lunedì 31 marzo 2008

Paiolo d'Oro ex aequo a Pinna e a Lugli per i fatti di Gavoi.



Meritato Paiolo d'Oro ex aequo per il corrispondente dalla Sardegna Pier Giorgio Pinna e per l'inviato a Gavoi (Nu) Massimo Lugli che da tre giorni ci raccontano per filo e per segno com'è stata uccisa Dina Dore.

Luigi Bolognini ci riprova con i concerti.



Il milanese di Sondrio Luigi Bolognini ci prende gusto a recensire i concerti. Stavolta Castaldo e C. gli affidano il concerto dei Pooh (sai che concertone) da Mantova.

La tragedia all'autogrill di Asti: i lustrini se li prende Crosetti ma il culo se lo fanno Zancan e Gulotta.



Apertura di giornale dedicata alla tragedia di Asti in cui ha perso la vita l'ultrà del Parma Matteo Bagnaresi.

In prima pagina c'è un commento del torinese Maurizio Crosetti ma sul posto è volato il suo collega meno noto Niccolò Zancan. A Parma invece, a raccogliere i commenti di una città sconvolta dal lutto, c'è andato Carlo Gulotta. A margine, pezzi di Bianchi e Berizzi.

venerdì 21 marzo 2008

PazzoPerRepubblica chiude per una settimana. Buona Pasqua a tutti i feticisti.



Amici feticisti di Repubblica, la redazione di PazzoPerRepubblica va in vacanza quattro giorni. Tornerò a riaggiornare questo blog alla fine della prossima settimana.

Mi raccomando, acquistate sempre la vostra copia di Repubblica. In qualunque posto della terra voi siate.

Continua la gita in pullman di Paolo Griseri. Oggi Lodi.

Il tour elettorale di Walter Veltroni ieri ha fatto tappa a Lodi. Il sedile riservato a Repubblica era occupato da Paolo Griseri.

giovedì 20 marzo 2008

Il reportage da Bagdad della "embedded con le palle" Francesca Caferri.



NEL BUIO DI BAGDAD CINQUE ANNI DOPO
dal nostro inviato Francesca Caferri "EMBEDDED" con la terza divisione di fanteria dell'esercito statunitense

Neanche di notte Bagdad sembra una città normale. Spente le insegne, svuotate le strade, pochi soldati rimasti a pattugliare i check point, sono le luci a raccontare la storia della capitale irachena. In molte zone quasi non si vedono: la notte è buia come quelle africane. In altre il rumore delle migliaia di generatori è un sottofondo costante, piccolo scotto da pagare, per chi se lo può permettere, per avere radio e televisione accesa. La luce, quella per tutti, a Bagdad manca dal 20 marzo del 2003, quando i primi missili americani cominciarono a colpire la città, segnando l'inizio della guerra. Oggi l'unico punto dove l'elettricità non manca mai è la Zona Verde, che con le ambasciate, la sede del governo e il parlamento illuminati a giorno 24 ore su 24, ricorda a tutti dove sta il potere in Iraq. Sono passati cinque anni esatti dalla notte in cui quel primo missile colpì Bagdad e l'incubo, per l'Iraq, è tutt'altro che finito. A capirlo ci vuole poco. Nelle vie della capitale, come nel resto del paese, i soldati americani si spostano armati fino ai denti anche per tragitti minimi. I convogli delle compagnie private di sicurezza percorrono le strade a tutta velocità, spesso con le armi che vengono fuori dai finestrini: la gente appena li vede arrivare accosta per non essere travolta.

Ovunque si sentono lamentele per la mancanza di personale specializzato in scuole e ospedali: chi ha potuto è fuggito all'estero. "È andata così, questa è la nostra storia. Non ci piace, ma ci è toccata in sorte e non possiamo cambiarla", dice lo sceicco Naana Abaad Karqaz quando gli si chiede cosa pensi della ricorrenza di oggi: 38 anni, statura imponente, occhi chiari, quest'uomo non fa nulla per nascondere la perplessità nei confronti dell'intervento di cinque anni fa. Eppure sono persone come lui a rendere l'anniversario meno amaro per le migliaia - più di 160mila - di soldati americani ancora in Iraq.

Karqaz è il capo del villaggio di Manari, nella provincia di Arab Jabour, una sessantina di chilometri a sud di Bagdad. Per lui oggi è una giornata speciale: dopo settimane di incontri, richieste, promesse e giuramenti è arrivato il momento di ufficializzare la collaborazione del suo villaggio con gli americani. Karqaz ha accompagnato di fronte ai soldati gli uomini della sua zona in cerca di lavoro, garantendo per loro: fra di essi verranno selezionati coloro che entreranno a far parte dei gruppi della Sahwa, il Risveglio, le milizie sunnite finanziate dagli americani e dal governo iracheno per combattere coloro che, a colpi di bombe, continuano a insanguinare l'Iraq. E su gruppi come questi che si è basata la strategia di David Petraeus, comandante americano nel paese, per vincere una guerra durata troppo a lungo: spezzare l'alleanza fra i sunniti ed Al Qaeda, portare i primi dalla parte degli Usa a colpi di dollari è stata - insieme alla decisione di Bush di aumentare i soldati in Iraq e alla tregua dichiarata dagli sciiti di Moqtada al Sadr - l'intuizione che ha consentito a Petraeus di far diminuire la violenza in Iraq e di guadagnarsi la fama di uomo della svolta.
Una fama, dicono molti, che presto potrebbe portarlo a Washington.
Per aderire al progetto della Sahwa a Manari sono arrivati in 300, dai 15 ai 45 anni: per ore se sono rimasti seduti nel cortile di una casa in attesa di essere intervistati e di vedersi registrare le impronte delle mani e della retina. "Vogliamo collaborare con gli americani per portare sicurezza nella nostra zona - dice Karqaz - solo così poi riapriranno le scuole, ci sarà lavoro e riusciremo a ripartire". Sulla violenza che per anni ha insanguinato la sua zona e sulla possibilità che fra gli uomini seduti fuori ci siano i responsabili di attacchi contro americani e stranieri, lo sceicco glissa: "Non siamo stati noi. Erano stranieri. Non potevamo fermarli perché ci avrebbero ucciso", dice. Ma probabilmente sa di mentire: a fine giornata due degli uomini del cortile verranno portati via in manette, perché ricercati per un attentato che ha ucciso militari iracheni.

"Sappiamo bene che stiamo collaborando con persone che fino a qualche mese fa ci combattevano - spiega il colonnello Lillibridge, comandante terzo battaglione della 101sima divisione, stanziato nella zona di Manari - ma oggi non abbiamo scelta, né noi né loro".
A giudicare dalla zona intorno a Manari, nonostante i tanti problemi ancora presenti, la scommessa sta funzionando: i check point degli uomini della Sahwa hanno fatto diminuire le esplosioni di mine artigianali, a lungo l'arma più mortale della rivolta contro gli americani, da pochi giorni una cisterna ha sostituito il canale come fonte principale di acqua potabile per la gente del villaggio e sono arrivati i finanziamenti per rimettere su la scuola del villaggio, chiusa da anni. La stessa cosa, lentamente, sta accadendo in molte zone del paese: nella provincia di Anbar, una volta una delle zone più sanguinose dell'Iraq, nel nord, e a Bagdad, dove gli investimenti americani, in termini di soldi e di uomini, sono stati maggiori.

"È un processo lento, ma sta funzionando", sostiene il colonello Lillibridge. Alla sua terza rotazione in Iraq, quest'uomo deciso ma gentile ha uno scopo ben preciso: evitarne una quarta. Lo dice scherzando, e poi spiega: "Dobbiamo impegnarci a fare sì che siano gli iracheni a prendere in mano la situazione: quello che possiamo fare noi è guidarli, sostenere i primi passi, ma poi devono essere in grado di agire da soli".
Se e quanto questa tattica possa durare nel lungo periodo è ancora tutto da vedere: i miliziani della Sahwa potrebbero tornare sui loro passi in ogni momento e tutti, da Petraeus in giù, sanno che da soli questi uomini non bastano e solo un cambio di politica a livello nazionale potrebbe far davvero voltare pagina all'Iraq.

Il traguardo però sembra sempre lontanissimo: solo due giorni fa una conferenza di riconciliazione fra i partiti - l'ennesima - è fallita prima ancora di iniziare per l'assenza dei più importanti rappresentanti sunniti e l'appello del premier Al Maliki - "questa è la nostra unica ancora di salvezza" - è stato accolto dalla gente con scetticismo. Tutti qui sanno che se le violenze sono diminuite è anche perché il paese è ormai rigidamente diviso in zone sciite, sunnite e curde: le occasioni di incontro, e di scontro, fra i gruppi diversi sono calate in modo drastico per effetto della pulizia etnica degli ultimi anni che ha spinto le famiglie a rifugiarsi vicino a quelle della stessa religione o etnia. Questo è evidente soprattutto a Bagdad, dove la gente parla con nostalgia della vecchia città aperta e cosmopolita uccisa da Saddam prima e dalla guerra poi.

Oggi, fra i giovani soprattutto, non resta che diffidenza e voglia di fuga. "La mia famiglia si è spostata a vivere in una base americana vicino l'aeroporto - racconta Sara, 23 anni, da quattro interprete per l'esercito Usa - se sapessero cosa facciamo per vivere ci ucciderebbero tutti. Di amici non ne ho più perché non potrei raccontare loro la verità. Il mio unico sogno è lasciare questo paese e andare a vivere in America, dove c'è libertà". Frase ironica, se si pensa che Sara lavora per chi cinque anni fa la libertà aveva promesso di portargliela a casa.

(20 marzo 2008) - La Repubblica

Quasi quasi lo pubblico su UTube.



Filippo Ceccarelli ha sentito parlare di YouTube. L'ha sentito pronunciare ma non l'ha mai visto scritto. Tanto è vero che all'interno del suo pregevole pezzo sugli "strappi" uscito nei giorni scorsi lo ha scritto UTube.
Pronuncia uguale, dicitura inesistente.

Fabio P. - Bergamo

mercoledì 19 marzo 2008

Paolo Rossi, dalla Formula Uno al nuoto come se niente fosse.

Paolo Rossi, che non è il giocatore ex campione del mondo, ma neanche il comico, ma solamente il "jolly sportivo" di Repubblica, fino a lunedì era a Melbourne a seguire il primo gran premio di F1 dell'anno, oggi lo troviamo a Eindhoven, Olanda, a scrivere dei campionati europei di nuoto.

Paolo, sei proprio un jolly.

Disordini a Mitrovica. Mai occasione fu più ghiotta per il nostro "inviato de guera".



L'inviato de guera Renato Caprile era lì che scalpitava. E così ieri è partito per Kosovska Mitrovica, Kosovo, per scriverci di ciò che sta accadendo tra i manifestanti di etnia serba e le forze dell'Onu.

Gajardo, Renato.

martedì 18 marzo 2008

Il ritorno in pompa magna di Fabrizio Ravelli.

Riecco una delle colonne di Repubblica: il milanese Fabrizio Ravelli che se ne va a Londra a raccontarci l'apertura di una bottega biologica da parte del principe Carlo.

Il pullman di Veltroni: scende la Longo e sale Griseri.



Su e giù dal pullman di Walter Veltroni che ieri è arrivato ad Alessandria. Per Repubblica, per una Alessandra Longo che se ne va, ecco un Paolo Griseri che viene.

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla carneficina di Bolzaneto e non avete mai osato chiedere.



Ve lo dice lo strepitoso pezzo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica di oggi.

Eccolo.

Le violenze impunite del lager Bolzaneto
di GIUSEPPE D'AVANZO


C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008) - La Repubblica

domenica 16 marzo 2008

Le inchieste della dolce Concita.

Chi meglio di lei poteva andare a Genova a scrivere sul caso degli aborti clandestini?

Qui il pezzo.

Se Repubblica è una miniera, salutiamo con simpatia i minatori nascosti Franco Zantonelli e Guido Gomirato.

Nella miriade di giornalisti, inviati, corrispondenti e collaboratori di Repubblica è bello, ogni tanto, trovare dei pezzi firmati da gente che di solito sta nell'ombra e ogni tanto ha il suo giorno di gloria. Oggi, per esempio, è toccato a Franco Zantonelli, collaboratore elvetico di Repubblica, che ci scrive un pezzo da Berna, e di Guido Gomirato, presunto tifoso interista ma già addetto stampa dell'Udinese Calcio, che ha scritto la cronaca di Udinese-Lazio di sabato sera.

Dottor Sannucci e mister Corrado: in poche ore dal Flaminio all'Olimpico.

Dottor Sannucci ieri sera era all'Olimpico a fare le pagelle di Roma-Milan, Poche ore prima, il suo alter-ego mister Corrado era allo stadio Flaminio a seguire la storica vittoria dell'italia contro la Scozia nel Sei Nazioni di rugby.

L'interista Gianni Piva torna ad Appiano Gentile.

Dopo l'esilio dalla Champions League, l'interista di Repubblica Gianni Piva è tornato a scrivere sui nerazzurri andando a seguire, ieri, l'allenamento degli uomini di Mancini ad Appiano Gentile.