Quello che ha picchiato più duro, prendendo bene la mira, è stato Dagospia con questo pezzo da cui estrapoliamo alcuni passaggi, che partendo dagli scontri arriva a dipingere un quadro non tanto entusiasta del giornale di Largo Fochetti.
L'illusione ottica riporta al '77. Cariche, uova, urla, striscioni: «Stiamo arrivando/ Monti stiamo arrivando». Le pentole dei manifestanti battono il ritmo di un'esclusione. Anche se gli slogan riecheggiano vecchi G8: "Fuck the austerity" o nella versione italiana: "Contro la democrazia dello spread/ Monti dimettiti", i neo indiani metropolitani vestono in Brooks Brothers e comandano i fili del teatrino.
La festa organizzata dalla terza gamba della Camera dei Deputati, il comitato "etico" di Largo Fochetti ha scelto il suo abito. Più simile a doppiopetto da workshop dell'Aspen che alla nudità di Woodstock. Tutto qui, dove eventi diversi sono seguiti e partecipati e dove l'assenza di caos è garantita dalla forza pubblica e dall'Enel, appare controllato. Riformisticamente orientato.
In questo quadro, in questa melassa di buon senso a dosi da cavallo che supera in un sol colpo i baci di Deisnau e i fidanzatini di Peynet, la figura di Mario Monti recita il ruolo dell'ospite fin troppo atteso. Il burocrate, il tecnocrate che forse (complice il defilato Corrado Passera) regalerà una rete al partito di Barbapapà, l'uomo senza qualità tutore della colonia estiva che chiusi i battenti trascinerà tutti verso le elezioni più incerte degli ultimi 40 anni.

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