Indietro è difficile che si torni. Le trasformazioni in atto nel reperimento, trattamento, diffusione e consumo di notizie mi paiono infatti irreversibili, come ho già avuto modo di argomentare. Poi però scopro su Repubblica che il pane che mangiamo in Italia viene molto spesso prodotto in Romania – l’inchiesta, ottima, è di Paolo Berizzi – e mi viene da pensare che non c’è nessuna ragione al mondo per fare a meno degli inviati all’estero. Perchè il mondo è sempre più complesso e per capirlo, in modo da poter fare le nostre scelte in quanto cittadini, c’è bisogno di competenza, intuito e memoria storica. Lo avevo già rimarcato leggendo le straordinarie corrispondenze di Bernardo Valli dall’Iraq, al pari delle storie che ci racconta Ettore Mo dagli angoli più sperduti di questo mondo. E più ci penso più ne sono convinto.
domenica 22 gennaio 2012
Il valore degli inviati all'estero.
Riportiamo dal blog di Amedeo Ricucci:
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4 commenti:
Sfonda una porta aperta, se fosse per me metà giornale sarebbe dedicato ad inviati e corrispondenti.
A proposito ho notato anch'io che la cura PPR ha fatto bene a Franceschini, meno male!
E sfruttateli di più sti' corrispondenti cavolo!!!
Bultrini e Visetti? solo quando succedono disgrazie. Quello in Brasile non ricordo neanche come si chiama!
ti riferisci a omero ciai? adesso lavora in redazione a Roma e solo saltuariamente torna in Sudamerica.
Ecco proprio lui!
Vuoi dire che in sudamerica non c'è nessuno?
Ottimo!
Certo stare lì e non avere spazio sul giornale, tanto vale risparmiare.
Tanto la rassegna stampa la possono fare anche da roma.
Tristeza!
non giriamo il coltello nella piaga.
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