martedì 30 settembre 2008

Cristina Nadotti: un'altra inviata con le palle.

Curioso il reportage di Cristina Nadotti "a bordo della corvetta Birot" presso il Golfo di Aden.

Due giorni a bordo della corvetta francese per l'operazione Enduring Freedom.

Francesca Caferri ha trovato una rivale.

Help! I Beatles spiati da Attilio Bolzoni!



Notevole l'inchiestona di Attilio Bolzoni su R2 di ieri sullo spionaggio al quale venivano sottoposti i FabFour.

Crosettismi.



Col derby di Milano torna la rubrica Crosettismi.

Crosetti parla di Ronaldinho:

"Fino al derby sembra uno di quei gingilli che si appendono al telefonino: graziosi però inutili".

lunedì 29 settembre 2008

Michele Serra da matita rossa.

A pagina 22 di Repubblica di oggi c'è un refuso da far accapponare la pelle. Nel commento di Michele Serra su Valentino Rossi a un certo punto c'è scritto: "Il suo copione, da un paio d'anni ha questa parte, [...]".

Refuso o lapsus?

Lele

Hai visto mai...



Ieri nel catenaccio di pagina 2 sul dibattito presidenziale americano: “scintille” sulla politica estera. Hanno fatto bene a mettere le virgolette, hai visto mai che qualcuno pensasse che fossero sprizzate scintille vere.

Fabio P.

Anche gli altri sbagliano: lo scivolone di Maurizio Costanzo.



Per la rubrica "Anche gli altri sbagliano", ecco un clamoroso errore di Maurizio Costanzo sulla prima pagina del Messaggero di oggi.

La Granbassi non ha mai vinto l'oro olimpico...bensì il bronzo!

MaMu

Paolo Berizzi, ce le hai grattugiate.



Sicuramente ai più attenti di voi non sarà sfuggita la notizia della "cheese connection".
Tonnellate di formaggio avariato che, percorrendo la via che fu della seta, dalla Russia e dalla Cina arrivano a Ceuta, passano ad Algeciras e da qui al mercato europeo fino all'Italia.
Tutti i grandi marchi sono coinvolti, in particolare quelli forti nella nicchia del grattugiato pronto (Ferrari, Biraghi).
Ma questo lo sapete già, forse anche grazie alla meritoria opera di Paolo Berizzi, giornalista di Rep, che da luglio (leggete qui) ci racconta i truculenti dettagli della vicenda.
Passate le vacanze Berizzi ce ari-prova, (ari-leggete questo). E tu pensi: ok, ne so abbastanza.
Berì, m'hai convinto. Col cavolo che ricompro la bustina col parmigiano avariato.
Ma Berizzi, che ormai deve averci qualcosa di personale col formaggio, ritorna sull'argomento, casomai qualcuno fosse ancora all'oscuro, sabato scorso (l'altroieri).
E stavolta il racconto è completissimo. C'è pure una mappina che ci mostra la rotta del formaggio scaduto, con tanto di freccine che andano e riandano. Ma questo è merito dei grafici di Repubblica che meritano un post a parte.
Insomma, Berizzi. Basta. Ti giuro che il formaggio dei cinesi non lo compro più. Promesso. Da ieri solo formaggio di fossa, bitto doc e taleggio. Pur di non leggerti più.

Arianna G.

Repubblica.it si pavoneggia.



Come da foto.

La morte di Paul Newman: il paginone di Repubblica con il ritorno in prima pagina di Irene Bignardi.



Ci voleva la morte di Paul Newman per ritrovare sulla prima pagina di Repubblica la firma di Irene Bignardi, ex "regina del cinema" del giornale di Scalfari che da tempo si è defilata restando solamente collaboratrice.

La fotocronaca della vendemmia di PazzoPerRepubblica.







mercoledì 24 settembre 2008

Federico Rampini non ne può più dello smog di Pechino e vola a disintossicarsi a San Francisco.



Anche al feticista meno attento non sarà sfuggito che Federico Rampini, da qualche giorno, sta scrivendo da San Francisco, città da dove corrispondeva prima che si trasferisse a Pechino.

Qua in redazione ci siamo chiesti: è un ritorno definitivo per sfuggire allo smog di Pechino che è diventato insostenibile o piuttosto è un trasferimento temporaneo per seguire più da vicino le tristi vicende economiche in cui versano gli Stati Uniti d'America?

E' aperta la discussione.

I pasticcini bruciati dell'Hotel Marriott.





Strepitoso l'incipit del reportage da Islamabad di Francesca Caferri (sì, ancora lei):

"Sul bancone della pasticceria Bateel, una delle migliori di Islamabad, ci sono ancora le scatole per confezionare i dolci. Sono coperte da uno strato di polvere scura, e sembrano marroni, non dorate. Accanto, decine di mosche volano fra i resti dei pasticcini, saltati in aria sabato sera insieme al resto del locale, che si trovava all' interno del Marriott."

Risolto il mistero dell'inviata con le palle.

Risolto finalmente il mistero dell'inviata con le palle : oggi su Repubblica c'è un bellissimo reportage da Islamabad firmato "dal nostro inviato Francesca Caferri".

Ma perchè allora non scriverlo anche ieri e l'altroieri? Forse per motivi di sicurezza? Se così fosse perchè su repubblica.it c'era il video firmato Francesca Caferri da Islamabad a poche ore dall'attentato? Altri misteri.

Già in mattinata in redazione era giunto un sibillino messaggio di tale Valerio che diceva: "Francesca Caferri è, di bianco vestita e con l'immancabile taccuino in mano, nel video al minuto 1,18".

Caro Valerio, grazie dell'imbeccata, ma il video a cui noi facciamo riferimento dura solamente 60 secondi.

martedì 23 settembre 2008

Il Rampoldi decadente.

Oggi ce la prendiamo con Guido Rampoldi, in base al criterio "colpirne uno per educarne cento". Oggi Rampoldi scrive che nelle librerie spagnole gli scaffali di libri sulla guerra civile sono "raddoppiati dall'inizio dell'ultima decade". Escludendo che sia successo tutto dall'inizio di settembre, probabilmente Rampoldi parlava di dieci anni fa. Cioè dell'ultimo decennio. Decade invece (anche se in generale indica una quantità di dieci cose) significa dieci giorni. Tanto è vero che i soldati venivano pagati ogni dieci giorni, e chiamavano gli stipendi "la decade". Questa mania di usare "decade" nel senso di "decennio" è sempre più diffusa: lo si vede sui giornali e lo si sente in televisione. E probabilmente viene da Internet: "decade" in inglese significa appunto "decennio". E in giro c'è troppa gente che traduce a orecchio.

Fabio P.

L'ultimo graffio di Roberto Saviano.



Ecco la versione integrale del pezzo scritto oggi per Repubblica da Roberto Saviano autore di Gomorra:

Saviano, lettera a Gomorra tra killer e omertà
di ROBERTO SAVIANO


I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un'anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d'Europa. Se la racconteranno così.

Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all'impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all'improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com'è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l'amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, "così è sempre stato e sempre sarà così"?

Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient'altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire "non faccio niente di male, sono una persona onesta" per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull'anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d'azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d'Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.

Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e' mezzanotte.

Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l'aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l'autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.

Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l'unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l'unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.

Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al "Roxy bar", uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l'anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.

L'11 luglio uccidono al Lido "La Fiorente" di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all'aperto del "Bar Kubana" e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al "Bar Freedom" di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.

Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.

Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.

Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d'ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria "Ob Ob Exotic Fashion" di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.

Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n'è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.

Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l'opinione pubblica che girava questa "paranza di fuoco". Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.

Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d'alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.

Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell'Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.

Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l'ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell'abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.

I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.

E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani - e fra questi nessuno viene dalla Nigeria - colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev'esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.

I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti "trafficanti" come furono "camorristi" Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.

Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco "Sandokan" Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.

Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.

Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c'è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d'Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?

È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.

Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un'enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: "Quello s'è fatto i soldi". Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?

Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all'84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l'Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all'anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com'è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com'è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.

Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l'ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l'arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po' nervoso, un po' triste e soprattutto solo.

Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.

Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c'era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.

Cos'ha fatto Carmelina, cos'hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l'autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?

Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c'è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.

E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c'è ordine, che almeno c'è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell'unico mondo possibile sicuramente.

Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c'è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.

La Calabria ha il Pil più basso d'Italia ma "Cosa Nuova", ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.

Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L'alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.

Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l'isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.

"Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?", domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?

Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un'altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c'è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l'atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l'anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.

Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l'abitudine. Abituarsi che non ci sia null'altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.

Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.

Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l'immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.

Copyright 2008
by Roberto Saviano
Published by arrangement
of Roberto Santachiara
Literary Agency

lunedì 22 settembre 2008

Islamabad: il mistero di Francesca Caferri.

In un video apparso ieri su repubblica.it, l'inviata con le palle Francesca Caferri commentava da Islamabad l'attentato al Marriott Hotel. Oggi però, su Repubblica cartacea la Caferri firma il pezzo senza la dicitura "dal nostro inviato".

Strano, perchè solitamente la Caferri si firma come inviata a differenza di molti collaboratori (tipo Clerici, Marincovich o Romagnoli)che non essendo assunti da Repubblica non si firmano come inviati.

Mistero aperto.

domenica 21 settembre 2008

Attentato in Pakistan: l'11 settembre di Francesca Caferri.



L'inviata con le palle Francesca Caferri si è trovata al posto giusto nel momento giusto e quindi si porta a casa questo scoop interno già impreziosito da questo video su Repubblica.it e confermato domani (oggi) dal reportage su Repubblica.

sabato 20 settembre 2008

Crisi Alitalia, la fantasia dei titolisti.



Titolo sulla prima di Repubblica: Cai si ritira, Alitalia nel baratro.

Apriamo Repubblica e a pagina 2 c'è un altro titolo che dice: Cai si ritira, Alitalia nel dramma.

Ma non è finita, titolo de Il Sole 24 ore: Cai si ritira, Alitalia nel caos.

venerdì 19 settembre 2008

R2: Ezio Mauro si coccola la sua creatura.



Il direttore di Repubblica, ha scritto un pezzo di suo pugno (per repubblica.it) per celebrare l’anno di vita della sua creatura che tanto fa discutere i lettori di questo blog: R2.
Sul sito stanno anche facendo un sondaggio per votare la copertina più bella.

Ecco il pezzo di Mauro:

R2 compie un anno
una guida per il futuro

di EZIO MAURO

Un anno di R2 significa prima di tutto un anno di giornalismo autonomo, fortemente scelto secondo i canoni e la cultura di Repubblica, pensato e costruito per i suoi lettori, fuori dal paniere comune dell'informazione che omologa internet, quotidiani e telegiornali dentro moduli e linguaggi uguali.

Vuol dire trecento inchieste e reportage dall'Italia e dal mondo, uno sforzo di approfondimento, di analisi e di indagini che non avevamo mai tentato, affidato alle grandi firme del giornale, alla capacità di costruzione della redazione e alla creatività dei grafici.

In più, R2 è un cambio nella concezione e nella struttura stessa del giornale ai tempi di internet, portando a compimento trent'anni dopo l'intuizione di Scalfari che per primo unì - proprio qui - il codice del quotidiano con quello del settimanale.

Oggi "what happened" (il nastro delle notizie) è la parte iniziale, cardine della giornata, strumento indispensabile della conoscenza: che in R2 si apre al "what it means", i servizi speciali di approfondimento, il giornalismo che aiuta a decifrare la realtà, ciò che i lettori cercano sempre più nel loro giornale.

Conoscere per capire, informare il lettore perché sia consapevole, dunque capace di prendere parte, come cittadino. Questo è il giornalismo di Repubblica a cui rispondono insieme R2 e la storia di questi anni, insieme con un altro obbligo: quello di innovare se stessi, mentre si scommette sulla modernizzazione del Paese.

(19 settembre 2008)

Non c'entra nulla con Repubblica, però ci tenevamo a mostrarvi queste due foto.


Continua il microfono aperto su Repubblica.



Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

"Io sono d'accordo con Scrocca. Repubblica è peggiorato, è un giornale che sono anni che non guadagna quote di mercato (leggasi lettori) anzi da qualche tempo indietreggia pericolosamente. Io sono di sinistra e voto PD, ma francamente vedo un accanimento oggettivo verso Mister B. e poche critiche (sì poche) verso il Partito Democratico. E poi quelle "periodiche" interviste a D'Alema che reputo il principale responsabile del disastro a sinistra, cioè non riconosco più Mauro e soci. E poi il "Domenicale", con tutto il rispetto di Scalfari, dovrebbe darsi una ridimensionata dopo l'abbaglio che parlava di "ottime chance di vittoria alle elezioni". Io voglio un giornale che sappia parlare alla pancia del paese, che vada a capire perchè la Lega è oltre il 40% al Nord e perchè da Bologna in su ascoltano solo Bersani del PD. Per ora mi fermo, ma a Repubblica secondo me c'è molto da lavorare..."

Luca DC

Per la foto si ringrazia Fluxura95

Crisi Alitalia, la fantasia dei titolisti.



Titolo sulla prima di Repubblica: Cai si ritira, Alitalia nel baratro.

Apriamo Repubblica e a pagina 2 c'è un altro titolo che dice: Cai si ritira, Alitalia nel dramma.

Ma non è finita, titolo de Il Sole 24 ore: Cai si ritira, Alitalia nel caos.

Un anno fa nasceva R2. Qualche anno prima nasceva G2.





Comunque auguri.

mercoledì 17 settembre 2008

Franco Cordero: desiderio esaudito.



Tanto è stato evocato lo spirito di Cordero che oggi si è materializzato! Vuoi vedere che Ezio Mauro ha letto questo blog?

Ecco il pezzo di Cordero apparso su Repubblica di oggi (ringraziamo Arianna G, per la preziosa collaborazione):

Dall'immunità al pm inerte
Franco Cordero
la Repubblica
17-09-2008


Re lanterna punta diritto l´obiettivo e mani cortigianesche convertono gli ordini in formule più o meno tecniche: pretendeva l´immunità, fuori d´ogni decente visione politica, regola morale, grammatica giuridica, e due Camere servili gliela votano (rimane da stabilire quanto valga); il séguito era chiaro. Cantori pseudoliberal maledicono l´azione penale obbligatoria invocando «carriere separate», ossia un pubblico ministero agli ordini del governo. Idea vecchia, risale agli anni ottanta, quando B. Craxi voleva premunirsi avendo scheletri nell´armadio; se fosse riuscito, forse regnerebbe ancora il Caf, con un signor B. estraneo alla commedia politica e molto meno ricco. Siccome ne parlano anche i poco informati, sferrando tanti più pugni sul tavolo quanto meno sanno, conviene avere sotto gli occhi una breve storia.
Nei secoli cosiddetti bui l´arnese giudiziario è uno solo, qualunque sia la lite: eredità, vendita d´un bue inidoneo all´aratro, percosse, lesioni, omicidio, ecc.; le parti se la risolvono mediante duelli, ordalie, giuramenti (li riabilita l´attuale presidente del Consiglio quando chiama folgori sulla testa dei figli, qualora fosse colpevole). Il processo nasce dalla domanda. L´interessato agisce se vuole. Questo meccanismo implica individui sovrani. L´avvento d´una res publica distingue le materie: nel diritto privato regna l´autonomia; norme penali tutelano interessi indisponibili e qui l´offeso non è attore necessario; la macchina repressiva scatta da sola.
Tra XII e XIII secolo emergono due modelli, insulare e continentale: giurie inglesi d´accusa (ventiquattro teste) aprono dibattimenti culminanti nei verdetti d´un consesso che ne conta dodici, mentre sul continente la metamorfosi inquisitoria dissolve le parti; degli addottorati lavorano ex officio. Il pubblico ministero è neomorfismo francese, utile perché rompe la figura autistica con profitto del giudizio: i procureurs du Roi diventano padroni dell´azione, non avendo poteri istruttori; gli uffici attuali discendono dall´ordinamento napoleonico. Salta agli occhi un particolare italiano: nei codici 1865, 1913, 1930, ha l´obbligo d´agire sebbene «rappresenti il potere esecutivo presso l´autorità giudiziaria», diretto dal ministro; i virtuosi ignorano l´ordine iniquo, correndo dei rischi perché mancano garanzie. In teoria le norme contano più del governo: dal 1914 l´attore pubblico convinto che il processo sia superfluo, non può astenersene tout court, deve chiedere l´assenso del giudice istruttore; e l´azione resta obbligatoria nel codice fascista, dove i mancati processi subiscono un controllo cosiddetto gerarchico. Alfredo Rocco, architetto del regime, aveva scrupoli legalitari. Meno inibiti, i fautori d´una soi-disante «moderna democrazia» sotterrano anche l´idolo verbale.
L´antietica al potere richiede meccanismi penali regolabili dal governo secondo un variabile tornaconto, dove entrano partiti, clan, logge, cosche, confraternite, famiglie, persone: viene comodo nella prospettiva d´un lungo dominio (finché duri l´autocrate, scomparso o affiochito il quale, saranno spettacolo da basso impero le guerre dei diadochi, speriamo senza effusione cruenta), ma è più facile dirlo che riuscirvi; nonostante il decerebramento mediatico, l´Italia non pare pronta agli affari penali disponibili come diritti reali o crediti; qui vale una fisiologica autonomia privata, là corrono false giustizie selettive, con soperchierie, privilegi, licenze, occhi riguardosamente chiusi; amministratori corrotti scavano enormi buchi nei bilanci mangiando denaro pubblico e nessuno li tocca, mentre va sulla graticola l´onesto antipatico ai boiardi. Inoltre la riforma appare complessa: che l´azione sia obbligatoria, non lo dicono solo norme codificate; l´hanno scritto i costituenti (art. 112); e le revisioni costituzionali seguono percorsi laboriosi col rischio d´uno scacco nell´eventuale referendum (art. 138). Osso duro, dunque, senonché i berluscones non sono mai a corto d´espedienti, spesso grossolani, nello stile degl´imbonitori da fiera: li tirano fuori dalla bisaccia presupponendo un pubblico infantile; «ha 11 anni», anzi meno, insegna l´Infallibile; e recitano impassibili, né sa d´autoironia lo sguardo spento. Nel pensatoio forzaitaliota qualcuno, non ricordo chi, fabulava d´un pubblico ministero imbeccato dalla polizia, cieco e monco: ridotto a pura ugola o mano scrivente, non ha cognizioni dirette; opera su quel che raccontano investigatori eventualmente manovrati dal vertice politico; e il governo stabilisce chi perseguire. Ecco quadrato il circolo.
Idea grottesca ma Sua Maestà, la corte e relative platee hanno bocca buona. L´attuale guardasigilli l´ha esumata: i truccatori le stanno intorno; la pettinano e imbellettano; cosmesi lunga, passerà un mese prima che venga alla ribalta. Il colpo geniale corre voce che sia un filtro delle notitiae criminis: pubblico ministero inerte come l´automa al quale manca la corrente; gliela inietta il rapporto poliziesco (parola ignota all´attuale codice, pour cause: vi ha sostituito «denuncia»); e attendibili congetture prospettano un art. 347, c. 1, da cui cada l´inciso «senza ritardo» (così ora bisogna informarlo). Aspettiamo la revenante. Sarà l´ennesimo capitolo nello scibile dei mostri: quante volte ho nominato Ulisse Aldrovandi, raccoglitore d´una casistica spesso fiabesca; le cronache attuali indicano fenomeni corpulenti. Comunque la trucchino, l´estinta resterà tale. Norme simili nascono morte, finché viga l´attuale Carta o il Partito della cosiddetta libertà non infiltri otto fedeli nella Corte competente. Avvertimento inutile: hanno il passo dei sonnambuli sul tetto, ma diversamente dal sonnambulo ogni tanto cadono, vedi l´autore della strepitosamente invalida legge che rendeva inappellabili i proscioglimenti, futuro giudice alla Consulta, pronosticano gl´intenditori, lui e l´ex comunista, presidente della Camera nell´infausta XIII legislatura, ora severo censore del costume togato. Lo dicono solidale con i forzaitalioti sulle redini da stringere al requirente e ha spiegato come lo voglia: seraficamente inattivo finché gli servano un rapporto; non è affare suo cercare notitiae criminis. Sommessamente distinguerei: niente da obiettare quando nobildonne russe sparano all´amante fedifrago (capitava nella Belle Epoque, donde famosi dibattimenti); solo un pubblico ministero mattoide va en quête preventiva d´eventi simili; nelle indagini contro boss mafiosi o politicanti corrotti, invece, grida vendetta l´idea d´una immobilità coatta su ogni ipotesi storica non ancora riferita dalla polizia. Se varca il limite, cosa capita? Buttiamo via i materiali raccolti, farina del diavolo? Varrà la pena discuterne in termini seri. Male studiata, la procedura penale talvolta figlia sgorbi, non ancora a questo livello teratologico. Sub divo Berluscone è prudente l´avverbio.

Franco Cordero per La Repubblica

Massì, sfaciamo tutto!



Ecco il simpatico refuso catturato da Arianna G. su Repubblica.it

Al processo di Perugia non bastava più Meo Ponte. Ci voleva anche l'esperta di moda.



Al processo di Perugia per l'uccisione di Meredith Kercher, ci voleva anche il tocco di Laura Laurenzi.
Non bastava Meo Ponte per raccontarci com'era vestita Amanda Knox?

Continuano le riflessioni su Repubblica.



Riceviamo e pubblichiamo:

"Repubblica dovrebbe dare spazio a tutto il pensiero critico. Sorvoliamo sul fatto che oscura l'assemblea nazionale di Rifondazione al Brancaccio o il suo Comitato politico nazionale, quando invece dà spazio ad altri partiti minori, per analoghe iniziative, ma perchè, per fare un esempio, insieme alle firme internazionali, interessantissime, di Alexander Stille, Timothy Garton Ash, Marc Lazar, George Joseph Stigler, Ralf Darendorfh, non è dato leggere anche le traduzioni di Noam Chomsky, Robert Flick, Gore Vidal, Naomi Klein (a volte solo sull'Espresso), Arundhati Roy, penso alle tante firme che si leggono su una rivista come Internazionale. Capisco avere il "riformismo" (parola il cui significato è tutt'altro che scontato) come orientamento, ma non c'è motivo che l'orientamento sia un invalicabile recinto. "

martedì 16 settembre 2008

Ancora sulla presunta crisi d'identità di Repubblica.


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

"Caro Pazzo Per Repubblica,
sono perfettamente d'accordo con te e con l'autore della lettera degli ex ulivisti. Pur amando Repubblica a me sembra chiara pure la linea editoriale, da qualche tempo a questa parte, direi da R2 in qua. Fateci caso: in due mesi Rep ha parlato per due volte (tre) della truffa del formaggio (Berizzi forse pensa che i lettori non abbiano memoria), i sondaggi di Ilvo Diamanti tirano fuori sempre gli stessi problemi: sicurezza/lavoro/prezzi/lavoro/sicurezza. Gli Italiani sono stufi, poveri, ignoranti, cafoni (leggasi Michele Serra) ed è tutta colpa del governo Berlusconi. Ok, grazie, lo sapevamo. Ma perchè dare a D'Avanzo mezza pagina per alimentare una ormai solo personale polemica con Travaglio? Me che ci frega delle ricevute degli alberghi dove Travaglio trascorse le vacanze nel 2002? Che scriva Cordero (sic!), Scalfari. Mi aspetto che Rep faccia opinione, non cavalcando le emozioni ma le notizie. E quelle vere ci sono, basterebbe (1) cercarle e (2) avere il coraggio di pubblicarle. "

Berlusconi, Zucconi e gli ex ragazzi ulivisti.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

"Caro Feticista, è passata inosservata anche a te qualche giorno fa, il 10, questa letterina alla rubrica della posta di Zucconi sul sito di Repubblica, che invece secondo me è interessantissima per lucidità e chiarezza

SE INDIETREGGIO, SUICIDATEMI
Bentornato direttore!
Parlo in nome e per conto di un nutrito gruppo di ex ragazzi ulivisti (vicini ai sessanta ma sempre pronti a essere infinocchiati) che leggono costantemente la Repubblica. Ho la strana sensazione che la linea del giornale sia stata orientata a far cadere Berlusconi con le minchiate.
Legga i titoli: ci sono almeno tre rivolte al giorno (i consumatori, le hostess, i conciapelli, ecc.), una stangata (luce, acqua, camomilla, ecc), un 'bruciati 170 miliardi' ma mai riguadagnati quando la borsa sale, un 'governo spaccato in due' per ogni esternazione di ignoto portaborse, per non parlare dell'immancabile 'è polemica' su ogni provvedimento proposto dalla maggioranza. Lei che può e conosce, dovrebbe consigliare al caro Ezio Mauro e, di conversa, al povero Walter che Berlusconi va contrastato con incisività e metodo su argomenti importanti e drammatici (non mancano...), e che la politica della lamentela quotidiana non funziona. Anzi alla fine ci fanno diventare simpatici anche Calderoli e la Gelmini.
Mi saluti la simpatica Zanna bianca Palin quando la incontra nelle battute di caccia nello Yukon..
Guido Scrocca

E questa è la risposta di Zucconi

Come tutti i governi nella storia d'Italia (quello di Mussolini compreso, deposto dal Gran Consiglio) anche questo, se cadrà, cadrà per contrasti interni alla maggioranza che lo regge. Nessuna opposizione, e tanto meno nessun giornale, hanno mai fatto cadere un governo italiano che non si fosse già sparato in bocca.

Risposta che risponde solo in parte. Anzi, secondo me il senso della lettera di Scrocca è chiaro e, almeno per quanto mi riguarda, ultra-condivisbile:
Repubblica, che amo e continuo a leggere, ormai più che informazione fa emozione, anzi emotività, che è pure peggio. E cerca sempre scandali e polemiche."

lunedì 15 settembre 2008

Le chicche di Currò.



Enrico Currò inizia così il suo pezzo al vetriolo sulla sconfitta del Milan a Genova:

"I tre Palloni d'oro, dopo il Bologna alla prima giornata, li ha sgonfiati anche il Genoa alla seconda."

La dolce maestrina.



Oggi paginone su Il Giornale interamente dedicato a Concita De Gregorio.

Eccolo: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290589

Passalacqua passa ufficialmente a Berizzi il testimone di leghista.



Con la presenza al rito dell'ampolla, Paolo Berizzi si conquista i galloni di "leghista" di Repubblica. Sostituisce Guido Passalacqua che, probabilmente, si era rotto.

Denise ritrovata a Kos? Repubblica ci credeva davvero.



Ci credeva davvero Repubblica al fatto che la bambina trovata a Kos fosse Denise Pipitone. Lo dimostra il fatto che ha subito inviato sul posto (a meno che non si trovasse la in vacanza) niente meno che Daniele Mastrogiacomo. L'inviato "col lutto" però, se n'è tornato subito in Italia

venerdì 12 settembre 2008

Il grande ritorno dell'amico di Valerio.

E' lui, è tornato! E' l'amico del cuore di Valerio Gualerzi:

Ragazzi nel frattempo io non solo non ho abbandondato questo blog, ma sto facendo addirittura dei colloqui per assumere qualche collaboratore. Infatti il nostro Valerio Gualerzi sta diventando "L'Immarcabile". Durante le ferie l'ho visto prendere a spallate pure Licia Granello sulla rubrica di R2 dedicata al cucina ecc.. Ora è tornato alla Nazionale non mandandole certo a dire a Lippi (che personalità per un precario). Insomma Valerio c'è eccome.... P.S. il Ristorante "Da Valerio", la cui Locandina è apparsa qui qualche mese fa ve lo consiglio. Pesce fresco e gestore simpaticissmo. Io sono un aficionados da qualche anno. Se passate per Giulianova (Abruzzo)....

“Ciuro che tacerò”.



Travaglio e D’Avanzo continuano a litigare tra loro a colpi di mezze paginate su una storia di ricevute delle vacanze. Verrebbe da citare Beppe Grillo e dire: “Telefonatevi tra di voi e non rompete i c. al prossimo”. Ma incuriosisce una cosa che è uscita oggi. Travaglio scrive l’ennesima replica. D’Avanzo risponde laconicamente: “Ciuro che tacerò”. Ciuro, con la C. Visto che non può essere un refuso (una maiuscola sbagliata all’inizio di una frase di tre parole l’avrebbe vista chiunque), la domanda è: cosa significa quel Ciuro? E’ un messaggio in codice, una parola che conoscono solo loro due, un avvertimento? E soprattutto, perché non ci date un taglio?

Fabio P.

Repubblicità.

Ricevo e volentieri pubblico:

"Caro PazzoPerRepubblica, hai mai parlato dell'indecente quantità di pubblicità che c'è sul sito di Repubblica? Ogni due per tre c'è una finestra di pop-up che si apre, non mi sembra molto serio per un giornale così importante. Sembra di stare in un sito pornografico da tante finestre che si aprono."

Fenomenologia di Franco Cordero (di Arianna G.).



Vorrei parlare di Franco Cordero.
Cordero è, prima di tutto, fine giurista, ma anche erudito scrittore di saggi e romanzi (mea culpa, non ho letto niente di suo fuorché i suoi editoriali su Rep: mi riprometto al più presto di colmare la lacuna).
Dopo la lettura di un suo editoriale si dànno due casi.
Il primo: ti senti uno stupido, stordito dalle decine di citazioni dal latino, annichilito dallo stile involuto, ferito nell'orgoglio per non aver capito almeno metà della storia.
Il secondo: provi la sensazione di essere davanti a qualcuno che scrive per davvero, magari hai messo mano qualche volta al dizionario (Cordero ti ci ha finalmente costretto), hai riletto l'articolo tre volte e ogni volta hai trovato la chiave per comprendere questa frase o quella citazione.
Mi riferisco qui solo allo stile, ché se si parlasse anche del contenuto - e cioè tipicamente le scorribande giuridiche del "Signor B.", altrimenti detto "Caimano" - il discorso si farebbe ancor più complicato.
Insomma: Cordero divide i lettori, lo si può facilmente immaginare.

Personalmente ricado nel caso numero due: leggere un suo editoriale mi ha costretto a ragionare, a rileggere e a cercare un dizionario, cosa rara di questi tempi.
Vorrei che Franco Cordero si leggesse più spesso.
Vorrei che il nostro amato Direttore gli dèsse più occasioni: che Cordero scriva dello stato attuale della scuola e della cultura in Italia, ad esempio; avrebbe l'altezza morale e la maestrìa stilistica per farlo e deliziare - una volta tanto - i lettori di Rep, di cui evidentemente non si ha elevata stima.

Cordero è comparso il 22 luglio con un fondo a dir poco meraviglioso, "La quiete del manovratore" (che trovate qui), sull'immunità alle figure istituzionali di cui a lungo si discuteva in quei giorni. Poi più nulla.
D'accordo, le vacanze.
Quanto ancora dovremo aspettare?

Arianna G.

Marco Marozzi si trasferisce in Africa?



Alla notizia che Romano Prodi è stato scelto come inviato di pace dell'Onu in Africa siamo sobbalzati sulla sedia!

Non è che il "prode prodiano" Marco Marozzi se ne va a stare anche lui nel continente nero?

mercoledì 10 settembre 2008

Paralimpiadi senza inviati, perchè?



Qualcuno della redazione sportiva di Repubblica ci può spiegare perchè nessuno dei 12 inviati è rimasto a Pechino a raccontarci dal vivo anche le Paralimpiadi?

Uno, ne bastava uno. Mattia Chiusano, per esempio.

E non venite anche stavolta a raccontarci che le Paralimpiadi non fanno audience.

Gianni Nostradamus Mura colpisce ancora.



Oggi su Repubblica Gianni Mura chiude il suo pezzo sulla vigilia di Italia-Georgia così: "Pronostico: qualche sbadiglio e vittoria non larga dell'Italia".

E' andata esattamente così: partita noiosa e vittoria per 2-0 dell'Italia.

Repubblica.it farlocca.



E famose ste du risate...

Piero Colaprico: il secondo papà di Eluana.



Per Piero Colaprico credo sia giunto il momento di prendere i galloni di "secondo papà" di Eluana Englaro.

Anche ieri è andato a Lecco a trascorrere una giornata vicino alla ragazza.