mercoledì 5 marzo 2008

Giampiero Martinotti: un refuso da matita rossa.

Sarà anche un refuso, ma è uno di quelli che si trovano nei temi di prima elementare. Nel pezzo da Parigi di Giampiero Martinotti su Sophie Marceau si legge "la signora Marceau a dovuto impararlo".

Fabio P.

martedì 4 marzo 2008

Rettifica sull'errore di Massimo Lugli.

Il nostro collaboratore Fabio P. abita in provincia di Bergamo e lì probabilmente arrivano le "prime copie" di Repubblica, quelle della prima tiratura.

Altri componenti della redazione di PazzoPerRepubblica, il giornale lo acquistano in provincia di Milano, dove arrivano le seconde tirature del quotidiano.

Questo per dire che sulla copia di Fabio P. oggi c'era l'errore di Lugli relativo a Gabriele Sandri, tifoso della Roma. Sulle copie milanesi, c'è stata la rettifica e Sandri è tornato, giustamente, tifoso laziale.

Massimo Lugli fa incazzare i tifosi della Lazio. Ma anche quelli della Roma.

Massimo Lugli va a Orvieto per raccontare la storia di Corona che spende banconote false agli autogrill. E dice che è successo nell’autogrill in cui era stato ucciso “il tifoso della Roma Gabriele Sandri”. Riuscendo a far incazzare due tifoserie diverse: Sandri infatti era un famoso tifoso della Lazio.

Fabio P.

Molfetta, Gravina e San Giovanni Rotondo: giorni di fuoco per i pugliesi di Repubblica.

In Puglia si sta scatenando tutto adesso. La settimana scorsa l'epilogo della tragedia dei fratelli Pappalardi (ancora oggi c'è un pezzo da Gravina in Puglia di Gabriella De Matteis), ieri l'esumazione del corpo di Padre Pio, con il racconto di Lello Parise da San Giovanni Rotondo e infine, sempre ieri, la tragedia dei cinque operai avvelenati dallo zolfo a Molfetta. Per quest'ultima tragedia sono corsi sul posto Lorenza Pleuteri e Giuliano Foschini.

Te(xas) for two.

Ore decisive negli States per la scelta del candidato democratico. Si vota in Ohio dove per Repubblica c'è Mario Calabresi inviato a Toledo. E si vota anche in Texas, dove gli inviati sono addirittura due: Vittorio Zucconi e Marco Contini (del quale avevamo parlato tempo fa), entrambi a Houston.

Il pullman di Veltroni è già passato di moda.

Da qualche giorno dobbiamo segnalare la mancata presenza di inviati di Repubblica al seguito della carovana elettorale di Walter Veltroni.

lunedì 3 marzo 2008

Con Alberto Stabile nella striscia di Gaza ritornano i grandi inviati di guerra.



Ci si chiedeva giusto ieri in redazione se fosse il caso di prevedere la partenza di Alberto Stabile da Gerusalemme verso la Striscia di Gaza. Oggi è successo. Alberto infatti si trova in piena striscia, a Jabaliya, per raccontarci attimo per attimo, l'azione di guerra degli israeliani contro Hamas.

I cazzotti di Gianni Mura. Oggi tocca ai cantanti di Sanremo e a Maria De Filippi.

Nella sua rubrica domenicale "Sette giorni di cattivi pensieri" Gianni Mura tira dei cazzotti micidiali a tutti i cantanti del Festival di Sanremo che si è appena concluso. L'unico che si salva è Eugenio Bennato. Leggete qui:

"E' quasi una settimana che si discute sul perchè Sanremo abbia meno ascolti. Ma perchè mai dovrebbe averne di più? Per le canzoni? Salvo quella di Bennato, ma le atre sono davvero impresentabili, comprese quelle di chi litiga. Come Frankie Hi Nrg e Federico Zampaglione".

Poi qualche riga dopo:

"Sentendosi tirata in ballo dalle argomentazioni baudesche sulla qualità del Festival, Maria De Filippi scrive una lunga lettera alla Stampa la cui domanda base è: chi stabilisce cosa sia la qualità? Ognuno di noi, signora. E la risposta è semplicissima: quel che non c'è nei suoi programmi(voto 2), quello è la qualita".

Grande Mura.

domenica 2 marzo 2008

Le scivolate di Anna Bandettini.

Bisognerà rispiegare le regole degli articoli ad Anna Bandettini: oggi, nell’intervista a Bruno Bozzetto, è riuscita a scrivere in dieci righe “quel Zucchelli” e “l’imitazione dei zuccherosi film Disney”.

Sarebbe come dire che quel zuzzurellone del zio è un zuccone.

Fabio P.

Il domenicale di Eugenio Scalfari.

Il dollaro ha perso il dominio del mondo
di EUGENIO SCALFARI


Alcuni "guru" della finanza americana fanno previsioni catastrofiche sull'evoluzione della crisi scatenata dai "subprime" immobiliari; altri, in America e in Europa, usano toni meno drammatici e prevedono che al massimo entro un anno la tempesta si placherà e rivedremo il sereno.

Nessuno può giurare sull'una o sull'altra tesi, le scommesse fanno parte del gioco e del funzionamento del mercato, ma bisogna esser ben consapevoli che si gioca a testa o croce, o al rosso e nero: cinquanta per cento di probabilità di vincere o di perdere.

Ciò premesso, ribadirò quanto scrissi nel giugno dell'anno scorso di fronte ai primi segnali dell'uragano: questa non è una crisi come le altre, non si limita ad un settore geografico del pianeta ma lo coinvolge tutto, non ha soltanto carattere finanziario ma dilaga nell'economia reale e intacca inevitabilmente i cosiddetti "fondamentali", cioè gli elementi di fondo che sorreggono l'economia. Merita quindi d'esser chiamata "grande crisi", definizione fin qui riservata a designare quella che cominciò a Wall Street nel 1929, si diffuse in Europa nel 1931 e non cessò di incombere sull'intero pianeta fino allo scoppio della guerra del 1939, nonostante che nel frattempo ci fosse stato il "New Deal" rooseveltiano e i fascismi europei.
Siamo dunque di fronte ad una grande crisi. Forse sbollirà tra un anno, forse si aggraverà ancora di più e si prolungherà. Forse intaccherà le strutture portanti del capitalismo e della democrazia oppure - a tempesta passata - tutto tornerà come prima. Ma a quest'ultima ipotesi, francamente non credo.

Mario Deaglio in un bell'articolo sulla "Stampa" di qualche giorno fa, ha spiegato quali sono i mutamenti più che mai reali che stanno fin d'ora modificando le strutture del sistema economico mondiale. Concordo completamente con la sua analisi che segnala i tre fattori della mutazione in corso.

Primo: una massa sterminata di nuovi consumatori si sta affacciando sul mercato delle derrate alimentari di base, soprattutto i cereali e il grano in particolare. Quantitativamente si tratta di almeno un miliardo di persone e nei prossimi anni questa cifra è destinata a raddoppiare a parità di abitanti del pianeta; ma sappiamo già che il tasso demografico è destinato ad aumentare di molto la popolazione mondiale con gli effetti nutrizionali che ne deriveranno.

Secondo: le nazioni emergenti (Cina, India, America Latina) hanno fame di energia e premono sulle risorse esistenti, in particolare sul petrolio. La ricerca di nuovi giacimenti e di nuove fonti sarà certamente stimolata, ma non abbastanza da ridurre l'effetto della domanda sui prezzi.

Terzo: il dollaro sta perdendo una parte del suo ruolo di moneta esclusiva sia per quanto riguarda le transazioni commerciali sia come unica moneta di riserva del valore.

La grande crisi non è responsabile di queste mutazioni, ma funziona come acceleratore. Spinge avanti i tre fenomeni in atto e li diffonde ovunque rendendo più difficile il contenimento e la gradualità.

Nouriel Roubini, il maggior catastrofista tra gli economisti che disegnano gli scenari del prossimo futuro, valuta a mille miliardi di dollari le perdite causate dai "subprime" immobiliari, dai debiti dei proprietari di case, dai debiti "in sofferenza" causati dagli strumenti finanziari "derivati", dai debiti dei titolari di carte di credito, dai debiti delle imprese fallite o minacciate da fallimento, dalle perdite che le banche e le compagnie d'assicurazione non hanno ancora iscritto nei loro bilanci e, infine, dall'andamento negativo delle Borse mondiali e dall'andamento altrettanto negativo dei margini di copertura degli operatori finanziari.

Mille miliardi di perdite sono una cifra enorme. Anche se non tutti i ragionamenti di Roubini sono condivisibili, la sua valutazione delle perdite complessive sembra abbastanza ragionevole. Essa incide soprattutto sul terzo degli elementi di mutazione del sistema e cioè sul ruolo del dollaro e sulla tenuta del "dollar standard" in vigore fin dai primi anni Settanta.

Le istituzioni monetarie internazionali e cioè il Fondo monetario, le Banche centrali (comprese quelle di Pechino, di New Delhi, di Brasilia, di Buenos Aires e di Città del Messico) e i rispettivi governi dovrebbero prendere l'iniziativa di una riforma del sistema monetario mondiale.

Capisco che una proposta del genere ha il sapore di un'ipotesi priva di fattibilità politica, ma in mancanza di un tentativo convinto in quella direzione tra pochi anni saranno i governi e le Banche centrali asiatiche a dettare la legge. Il grosso del finanziamento del Tesoro americano e delle attività finanziarie denominate in dollari è da tempo nelle mani di Cina, India e Giappone. Per cifre minori ma altrettanto cospicue, a quelle attività finanziarie monetarie dei tre grandi paesi asiatici vanno aggiunti i petrodollari in mano ai paesi arabi e alla Russia.

Una situazione del genere è estremamente squilibrata, può creare oscillazioni dei cambi molto gravi, delle quali l'attuale apprezzamento dell'euro rappresenta soltanto una pallida anticipazione. Una riforma del sistema non può che andare verso meccanismi di ridistribuzione dei valori monetari e dei tassi di cambio che ne sono l'espressione, connessa con il reddito reale delle varie aree economiche del pianeta, con le rispettive quote di commercio internazionale e con la stabilità dei bilanci dei singoli paesi.

Nel 1945 problemi analoghi furono esaminati da esperti e governi dei paesi vincitori, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Sulla visione più equilibrata suggerita da Keynes prevalse il "dollar exchange standard" sostenuto dal governo americano. Mi azzardo a dire che una rilettura aggiornata e politica del piano Keynes potrebbe fornire idee di attuale interesse. Non varrebbe la pena di promuovere un'iniziativa di questa natura?

Su scala infinitamente minore ma per noi molto più vicina alla nostra vita quotidiana, si pone il tema della politica economica italiana nell'ambito della campagna elettorale in corso, delle proposte avanzate dalle forze politiche e di ciò che potrà avvenire quando dalle urne uscirà una nuova maggioranza e nuove opposizioni.
In proposito non ho che da ribadire quanto già scritto nelle scorse settimane: credo necessario mirare - nei limiti del possibile - ad una strategia anticiclica che sostenga una crescita purtroppo appiattita e in progressivo rallentamento. I margini per una linea di questa natura esistono. Si tratta a mio avviso di mobilitare risorse pari ad un punto di Pil (1.500 miliardi in cifra tonda) concentrando l'azione sul rifinanziamento della domanda interna di consumi e di investimenti, capace di contenere il rallentamento del Pil creando nuove risorse cui attingere negli esercizi 2009-2010.

Per non girare intorno e chiamare invece le cose con il loro nome, credo sia possibile attuare una calcolata politica di "deficit spending" senza oltrepassare la soglia europea del 3 per cento e coordinando quest'operazione con alienazioni di patrimonio da destinare interamente ad un abbassamento del debito pubblico e quindi degli oneri che ne derivano al bilancio dello Stato.

L'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, mi ha cortesemente inviato il testo della sua "deposizione" dinanzi alle competenti commissioni parlamentari. Lo ringrazio di quest'attenzione anche se conoscevo già quel documento. Esso rappresenta una ricostruzione difensiva della politica attuata dal ministro dell'Economia durante il quinquennio del governo Berlusconi.

Non interessa in questa sede discutere il merito di quella difesa, convincente su alcuni aspetti e non convincente affatto su altri non marginali. Salvo un punto che merita risposta. Tremonti ritiene (con ragione) che il cambio di moneta dalle valute nazionali all'euro, effettuato nel 2000, abbia prodotto consistenti mutamenti nella distribuzione della ricchezza e della povertà tra le varie classi sociali, alimentando un malcontento largamente maggioritario nella popolazione europea e in quella italiana in particolare nei confronti dell'euro e dell'Europa.
L'ex ministro dell'Economia ritiene che l'errore dei governi dell'Eurozona sia stato quello di effettuare in un colpo solo il cambio della moneta. Le cose sarebbero andate diversamente se per tre-quattro anni ci fosse stata nei paesi di Eurolandia una doppia circolazione, quella dell'euro affiancata dalle monete nazionali.

Tremonti pensa che la doppia circolazione avrebbe evitato i massicci spostamenti di ricchezza e di povertà e le massicce speculazioni che li hanno prodotti. Penso che abbia ragione in teoria, ma torto politicamente: la doppia circolazione era impossibile; il passaggio dalle monete nazionali all'euro avvenne dopo una durissima battaglia soprattutto tra tedeschi e francesi, che fu vinta dal cancelliere Kohl quando riuscì a convincere Mitterrand, pur in contrasto con il parere delle rispettive Banche centrali. Una tergiversazione era a quel punto impossibile; la doppia circolazione, per di più, non avrebbe reso irreversibile il cambio di moneta e avrebbe alimentato innumerevoli speculazioni contro le monete più deboli, a cominciare dalla nostra, polverizzando l'operazione e agitando quotidianamente il mercato dei cambi.

Tremonti è un buon avvocato difensore di se stesso "ex post", ma sostituisce in questo caso la sua soggettiva visione alla dura realtà. Sta di fatto che il "money exchange" non fu seguito dal governo con gli opportuni controlli e infatti gli effetti sulla società italiana furono decisamente peggiori di quanto avvenne contemporaneamente negli altri maggiori paesi di Eurolandia.

Su un punto mi dichiaro del tutto d'accordo con l'ex ministro dell'Economia: egli ricorda d'esser stato favorevole al piano Delors di finanziare un grande programma di opere pubbliche europee con l'emissione di Eurobond sul mercato finanziario internazionale. Aveva ragione. Posso dire che il suo appoggio a quella proposta non fu così energico come avrebbe potuto e dovuto? Il governo Berlusconi-Tremonti pose le sue priorità su altri obiettivi politici ed economici.

L'appoggio al piano Delors fu puramente accademico e non sortì infatti alcun effetto.

Domando a mia volta: qual è l'opinione di Tremonti su una politica anticiclica da adottare subito dopo il 14 aprile, quale che sia la maggioranza che uscirà dalle urne? Questo sì, sarebbe interessante saperlo. Grazie se vorrà dircelo.

(2 marzo 2008) - La Repubblica

sabato 1 marzo 2008

Giovanna Vitale sale sul pullman di Walter Veltroni.

Il tour elettorale di Walter Veltroni fa tappa a Perugia.

Nella città umbra c'è la nostra Giovanna Vitale pronta ad accogliere la carovana democratica a braccia aperte.