giovedì 28 febbraio 2008

E il terzo giorno, Gabriella De Matteis prese il Paiolo D'Oro.



Al terzo giorno di instancabile cronaca da Gravina in Puglia, Gabriella De Matteis si aggiudica il Paiolo d'Oro, per essersi fatta un culo così nel raccontarci la verità sulla drammatica vicenda dei fratelli Pappalardi.

Cesare Prendelli si racconta a Dario Cresto-Dina.



Ecco la bella intervista di Dario Cresto-Dina all'allenatore della Fiorentina Cesare Prandelli apparsa su Repubblica di ieri:

"La mia vita senza Manuela, tra il calcio, i figli e Dio"
di DARIO CRESTO-DINA


FIRENZE - Questa è la storia di un uomo e una donna. Come ce ne sono tante. È la storia di un amore. Come a volte esistono. È la storia di un dolore. Come quelle che prima o poi ci sbattono addosso perché non può esserci una vita senza dolore. L'uomo si chiama Cesare Prandelli. Ha cinquant'anni. Alla fine della terza media voleva iscriversi al liceo artistico, si è ritrovato invece geometra perché la mamma gli raccomandava: il diploma, Cesare, il diploma... Voleva diventare architetto perché gli è sempre piaciuto pensare, creare, costruire qualcosa. Anche solo un'idea. Ha fatto invece il calciatore. Ha vinto con la Juventus qualche scudetto e una coppa campioni, si è distrutto le ginocchia e ha smesso presto, senza barare, a trentadue anni. Oggi è l'allenatore della Fiorentina, ma qui se potessero lo farebbero sindaco, presidente di tutti i posti in cui è previsto un presidente e, perché no?, persino papa e santo, naturalmente subito.

La donna si chiama Manuela Caffi, è sua moglie. È morta all'ora di pranzo del 26 novembre dell'anno scorso. Aveva quarantacinque anni. Quel giorno era un lunedì, il giorno in cui i calciatori e gli allenatori si riposano. "Fino alle dieci della domenica era lucidissima. Io e i miei figli durante le ultime ore ci siamo messi nel letto con lei. L'abbracciavamo, la accarezzavo, le parlavamo di continuo. I medici della terapia del dolore, che lei chiamava i suoi angeli, ci hanno spiegato che i malati terminali perdono per ultimo il senso dell'udito, ma riconoscono solamente le voci dei familiari, quelle degli estranei si trasformano in un rumore metallico. Porto dentro di me le sue ultime parole. Ma non riesco a dirle, a farle uscire. È troppo dura".

Dopo tre mesi è la prima volta che Cesare Prandelli accetta di raccontare la sua Manuela. Nella sala riunioni della sede della Fiorentina. Una t-shirt bianca e un maglione arancione, il fisico da ragazzo, lo sguardo sulla fede che porta al dito, un bicchiere d'acqua sul tavolo che a un tratto si rovescia e lui va nello sgabuzzino, prende uno straccio e asciuga il pavimento mettendosi in ginocchio. Si deve pur ricominciare, da qualche parte, in qualche modo.

Potremmo partire dalla terra, la sua. Da Orzinuovi, provincia di Brescia.
"Di lì si parte e lì si torna. Dove sono nato e cresciuto, dove vivo ancora nella casa dei miei. Papà è morto che avevo sedici anni, mamma sta con me. A Orzinuovi sono Cesare e basta. C'è la piazza Vittorio Emanuele, una bella piazza con i portici. Manuela l'ho conosciuta là, al bar, una domenica pomeriggio. Giocavo in B con la Cremonese, tornavo dalla partita, avevo voglia di una cioccolata calda. Lei era con una sua amica, ci siamo soltanto guardati, ci siamo piaciuti subito. Il giorno dopo con una scusa sono andato a prenderla a scuola. Avevo diciott'anni, lei non ancora quindici. Non ci siamo più lasciati".

Quando vi siete sposati?
"Nell'82. Ero alla Juve. I miei testimoni sono stati Antonio Cabrini e Domenico Pezzolla, mio compagno a Cremona. Ora fa l'ambulante, vende formaggi".

Mai una crisi, mai un tradimento?
"In trent'anni abbiamo litigato una volta sola, colpa di una racchetta da tennis. Se mi chiede se le ho messo le corna le rispondo di no. Se per tradimento invece intende la mancata condivisione di una scelta e di una idea, allora le dico di sì, che a volte credo di averlo fatto. Nell'educazione dei figli, per esempio. Su questo piano sarò sempre in difetto nei confronti di mia moglie".

Padri e figli: che cosa ha imparato dai suoi genitori?
"Da mio padre il rispetto per chi lavora, spero di averlo fatto mio. Da mia madre la fisicità dell'amore, il non vergognarsi di volere bene. Dimostrarlo con il cuore, la testa, le mani".

E che cos'è l'amore?
"Credo ci siano diversi tipi di amore. Quello per una donna, quello per i figli, quello per gli amici. Ho scoperto che molte persone hanno paura di amare, hanno paura di vivere l'amore. Perché in amore devi dare, devi essere altruista. Forse è più facile non amare. Siamo spesso prigionieri del nostro egoismo".

Che cosa le ha insegnato Manuela?
"Tutto. Ho sempre le tasche vuote, non un soldo. Mai usato il bancomat, i soldi me li dava lei. Qualche giorno fa sono stato costretto a farmi prestare cinquanta euro da un collaboratore della società per fare benzina. Non mi sono ancora abituato... Manuela mi ha insegnato a usare le parole. Mi diceva: Cesare, la cosa più importante è sapere che cosa si vuole. Domandarselo e avere il coraggio di darsi le risposte. Quando sono diventato responsabile del settore giovanile dell'Atalanta mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Poi mi offrirono il Lecce. Le dissi: mi piacerebbe provare, ma solo se tu vieni con me. I bambini erano piccoli. Andiamo, mi rispose, ma promettimi che terrai i nostri figli fuori dal mondo del calcio".

A lei che cosa non piace di questo suo mondo?
"L'esasperazione, le polemiche, i processi, l'arroganza, la stupidità, l'oblio. Quando giocavo io ci divertivamo di più, tra compagni di squadra ci si frequentava dopo le partite, gli allenamenti. Mischiavamo le nostre solitudini. Oggi i calciatori lo fanno molto di meno. Questo mondo ha dato lavoro a tanti, ma tanti si prendono troppo sul serio. Eppure fai un mestiere che ti piace, ti danno un sacco di soldi, sei un privilegiato. Vivi una vita che non è normale. Se ho una qualità è quella di saper scegliere i miei abiti mentali. Non posso assumere un modo di essere che non è il mio. Non riesco a fingere, a mordermi la lingua, a mettere su il disco dell'ipocrisia".

Parlavate spesso di politica, lei e sua moglie?
"Poco. Ho votato la sinistra più di una volta, ho avuto ad un certo punto simpatia per il centrodestra. Sono stato un ondivago, come vede. Vorrei una politica liberata dall'ideologia. Non mi chieda di più. Non sono preparato".

Lei è ricco?
"Sto bene, molto bene. Ma la ricchezza non mi interessa. Mi preme la tranquillità economica dei miei figli. Nicolò ha ventitré anni, studia da manager dello sport. Carolina ne ha ventuno, fa lettere all'università e adora la danza. Non voglio diventare ricco. Voglio cercare di vincere qualcosa, questo sì".

Mi hanno raccontato che prima di prendere Capello, la Juventus la voleva come allenatore. Di fronte alla scrivania di Moggi lei sparò una richiesta altissima, Moggi si alzò, le strinse la mano e le disse arrivederci. È vero?
"Sì. Per la Juve avrei firmato in bianco, ma sapevo che non mi avrebbero preso. Chiesi quella cifra per andare a scoprire le loro carte. Non mi presero, come avevo previsto".

Quando si è ammalata Manuela?
"Sette anni fa. Allenavo il Venezia. Un nodulo a un seno. Sembrava routine. Operazione a Brescia. Meno di due anni dopo un problema a un linfonodo. Nuova operazione, parecchie metastasi, chemioterapia. Un disastro".

La Roma per qualche mese, poi le dimissioni. Perché?
"Manuela voleva stare a casa. Facemmo un patto, le dissi che se le cure fossero state invasive sarei stato ogni minuto al suo fianco. Era lei la mia priorità. La sua vita era la mia vita. Tornai a Orzinuovi. Molti si sorpresero, per me invece fu una scelta naturale. Il calcio a volte ha paura della normalità".

C'è stato un momento in cui ha creduto che Manuela si sarebbe salvata?
"Sì, dopo Parigi e un interminabile calvario di terapie chemioterapiche. I medici ci diedero molte speranze. Lei stava meglio. Venimmo a Firenze. Per quasi tre anni le cose sono andate bene. La scorsa primavera la situazione è improvvisamente precipitata, a maggio il tumore ha colpito il fegato. È stato l'inizio della fine. Da allora la lotta è stata soltanto contro il dolore, un dolore devastante, non più contro la malattia".

A chi altri avete chiesto aiuto in questi anni?
"A Dio. Siamo andati a Spello, da frate Elia. Lunghe, dolcissime chiacchierate. Sedute di preghiera. Emozionanti, commoventi. Manuela, io, i due ragazzi. Io ho la fede, l'abitudine alla preghiera. Lei era invece un po' come San Tommaso, ma l'incontro con frate Elia è stato straordinario. L'ha cambiata. Credo che senza di lui la mia Manu sarebbe morta prima".

Ora lei come sta?
"Sto. Quasi tutta la mia famiglia è venuta a Firenze, respiro quando sono con Carolina e Nicolò. Cerchiamo di capire assieme come ricominciare. Mi danno sollievo il campo, i ragazzi, le partite. Da solo mi sento sperduto".

E crede che rimarrà da solo?
"Adesso le posso solo rispondere di sì. Non riesco a immaginarmi con un'altra donna accanto. Penso che una persona che abbiamo tanto amato continui a vivere dentro di noi fino a quando moriremo a nostra volta".

A Firenze la strada principale che conduce allo stadio si chiama Viale dei Mille. Per un lungo tratto a ogni albero è appeso un cartellone dell'Associazione tumori della Toscana. Raffigura Cesare Prandelli sul prato del campo. È in giacca blu e cardigan viola. Non sorride. Con il braccio destro saluta i tifosi della curva Fiesole. È il suo modo di dire grazie.

(27 febbraio 2008) - La Repubblica

mercoledì 27 febbraio 2008

Carlo Moretti, la De Filippi e la scoperta di un neologismo molto calante.

Ci scrive il nostro collaboratore Fabio P. chiedendoci:

"Oggi a pagina 51, nelle cronache da Sanremo, c'è un pezzo di Carlo Moretti.
Argomento: perché molti cantanti sono così stonati? Si scopre che questo era calante e quello era calante. E quell’altro? Calante anche lui. Se poi Moretti ci avesse spiegato cosa significa saremmo tutti più contenti".


Caro Fabio P.,

abbiamo provato a "googlare" il termine "calante" e siamo finiti in un forum dedicato alla tarsmissione Amici di Maria De Filippi (me cojoni...) e abbiamo trovato quanto segue:

"Calante significa che un cantante stona perchè rispetto alla tonalità che il brano richiede, la voce del calante nn regge le note e si abbassa in modo nn modulato..quindi nn controllato nè previsto.. è una stonatura che di solito si verica in mancanza di una corretta modulazione vocale, o quando si prende male un respiro o ancora se nn si ha l'estensione per reggere alcune note o passaggi vocali.ma di solito riguarda chi nn becca la corretta modulazione di un brano e nn calibra la voce su tonalità giusta..... giuseppe nello speciale di natale del 22 dicembre è stato calante tutto il pomeriggio (ma lui dice che aveva mal di gola e problemi vocali)... poi nn so cmq era calante il 22 della siglia alle a canzoni".

Capito? Noi non ci abbiamo capito una fava...

Resta un dato di fatto: il termine calante è un neologismo nato all'interno della trasmissione Amici di Maria De Filippi.

Adesso che lo sappiamo possiamo tutti quanti dormire sonni più tranquilli.

Sanremo fa flop? E allora Repubblica aumenta il numero degli inviati.



Ai già presenti De Gregorio, Videtti e Moretti, da ieri a Sanremo è presente anche Silvia Fumarola a commentare il flop di Baudo e Chiambretti.

Senza contare le "rubrichette" di Dipollina e Sorrentino.

E poi, come preannunciato da noi ieri, Gino Castaldo scrive un pezzo a commento della kermesse canora.

Unico colpo di scena della serata: Bianca Guaccero che ha rischiato di perdere il corpetto durante la sua performance di ballo (foto).

Sui fratellini Pappalardi il graffio di Attilio Bolzoni.



Attilio Bolzoni, inviato sul posto, la fa da padrone nella vicenda del ritrovamento dei due fratelli di Gravina in Puglia recuperati in fondo a una cisterna.

Suo il pezzo trainante in prima pagina, mentre all'interno viene confermata come inviata a supporto Gabriella De Matteis.

Carlo Picozza, della redazione romana, va a Velletri dove si trova rinchiuso in carcere il papà dei due fratelli, Filippo Pappalardi.

martedì 26 febbraio 2008

Repubblica sbarca a Sanremo con tre inviati tra cui la dolce Concita.

Repubblica sbarca a Sanremo con ben tre inviati: Giuseppe Videtti, Carlo Moretti e, udite udite, la dolce Concita De Gregorio che si occuperà di gossip e mondanità. E' atteso da un giorno all'altro l'arrivo nella città dei fiori di Gino Castaldo.

L'orrore di Gravina in Puglia. Indagano le tre magiche ragazze pugliesi.



Trovati due corpi privi di vita in una cisterna a Gravina in Puglia.

Redazione pugliese in subbuglio.

Si decide di mandare sul posto ben tre inviate: Gabriella de Matteis e Mara Chiarelli a Gravina e Lorenza Pleuteri a Mesagne.

E poi c'è una paginata affidata all'esperto del mezzogiorno Attilio Bolzoni.

Nelle due foto: i fratellini Pappalardi e la prima pagina del dorso barese di Repubblica.

lunedì 25 febbraio 2008

Il domenicale di Eugenio Scalfari.

L'inseguitore accelera,
l'inseguito perde colpi
di EUGENIO SCALFARI


IL 2 MARZO si concluderà l'inevitabile giostra delle candidature e delle alleanze e la campagna elettorale entrerà nel suo pieno, ma i suoi lineamenti sono già chiari e profilati: Berlusconi conduce nei sondaggi, Veltroni insegue accelerando il recupero. Per la prima volta in questa settimana il recupero dell'inseguitore ha prodotto un regresso nello "share" dell'inseguito. Se i sondaggi rispecchiassero l'effettiva realtà questa novità sarebbe della massima importanza; significherebbe infatti il profilarsi d'un deflusso dal Popolo della libertà verso il Partito democratico e quindi il dimezzamento aritmetico del distacco tra l'inseguito e l'inseguitore.

Sin d'ora comunque si va diffondendo nella pubblica opinione e nei "media" la sensazione del dinamismo di Veltroni e della staticità del suo avversario. In un paese bloccato da decenni che aspira a liberarsi dalle bende e a rinnovarsi, questa sensazione può tradursi in un capovolgimento di tutti i pronostici che fin qui sembravano certi: il Partito democratico, già ora, non ha più come obiettivo massimo quello di pareggiare al Senato, ma addirittura quello di vincere nelle elezioni per la Camera incassando così il premio di maggioranza che la legge elettorale prevede. Chi l'avrebbe mai immaginato appena un mese fa? Naturalmente questi ragionamenti simulano una realtà virtuale e vanno quindi presi con molta cautela.

* * *

I temi dell'economia mordono invece più da vicino la vita quotidiana dei cittadini, lavoratori, consumatori, famiglie, imprese e sono ormai balzati in primissima fila. I prezzi soprattutto perché è con essi che tutti abbiamo a che fare ogni giorno. E di conseguenza i salari e le retribuzioni. L'occupazione, la cui tenuta comincia a suscitare preoccupazioni. L'inflazione. Il livello ufficiale che registra una media si colloca in questo momento al 2,9 per cento, ma l'ultima notizia di due giorni fa indica nel 4,8 l'aumento dei prezzi relativi a generi di larga diffusione.

Non è una sorpresa, l'inflazione infatti è la peggiore delle imposte perché ha carattere regressivo, colpisce i redditi più bassi in misura nettamente maggiore di quelli più elevati, risparmia i ricchi e deruba i poveri, falcidia i percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) consentendo qualche recupero ai lavoratori autonomi, ai professionisti, ai settori che operano su mercati protetti rispetto alla concorrenza. Ecco, la situazione dell'economia occidentale e quindi anche dell'Europa e in particolare dell'Italia si trova a questo punto. Gli Usa sono in piena recessione.

L'Europa registra un sensibile rallentamento e l'Italia è il fanale di coda. Le previsioni delle agenzie internazionali danno il nostro prodotto interno lordo allo 0,7 per cento nell'anno in corso con una tendenza ad appiattirsi ancora.

In queste condizioni la politica economica dovrebbe reagire adottando misure anticicliche. La teoria suggerisce infatti che, quando la congiuntura rallenta e addirittura volge verso lo zero, la domanda venga sostenuta con acconci interventi di spesa. In questo senso si muovono i programmi presentati dai partiti nei giorni scorsi; le differenze riguardano le modalità ma non la sostanza. Tutti infatti hanno in animo di sostenere i salari, i giovani, le famiglie, gli investimenti in infrastrutture.

Il problema è quello della copertura finanziaria e reale di queste politiche: dove trovare le risorse necessarie? Dove concentrare lo sforzo? Come evitare ricaschi dannosi sull'inflazione? Come impedire contraccolpi sul deficit? Infine, a quanto deve ammontare il complesso dei provvedimenti di sostegno per esercitare un effetto sensibile sulla domanda interna e sulla crescita reale?

* * *

Comincio da quest'ultima domanda: a quanto ammontano le risorse da mobilitare per ottenere risultati apprezzabili? Direi: non meno di un punto del Pil, cioè in cifra tonda 15 miliardi di euro da investire entro e non oltre l'esercizio in corso e dei quali almeno un terzo entro il prossimo giugno.

Da questo punto di vista è grave il rifiuto di Berlusconi di inserire i provvedimenti a favore dei salari nel decreto definito "mille proroghe" che sarà approvato dal Parlamento entro il 29 febbraio prossimo. Se avesse accettato, quelle misure valutate a circa 2 miliardi, avrebbero potuto beneficiare i salari fin dal prossimo aprile dando un sensibile sollievo ai redditi medio - inferiori e sostenendo il consumo.

L'autore di quel provvedimento era il famigerato governo Prodi e questa è la sola ragione per cui il leader del centrodestra ha opposto il suo rifiuto. Così tutta la politica destinata alla crescita viene spostata in avanti di almeno quattro mesi se non di più, con effetti negativi che è difficile sottovalutare. Il governo (quale che sia) che uscirà dalle urne il 14 aprile, sarà operativo al più presto ai primi di maggio.

Anche se i leader dei due maggiori partiti si sono impegnati a far partire la propria politica fin dal primo Consiglio dei ministri, gli effetti richiederanno un tempo tecnico di almeno due mesi per farsi sentire. Se ne parlerà dunque ai primi di luglio per le misure di più pronto impiego. Il danno di questo scriteriato comportamento è evidente e dispiace che l'ottimo Mentana, che ha lungamente intervistato a Matrix dell'altro ieri il principale azionista di Mediaset, non gli abbia posto questa elementare domanda.

Resta comunque il problema di dove reperire risorse da destinare alla crescita per un ammontare pari a 15 miliardi. Ebbene, ci sono spese in attesa di copertura già previste entro il 2008, pari a 7 miliardi. Gli stanziamenti sono già stati indicati da Padoa-Schioppa. Una parte delle destinazioni sono coerenti con il sostegno della crescita; quelle che non lo sono possono esser rinviate e il loro ammontare utilizzato diversamente.

Le risorse restanti vanno, a mio avviso, mobilitate lasciando lievitare il deficit dal 2,2 preventivato dal governo Prodi al 2,8. Il commissario europeo Joaquin Almunia manderà alti lai, poiché una politica del genere allontana inevitabilmente il pareggio del nostro bilancio che Padoa-Schioppa aveva previsto per il 2010. Resteremmo tuttavia al di sotto della fatidica soglia del 3 per cento.

L'obiezione, lo so bene, riguarda gli effetti negativi sullo stock del debito pubblico. A questo riguardo però si potrebbe (a mio parere si dovrà) mettere in pista una robusta operazione di vendita del patrimonio mobiliare posseduto dallo Stato. Il Tesoro detiene ancora un largo pacco di partecipazioni mobiliari che possono essere collocate dal sistema bancario gradualmente sul mercato quando esso sarà uscito dalle attuali difficoltà.

Le partecipazioni in mano al Tesoro riguardano aziende di prim'ordine che fruttano anche cospicui dividendi. La loro privatizzazione rientra nei progetti dei due maggiori partiti. Del resto l'operazione potrebbe essere contenuta entro i limiti richiesti dai maggiori oneri sul debito pubblico derivanti dall'aumento del disavanzo. In pratica: un "deficit spending" neutralizzato da alienazioni di patrimonio, con l'obiettivo di imprimere uno scatto anti - recessivo che potrebbe fruttare almeno mezzo punto di Pil dal previsto 0,7 a qualche decimale al di sopra dell'1 per cento. Freno e acceleratore, appunto.

* * *

Dove concentrare lo sforzo. Capisco la necessità sociale di un piano per gli asili nido. Capisco e condivido i maggiori investimenti per la ricerca, indispensabili per riqualificare le Università. Capisco i fondi per la scuola superiore, punto nero anzi nerissimo del nostro sistema scolastico. Qui necessitano piani di riforma che si estendono su un arco di tempo pluriannuale. Si tratta di mettere in moto i processi che esulano però da interventi anticiclici di immediato impiego.

A mio avviso il grosso del "deficit spending" ipotizzato dovrà esser destinato al potere d'acquisto delle fasce deboli, allo stipendio minimo del lavoro a tempo determinato e alle infrastrutture. Lo Stato si deve far carico d'un piano di investimenti pubblici che inneschi processi virtuosi di collaborazione con il capitale privato, superi le lentezze burocratiche, riduca al minimo il tempo delle gare d'appalto.

Questo tipo di investimento rappresenta un braccio di leva o meglio un motore d'avviamento con un elevato moltiplicatore; sostiene l'occupazione, accresce le dotazioni infrastrutturali e migliora per questa via la produttività di tutto il sistema.

Berlusconi, che anche lui ha formulato alcune proposte, ha indicato un programma informatico a vasto raggio per snellire e ridurre i costi della pubblica amministrazione. Credo sia una strada da seguire con l'avvertenza però che anche questo è un intervento che richiede un arco di tempo per dare frutti concreti.

* * *

Insomma "si può fare". La crisi internazionale è purtroppo fuori dal controllo dei singoli governi nazionali, ognuno dei quali tuttavia ha la possibilità anzi il dovere di attivare tutte le risorse disponibili per migliorare la propria economia e contribuire per questa via al rilancio complessivo del ciclo.

Larghe intese? Berlusconi le propone in caso di parità elettorale. Veltroni ne ha delineato rigorosamente il campo. La maggioranza, quella che uscirà dalle urne, deve avere il diritto e la responsabilità di governare. D'altra parte, per quanto riguarda la Camera, basta un solo voto elettorale in più per far scattare il premio di maggioranza. Quanto al Senato, una maggioranza comunque ci sarà e sarebbe sufficiente che l'opposizione avesse il "fair play" di non perseguire la politica delle "spallate" voluta da Berlusconi per tutta la durata del governo Prodi e nel frattempo varasse le riforme costituzionali, queste sì "bipartisan", tra le quali la nuova legge del Senato regionale. L'obiettivo si sposta dunque su chi si aggiudicherà un voto in più alla Camera. "Si può fare".

Post scriptum. Ancora una volta voglio dare lode a Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Pier Luigi Bersani, Vincenzo Visco, per il positivo lavoro sui conti pubblici e sul programma di rilancio di cui la loro politica ha posto le necessarie premesse. Tre di loro hanno passato la mano in obbedienza ai propositi di rinnovamento da essi stessi condivisi. Ma meritano di essere salutati con onore. Gli aspetti negativi non sono dipesi dalla loro azione ma da una coalizione discorde e rissosa che Veltroni ha il merito d'aver finalmente e definitivamente liquidato.

(24 febbraio 2008) - La Repubblica

sabato 23 febbraio 2008

Modena: Michele Smargiassi sale sul pullman di Veltroni.

Per due giorni il sedile del pullman di Veltroni riservato agli inviati di Repubblica è rimasto vuoto.

Ieri, con l'arrivo del pullman a Modena, su quel sedile si è seduto Michele Smargiassi.

Bentornata Biljana.



Gli incidenti scoppiati a Belgrado dopo l'indipendenza del Kosovo hanno portato, tra le brutte, anche una bella notizia. E' tornato infatti sulle pagine di Repubblica il "Diario di Belgrado" di Biljana Srbljanovic, drammaturge serba, nota ai lettori di Repubblica per aver tenuto un diario durante la drammatica guerra serbo-bosniaca.

giovedì 21 febbraio 2008

Caos agitato a Repubblica.



Capita spesso che i vari settori di giornale non si parlino, e se si parlano lo fanno il giorno dopo, quando il caporedattore è incazzato e bisogna trovare un colpevole.
E' successo per esempio oggi, quando sia la Cronaca che gli Spettacoli hanno messo due pezzi diversi sulla stessa notizia (le dichiarazioni di Nanni Moretti a Repubblica TV sul Caimano, le elezioni ecc), senza che nessuno il giorno prima avesse pensato a controllare.

Fabio P.

Oggi il pullman di Veltroni è fermo. Nessun inviato a bordo.

mercoledì 20 febbraio 2008

Fidel Castro lascia il potere: Repubblica ci sguazza con 6 pagine piene zeppe di roba.



Ad Ezio Mauro e soci è molto piaciuta la notizia dell'addio al potere di Fidel Castro. Già in prima pagina ha coinvolto due penne pesanti di Repubblica, Bernardo Valli e Vittorio Zucconi, chiedendo loro di scrivere due pezzi a commento. Bello quello di Valli che ricorda di quando nel 1961 si trovava in Argentina e dovette correre subito a Cuba per raccontare lo sbarco nella Baia dei Porci.

E poi sei paginoni con i commenti dell'americolatinista di Repubblica Omero Ciai, dall'inviato a Miami Alberto Flores D'Arcais, un bel pezzo di Maurizio Vicent, preso a prestito da El Pais di Madrid e per finire una bella intervista del 1957 pubblicata sul New York Times a firma di Herbert L. Matthews.

Il pullman di Veltroni arriva a Campobasso: scende la Longo e sale la Casadio.

Staffetta tra inviati al seguito della carovana veltroniana in giro per l'Italia. Dopo due giorni di corriera, Alessandra Longo cede il posto sul pullman alla collega Giovanna Casadio.

Quanto durerà Giovanna sul pullman verde? Ma soprattutto, quante xamamine dovrà prendere per non star male?

martedì 19 febbraio 2008

Liverpool-Inter di Champions League: Repubblica lancia i gemelli Chivu.



Clamoroso svarione dell'ufficio grafico di Repubblica e di chi si occupa di realizzare i disegni (molto belli per altro) a supporto delle notizie.

Nella grafica delle formazioni di Liverpool-Inter di Champions League (vedi foto), il difensore nerazzurro Chivu viene inserito due volte, in difesa e a centrocampo.

Vuoi vedere che Chivu ha un gemello e Moratti lo ha acquistato di nascosto?

Alessandra Longo confermata sul pullman di Veltroni.

E' Alessandra Longo l'unica giornalista di Repubblica (per ora) a bordo del pullman verde di Walter Veltroni.

In bocca al lupo Alessandra. Il Paiolo d'Oro non te lo toglie nessuno.

lunedì 18 febbraio 2008

Longo e Maltese salgono sul pullman. La dolce Concita sale sul tram. A Firenze.

Firenze e il tram della discordia
votano in centomila, città divisa
di CONCITA DE GREGORIO


FIRENZE - Nella minoranza prevalgono i contrari. Un uno e mezzo per cento più della metà, il 51,5, ha votato contro il tram di Giotto. Sono andati in pochi però, nemmeno il 40 per cento dei fiorentini: il referendum sulla tramvia non ha il quorum. Una vittoria monca per la giunta di centrosinistra: può ignorare il voto, a norma di regolamento e di legge, e non discuterne neppure in consiglio.

Potrà vantare la scarsa affluenza, l'appoggio sostanziale di chi ha disertato le urne. Dovrà incassare la sconfitta simbolica: il problema della tramvia non ha mobilitato le masse ma chi ha votato anche se per pochissimi voti era contrario. E' tutto solo simbolico, in questa partita: chi vince e chi perde, di cosa si parla. Di modernità e di bellezza, di progresso. Questo angolo di strada, un metro e mezzo da cui si vede il futuro.

Cronache dal marciapiedi più famoso del globo, allora. Famoso come il candidato presidente degli Usa: i riflettori del mondo intero sono puntati qui. Il marciapiede-Obama ha avuto articoli su Times, sul Boston Globe. Ne hanno scritto Der Spiegel e le Monde. Va nei servizi su Al Jazeera. Angolo tra piazza San Giovanni e via De Martelli, Firenze. Un terzo dei passanti parla italiano, due terzi scattano foto. Una Bmw Z4 cabrio con a bordo un solo passeggero fa manovra davanti alla scalinata del Duomo. Siccome Firenze è patrimonio dell'umanità e siccome una linea della eventuale futura tramvia dovrebbe passare da qui ecco che il mondo intero è virtualmente in piedi su questo angolo di strada, oggi: in questa domenica di referendum in cui si vota per dire si o no alla linea di tram non inquinante che dovrebbe, ove mai si realizzasse, riportare un po' di fiato a chi ci vive. Così come il resto del mondo non vota per le elezioni americane, che pure lo riguardano, gli inglesi e i giapponesi non hanno votato oggi per la tramvia.

Nemmeno tutti i fiorentini, a dire il vero: anzi, pochi. Un po' meno della metà. Eppure il caso è planetario. Planetario e provinciale insieme. Ci sono in ballo, nell'ordine: il futuro sviluppo di una delle città più belle del mondo con l'indotto turistico che ne consegue; gli appalti e il denaro; la tenuta del centrosinistra che qui da anni governa e che ha appena avviato una nuova campagna elettorale nazionale all'insegna del fare, we can; la coerenza degli amministratori locali che su questo programma sono stati eletti; la fiducia dei fiorentini nei medesimi; la prossima corsa a sindaco per Firenze da decenni roccaforte rossa o almeno rosa, Leonardo Domenici è al secondo mandato (non rieleggibile) e per la successione il centrodestra sembra voler schierare Paolino Bonaiuti, braccio destro di Berlusconi impegnatissimo nella campagna antitramvia.

Ci sono alcune variabili che in Giappone e in Inghilterra non risultano chiare: chi sia Razzanelli, per esempio, l'imprenditore tessile 'padrè del referendum 'contro', chi lo finanzi e cosa succederà ora che il suo partito, l'Udc, si è sganciato da Berlusconi. Cosa c'entrino le donne nude e mal dipinte esibite come in una fiera di bestiame dal sedicente futurista ex Forza Nuova Graziano Cecchini, l'uomo che ha tinto di rosso la fontana di Trevi, qui accompagnato alle gloriose "Giubbe Rosse" - il caffè degli intellettuali di un tempo remoto - dal testimonial Vittorio Sgarbi, assessore di Letizia Moratti a Milano.

Perché la sinistra di Pancho Pardi (Girotondi) e del colto italianista Alberto Asor Rosa si sia schierata al fianco di Franco Zeffirelli e di Alleanza Nazionale. Perché Piero Pelù e Andrea Bocelli si sentano divisi oltre che da evidenti distonie musicali anche dal destino di questo angolo di strada e siccome queste sono questioni che solo noi molto addentro alle italiche gesta possiamo (a stento) capire è qui che conviene tornare: sul marciapiede.

Sul lastricato di pietra serena sotto un'antica lanterna e un vecchio orologio che va avanti di mezz'ora. Dietro il bancomat più stressato della città, davanti un bar con le insegne al neon. Sulla destra il battistero, a sinistra il Duomo col campanile di Giotto. Da qui passano il 6AB il 7, il 10, l'11 e il 71. Sterzano in colonna il 31 il 32 il 67 il 68 e l'82. Il 14a prosegue affianco al Duomo. Il 14cb va a Careggi. Molto atteso il 23B, Nave di Rovezzano. In ritardo l'1a. Proprio a quest'ora, le undici di mattina, il sindaco Domenici entra al seggio a votare in compagnia di moglie e figlio. Il bambino, 6 anni, vuol sapere se si stia votando "per il prossimo sindaco".

Vedono lontanissimo, i bambini. L'autista dell'11 diretto in via Bronzetti si attacca al clacson. Un Suv Mercedes (la domenica il traffico è libero) pretende di fare inversione a u sotto il Battistero. In colonna dietro all'autobus ci sono un pulmino dello Sheraton Hotel, una macchina della polizia, un'ambulanza e una fila di taxi. Alle 11 e 45 va a votare anche Razzanelli, il promotore della campagna. Ha dietro una coda di telecamere. Pausa pranzo e partita: la Fiorentina gioca in casa. Il sindaco si trasferisce in campagna e non ripete oggi quello che dice da mesi e che c'è scritto sui parallelepipedi oscurati dal Tar in piazza della Repubblica.

Il comune aveva allestito una campagna informativa sulla tramvia con pannelli altri tre metri e un modellino di macchina in funzione, una cosa farebbe impazzire Bruno Vespa. C'era scritto che le migliaia di autobus che passano ogni giorno nell'angolo di strada a fianco del Battistero danneggiano molto di più i monumenti e l'aria di quanto non farà il nuovo trenino elettrico, passato al vaglio di decine di commissioni e autorizzato con firma autografa da Silvio Berlusconi all'epoca premier. Che il centro sarà completamente chiuso al traffico. I referendari hanno protestato che non si trattava di 'informazione istituzionale' ma di campagna elettorale, hanno chiesto e ottenuto dal tribunale la censura.

I parallelepipedi giganti sono lì accanto alla giostra, oscurati. La gente, in piazza, non parla della tramvia: della partita, semmai. Del resto che il referendum vada come vada la tramvia si farà, ha avvisato il sindaco forte della sua maggioranza di centrosinistra in consiglio: è consultivo e non avendo avuto il quorum non è neppure obbligo considerarlo. E' evidente che il voto ha un valore simbolico e, come si dice, tutto politico: una specie di memento per le campagne elettorali che verranno.

Qui dal marciapiedi passa ogni giorno Leonardo Pieraccioni, abita sulla piazza: dice che quando beve il caffè gli trema la tazzina per via degli autobus che sono appunto adesso fermi in colonna: una bici incatenata al palo del divieto di transito impedisce a una Mercedes nove posti di fare manovra agilmente. Sei turisti sono seduti sulle transenne intorno alla colonna di san Zenobi eretta dove c'era un albero: quando fecero il funerale del santo, dice la leggenda, la bara urtò la pianta e quella rifiorì. C'è sempre bisogno di un incidente perché succeda un miracolo.

(18 febbraio 2008) - La Repubblica

I primi a salire sul pullman di Veltroni sono Alessandra Longo e Curzio Maltese.

La Longo l'abbiamo azzeccata (vedi post precedente), Maltese no.

Chissà se entrambi rimarranno sul pullman.

E' partito il pullman di Veltroni, chi sale a bordo? Umberto Rosso, Marco Marozzi, Goffredo De Marchis o Alessandra Longo?



Dodici anni dopo, Walter Veltroni ci riprova. Alle 8,30 il candidato premier del Pd è salito su un pullman verde per la prima tappa, Pescara, di tour elettorale che lo porterà per 12.800 chilometri nelle 110 province italiane. E con lui si è messa in moto una carovana di tre pullman con 80 giornalisti, tra i quali le agenzie internazionali AP e Reuters, uno staff di circa 20 collaboratori e un ospite di eccezione: il regista Ettore Scola che per ora prende appunti di viaggio e forse in un futuro ne farà un documentario.

La domanda più frequente qui in redazione è la seguente: tra gli 80 giornalisti al seguito di Walter, quanti sono quelli di Repubblica? E soprattutto chi?

Lo scopriremo già domani (lunedì) quando sul giornale troveremo la cronaca del viaggio a Pescara, la prima delle provincie battute da Veltroni.

Noi di Pazzo Per Repubblica abbiamo comunque stilato una nostra lista di possibili candidati a salire sul Green Bus: Umberto Rosso, Marco Marozzi, Goffredo De Marchis, Alessandra Longo.

Staremo a vedere.

Per la completezza dell'informazione, abbiamo trovato sul sito di Adnkronos, l'elenco delle tappe che il pullman di Veltroni seguirà nei prossimi mesi. Eccola:

Si parte domenica 17 febbraio con il primo appuntamento a Pescara. Comizio in piazza Salotto alle 11, introdotto da una studentessa pescarese. Subito dopo, nel palazzo della Provincia, Veltroni incontrerà l'avvocato Marco Alessandrini, figlio di Emilio, il magistrato ucciso a Milano il 29 gennaio 1979 da Prima Linea. Quindi, pranzo a casa di una famiglia pescarese. Esperienza che Veltroni ripeterà anche in altre città toccate dal tour. Realacci ha spiegato durante la conferenza stampa di oggi che il leader del Pd toccherà tutte le 110 province italiane ma non sempre si fermerà nei capoluoghi. Ci saranno tappe anche in città di particolare rilevanza dal punto di vista economico, artistico o storico.

Lunedì 18 sarà la volta di Chieti, Teramo e L'Aquila. Martedì 19, Campobasso e Isernia. Mercoledì pausa per la riunione sulle liste della direzione del Pd. Si riparte giovedì 21 febbraio con la 'Bat' provincia e Foggia. Poi, un salto al Nord: con la tappa a Modena di venerdì 22, Rimini sabato 23, e quindi le Marche con Ascoli, Fermo e Macerata lunedì 25 e Ancona e Pesaro martedì 26. Un'altra pausa di qualche giorno, poi l'Umbria con Perugia e quindi la Toscana con Arezzo e Siena venerdì 29 e sabato 1 marzo con Firenze, Prato e Pistoia.

Domenica 2 marzo Veltroni sarà a Lucca, Prato e Pistoia. Martedì 4 marzo il leader del Pd si sposta in Liguria dove toccherà Genova e La Spezia. All'Emilia-Romagna saranno dedicate tre giornate: mercoledì 5 marzo Parma e Reggio-Emilia, mercoledì 6 Bologna e Forlì, giovedì 7 Ravenna e poi il trasferimento in Veneto con Rovigo. Si prosegue in Veneto sabato 8 marzo con Venezia, Treviso e Belluno. Poi il Friuli domenica 9 con le tappe di Udine e Gorizia e lunedì 10 con quelle di Pordenone e Trieste.

Martedì 11 marzo il pullman di Veltroni riscende verso la pianura padana con gli appuntamenti di Padova, Vicenza e Ferrara. Per poi risalire con le tappe di Verona, Trento e Bolzano di mercoledì 12 marzo. Ed ancora giovedì 13 sarà il turno di Mantova, Cremona e Bergamo: venerdì 14 di Sondrio, Lecco e Lugano; sabato 15 di Como, Monza e Milano; domenica 16 di Varese, Verbania e Novara; lunedì 17 di Vercelli, Biella e Aosta; martedì 18 di Torino, Asti e Alessandria; ed ancora mercoledì 19 marzo di Cuneo, Imperia e Savona ed infine, per chiudere il tour del Nord Italia, giovedì 20 marzo Veltroni sarà a Pavia, Lodi e Piacenza.

Qualche giorno di stacco e da martedì 25 marzo il leader del Pd comincerà il giro del Sud con Palermo, Trapani e Agrigento; mercoledì 26 Enna, Caltanisetta e Ragusa; giovedì 27 Siracusa, Catania e Messina: venerdì 28 Reggio-Calabria, Vibo Valentia e Catanzaro. Sabato 29 una puntata al Nord, a Brescia, per la Conferenza operaia del Pd. Quindi, di nuovo rotta verso Sud dove domenica 30 marzo Veltroni sarà a Salerno, Avellino e Benevento; lunedì 31 Napoli e Caserta. Martedì 1 aprile a Frosinone e Latina; mercoledì 2 si va in Sardegna con Olbia, Sassari, Nuoro e Ogliastro e giovedì 3 Oristano, Media Campidano, Carbonia Iglesias e Cagliari.

Venerdì 4 aprile sarà la volta di Viterbo, Terni e Rieti; sabato 5 si Grosseto e Livorno; domenica 6 di nuovo in Puglia con Bari, Brindisi e Lecce; lunedì 7 Taranto, Matera e Potenza; martedì 8 Crotone e Cosenza. Gli ultimi due appuntamenti clou della campagna saranno giovedì 10 aprile a Milano e quindi il comizio di chiusura venerdì 11 a Roma.

Il domenicale di Eugenio Scalfari.



Walter, il Cavaliere
e l'Italia al bivio
di EUGENIO SCALFARI


Mancano 56 giorni da oggi al 13 aprile, quando gli elettori andranno a deporre il loro voto nelle urne. Nei paesi democratici quello è un momento importante: il popolo esprime la propria sovranità, sceglie chi dovrà guidarlo, gli delega la sua rappresentanza, gli affida per qualche tempo il suo destino.

In tempi di ideologie dominanti e totalizzanti le elezioni non producevano grandi cambiamenti, i confini tra le parti politiche erano netti, i flussi elettorali tra un partito e l'altro impercettibili, ma nonostante questa stabilità di superficie la società era in perenne cambiamento. Così nei primi vent'anni della Repubblica scomparve la società contadina e prese corpo quella industriale; nei secondi vent'anni emerse la consapevolezza dei diritti civili; nella terza fase avvennero fenomeni regressivi: prevalsero gli interessi di corporazione e di clientela, le forze politiche si chiusero in se stesse perdendo la capacità di rappresentanza, la corruttela pubblica diventò sistema, le istituzioni furono occupate dai partiti, l'esercizio della democrazia fu deturpato e svuotato dei suoi contenuti, sentimenti antipolitici latenti emersero impetuosamente, specie tra le generazioni più giovani.
Ora siamo arrivati al capolinea e forse sta per cominciare un'altra storia.

Dico forse perché pesano ancora i gravami del recente passato di declino e di regressione. Ma qualche cosa di nuovo si intravede ed è questo che sta dando il tono alla campagna elettorale appena iniziata. Cinquantasei giorni per capire da che parte stiamo andando e per decidere come ci comporteremo in quel breve ma decisivo momento della nostra sovranità popolare.

Ci sono due slogan o meglio due immagini lanciate dai due candidati principali ai nastri di partenza della gara.
Quello di Berlusconi è: "Alzati Italia", e quello di Veltroni: "L'Italia è in piedi ma la politica si deve alzare". Sembrano abbastanza simili, invece sono profondamente diversi.

Berlusconi chiede che gli italiani si alzino fino a lui, lo raggiungano e seguano il suo sogno e il suo carisma nel mondo dei miracoli, come avvenne nel '94, nel 2001, nel 2006 quando mancò per un soffio l'obiettivo.
Veltroni pensa invece che gli italiani siano più avanti dei politici e che spetti a questi di rinnovarsi, rompere il muro dietro il quale si sono rinserrati, abbandonare i privilegi che difendono la loro separatezza e raggiungano il Paese che anela soltanto a rimettersi in movimento. Dietro queste due diverse immagini ci sono due diversissimi approcci.

Berlusconi propone il ritorno al già visto, Veltroni vuole che tutto cambi nei programmi e nelle persone. Cambia il candidato "premier", cambiano i suoi più diretti collaboratori, cambiano i candidati al Parlamento. Berlusconi ripresenta tutti i parlamentari uscenti, Veltroni ne lascia a terra la metà ed apre la porta alle donne, ai giovani, agli imprenditori, agli operai, a volti nuovi e sconosciuti. Il partito di Berlusconi è quello di sempre, il partito di Fini allinea i soliti Gasparri, La Russa, Alemanno, Matteoli.

Il partito di Veltroni è nato dalle primarie di pochi mesi fa, dal voto di tre milioni e mezzo di persone e gli iscritti hanno già superato il milione in appena un mese dall'apertura dei "circoli", un fenomeno mai visto prima. Berlusconi ha dalla sua i sondaggi con uno scarto del 10 per cento, ma il recupero del Pd procede con una velocità notevole. Da quando ha deciso di presentarsi da solo ha guadagnato due punti. Gli ultimi sondaggi lo danno entro una forchetta tra il 33 e il 35 per cento dei consensi; l'alleanza con Di Pietro potrebbe portare quella forchetta al 37-39.

Il bacino potenziale dei due maggiori contendenti copre il 90 per cento dei consensi. Il restante 10 per cento dovrebbe andare alla sinistra radicale ed altri raggruppamenti minori. Ma in quel 90 per cento di potenziali elettori dei due partiti principali, quasi il 12 sta ancora sulla linea di confine, è disponibile a votare sia l'uno che l'altro e non ha ancora deciso tra i due.
L'esito finale sta tutto lì, in quel 12 per cento ancora combattuto tra l'astensione o il voto per l'uno o l'altro dei contendenti. Quattro milioni, in gran parte giovani e donne, il cui voto determinerà l'esito della gara.
Questo è lo stato della situazione ai blocchi di partenza.


Fuori dal recinto di gioco infuria nel mondo una tempesta economica di notevole gravità. Calano le Borse, rallenta la produzione e la domanda, la liquidità ristagna nei depositi e in impieghi a breve durata e si restringono i prestiti e i mutui. I prezzi aumentano falcidiando i redditi reali, specie quelli dei pensionati e dei lavoratori dipendenti, per conseguenza sale il livello dell'inflazione, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e le derrate della catena alimentare.
Il 2008 sarà un anno difficile per l'economia mondiale, per l'Europa e per noi. Bisognerà preservare il discreto andamento dei conti pubblici ma contemporaneamente adottare coraggiose misure di rifinanziamento della domanda e degli investimenti trovando il giusto equilibrio tra i due pedali del freno e dell'acceleratore.

Giulio Tremonti è diventato strenuo sostenitore d'un governo di larghe intese, chiunque sia il vincitore della competizione elettorale. Secondo lui una politica economica così difficile non può esser intrapresa se non con la condivisione delle responsabilità da parte dei due partiti maggiori. Il personaggio non è tra i più gradevoli e porta sulle spalle un pesante carico di errori precedentemente compiuti, ma la sua visione del futuro è purtroppo realistica. Non altrettanto la terapia da lui proposta.

Egli è sicuro che la vittoria arriderà alla sua parte; il suo appello alla condivisione del potere sconta un futuro di difficoltà che una alleanza di governo diluirebbe. L'ordine delle priorità e la distribuzione dei carichi trova tuttavia discordi i due partiti contrapposti, sicché la gestione comune potrebbe risultare paralizzante anziché incisiva.

Il tema è comunque prematuro, specie se proposto da chi, volendo profittare d'un vantaggio elettorale, ha imposto il ricorso immediato alle elezioni facendo perdere almeno quattro mesi proprio nel momento più delicato della crisi economica internazionale.

Ormai non c'è che da aspettare i risultati del voto ma è giusto tenere sott'occhio il tema della recessione. Una cosa si può dire fin d'ora: quel tema ha sempre accresciuto il ruolo che incombe alla politica e alla mano pubblica; così è sempre avvenuto in tutto il mondo in fasi analoghe del ciclo economico. Lo tengano ben presente i dirigenti del Partito democratico che non a caso hanno Franklin Delano Roosevelt nel pantheon degli spiriti fondatori.

C'è un altro tema che sovrasta la competizione elettorale ed è quello della laicità. È cosa saggia evitarne le asprezze e respingere le provocazioni miranti a farne uno strumento incendiario con l'intento di inferocire il confronto. Se fosse soltanto questo, sarebbe facile disinnescare le bombe-carta della moratoria anti-aborto e procedere oltre misurandosi con argomenti e problemi di ben maggior peso.
Purtroppo c'è dell'altro.

Le iniziative provocatorie fungono da avanguardia ad una "reconquista" condotta dalla gerarchia ecclesiastica "versus" le istituzioni per condizionarne il funzionamento e la legislazione che ne ispira i comportamenti.

La gerarchia alterna momenti di moderazione a momenti di intervento diretto sul delicatissimo terreno della politica, dettando alleanze tra partiti, comportamenti dei parlamentari cattolici, sentenze inappellabili sulle questioni definite "indisponibili", lusinghe e minacce spesso implicite ma in misura crescente pubblicamente esplicitate.

Questo alternarsi di fasi dipende spesso dal fatto che a guidare sia il Segretario di Stato, cardinal Bertone, o il Vicario di Roma, cardinal Ruini, il primo in veste di diplomatico, il secondo di guerriero delle armate (spirituali naturalmente) pontificie. Benedetto XVI dal canto suo sembra lasciar mano libera all'uno e all'altro anche se nei documenti e nelle dichiarazioni da lui direttamente emanati appare assai più vicino al dio degli eserciti che a quello della misericordia.

Aldo Schiavone ha efficacemente descritto su questo giornale quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi come una sorta di "ondata guelfa" che starebbe rinascendo nel nostro Paese. Stefano Rodotà ha segnalato un'offensiva clericale in atto contro i diritti civili, Francesco Merlo, Edmondo Berselli e Natalia Aspesi sono intervenuti prendendo lo spunto dal vergognoso episodio avvenuto giorni fa a Napoli, con la polizia nelle corsie ospedaliere e una donna che aveva praticato un aborto terapeutico pienamente legale, sotto interrogatorio mentre si era appena risvegliata dalla narcosi.

Le ragioni per preoccuparsi di questa deriva clericale purtroppo ci sono tutte. Bisogna certamente guardarsi dal cadere nelle trappole della provocazione ma al tempo stesso non è sopportabile che la Chiesa occupi un terreno che non le è proprio e anzi le è esplicitamente vietato, nella politica, nelle istituzioni e addirittura all'interno dei partiti.

Se il cardinal Ruini ha voglia di cimentarsi politicamente la strada è molto semplice e nessuno gliela vieterà: lasci le sue cariche ecclesiali e concorra alle elezioni con un proprio partito o dentro un partito che lo accolga. Una soluzione del genere avrebbe il pregio della chiarezza, pregio che dovrebbe essere prezioso per un cattolico e per un sacerdote.


Attendevamo da molti giorni che finisse la telenovela Berlusconi-Casini, canticchiata dai due protagonisti sui versetti di "Vengo anch'io? No tu no. Ma perché? Perché no". Adesso si è conclusa: andranno alle elezioni separati.

Il Cavaliere ostenta calma e disprezzo, si sente più sicuro senza l'Udc in casa. Fini se l'è mangiato in un boccone, operazione facile perché i colonnelli di An erano già tutti al suo servizio. Con Casini era più difficile per via di Ruini.

L'Udc ha davanti a sé una strada in salita. Forse ha aspettato troppo, forse il buon momento sarebbe stato quello scelto da Follini quando si dimise da segretario e se ne andò dal partito. Un anno fa tutto era diverso e molte cose sarebbero andate in altro modo, ma con i se e i forse non si fa storia. D'ora in avanti Casini navigherà in mare aperto e sarà la prima volta nella sua vita. Può darsi che gli piaccia. Magari senza Mastella, che sarà pure credente e ruiniano come lui, ma non sembra un "asset" appropriato al rinnovamento della politica italiana.

(17 febbraio 2008) - La Repubblica

L'inviato"de guera" Renato Caprile si becca il Paiolo d'Oro per i suoi reportages da Pristina.



Renato Caprile, l'inviato "de guera", si aggiudica il "Paiolo d'Oro" per essersi fatto un culo così a Pristina per raccontarci i momenti cruciali dell'indipendenza del Kosovo.

venerdì 15 febbraio 2008

Lo scontro tra bus e tram a Milano. Carlucci e Randacio superstar.



Davide Carlucci ed Emilio "refuso" Randacio si sono presi con la forza la cronaca nazionale dell'incidente di Milano tra bus e tram che ha causato un morto e una ventina di feriti.

mercoledì 13 febbraio 2008

Clamoroso errore della redazione sportiva.

Tra le brevissime di sport, oggi, c'è la notizia della finale bis del torneo di Viareggio tra Inter e Cesena.

In realtà la finale l'Inter l'ha giocata con l'Empoli.
Non c'è neanche l'attenuante del possibile refuso.

E' morto il papà di Filippo Ceccarelli.

E' morto a Roma Luigi Ceccarelli, padre di Filippo, a cui vanno le condoglianze di tutta la redazione di Pazzo Per Repubblica.

martedì 12 febbraio 2008

Mastrogiacomo su Mastrogiacomo.

Su Repubblica di oggi a pagina 14 c'è un pezzo che titola così:
"Catturato il Taleban del sequestro Mastrogiacomo".

E chi è l'autore del pezzo?

Daniele Mastrogiacomo. Che coincidenza!

lunedì 11 febbraio 2008

A Spello per Veltroni: una volta sarebbero andati in cinque, dolce Concita compresa.



A Repubblica da qualche tempo si tira la cinghia (anche se gli sprechi non mancano) e ieri a seguire il discorso di apertura della campagna elettorale del Partito Democratico c'erano proprio due gatti: Umberto Rosso e Curzio Maltese (il suo pezzo è riproposto qui sotto).

E' triste sottolinearlo, ma in epoche di vacche grasse, si sarebbero mandati là 4 o 5 inviati, tra cui la dolce Concita De Gregorio.

BUONO IL PRIMO CIAK
dal nostro inviato CURZIO MALTESE


SPELLO
- La bella Italia di Walter comincia da qui, in uno scenario che Obama se lo sogna. Dall'ex convento di San Girolamo, "che sta dopo il cimitero, oltre le querce e gli ulivi", indicano i paesani, senza malizia. Nel cuore del cuore d'Italia, terra umbra, magnifica, umile e coraggiosa, "dove la calma si trova a due passi dalla passione". Il posto ideale insomma per elencare tutto quanto è mancato finora al centrosinistra. Qui parte l'avventura. Se volete, dato il personaggio, il film di una campagna elettorale che può essere comica, tragica, patetica o straordinaria, fallimentare o da Oscar.

Come i film girati fra queste colline - il cinefilo Veltroni conoscerà l'elenco - da "Uccellacci e uccellini" a "L'armata Brancaleone" a "La vita è bella". Comunque, il primo set e il primo ciak erano buoni. Nel mondo di Walter, come in quello di Berlusconi, l'immagine, i simboli valgono quanto le parole e le azioni, se non di più. Il veltronismo è un berlusconismo rovesciato che usa gli stessi moderni strumenti per comunicare significati opposti. Il "discorso per l'Italia" di ieri in fondo riecheggia la famosa discesa in campo del '93: "L'Italia è il paese che amo... ". C'è il tricolore in bella mostra, il patriottismo continuamente richiamato, il passato gravido di gloria e dolore e il futuro di speranza della nazione come leit motiv, impastati in un ottimismo al limite dell'incoscienza. C'è un altro cinquantenne solo al comando che si lancia in una missione nuova, rivoluzionaria, impensabile soltanto pochi mesi prima, contro un avversario già sicuro della vittoria.

Le parti sono invertite, e i simboli. Il messaggio non è registrato ma in diretta, con le campane di paese che coprono l'avvio e il vento a scompaginare i fogli. Lo sfondo non è il villone di Arcore ma un paesaggio italiano di cielo, alberi e mura antiche. Un paesaggio vero, non di cartapesta. I ragazzi nelle prime file sono pure autentici, carini nei loro jeans, orecchini, nasi rubizzi di tramontana, lontani dai figuranti truccatissimi e lisci che il Cavaliere di solito arruola negli studi televisivi e scarica nei comizi, precisi a veline e calciatori. Eppure nulla, ora come allora, è lasciato al caso. Il regista governa alla perfezione la scena e il copione.

Non è certo casuale che Veltroni non abbia mai nominato il suo avversario, come del resto già fece nel discorso del Lingotto a Torino. Solo citazioni indirette. La più efficace è la stroncatura dello slogan principale della quinta campagna di Berlusconi: "Italia rialzati!". "L'Italia non ha bisogno di rialzarsi, gli italiani sono in piedi, lavorano, si rimboccano le maniche e guardano al futuro. È la politica che deve rialzarsi". Scatta l'applauso liberatorio. I ragazzi in prima fila gongolano: "E mo' er Cavaliere se ne deve trovà n'altro". Lui, Walter, un altro slogan l'ha già trovato: "Corriamo liberi, più che soli".

Ma il non citare Berlusconi non significa che la campagna di Veltroni non sarà "contro", per mire d'inciucio o per il "superamento dei personalismi" che va di moda sbandierare. Al contrario, Veltroni punta a una campagna davvero all'americana. Non nel senso più banale. Chi si aspettava un Veltroni "alla Obama" sarà rimasto stupito dell'italianissimo scenario, sfociato nel coro di Mameli finale, come dei toni pacati e quasi mai polemici nei confronti dell'innominato rivale. Ma nella sostanza sarà una campagna americana, quindi iper personalizzata. Sulla base di un ovvio calcolo politico.

L'unica possibilità di vincere le elezioni per il Partito Democratico consiste nel trasformare il voto del 13 e 14 aprile in un referendum popolare fra Veltroni e Berlusconi. Sul piano del duello personale il capo dei democratici può contare su qualche vantaggio, anzi quasi tutti: l'età, la (relativa) novità, l'indice di popolarità e di fiducia degli italiani, almeno secondo i sondaggi. Si tratta di un cinquantenne per la prima volta candidato premier contro un settantenne alla quinta replica. Uno che ha sempre vinto le sfide personali, dal duello con D'Alema per la segreteria della Quercia (poi deciso dall'apparato) alla corsa per sindaco di Roma.

L'altro che è già stato sconfitto due volte. Se l'Italia sarà chiamata a scegliere chi mandare a Palazzo Chigi fra Walter e Silvio, il miracolo "si può fare". Altrimenti l'abisso di partenza, i 10-12 punti che separano i due schieramenti, rimarrà incolmabile. Veltroni dice "scegliete quale Paese, non quale governo". Ma intende una visione di paese, l'Italia di Veltroni o l'Italia di Berlusconi. Non per caso, Veltroni ripercorre, senza ammetterlo, le tappe della campagna del '96, tutta giocata sul duello personale Prodi-Berlusconi, con il giro delle cento città, alla ricerca dello stesso spirito garibaldino di allora.

Nella missione Veltroni ci mette di suo un'allegria inedita per il personaggio. Chi lo circonda racconta di "non aver mai visto Walter così ottimista e in palla". Di sicuro, è il leader di centrosinistra che meglio maneggia l'arma dell'immagine e l'unico ad aver intuito il fascino del berlusconismo fin dalle origini, molto prima della "discesa in campo". Ma ancora non basta. Perché il miracolo accada occorre che l'uno, Veltroni, indovini ogni mossa e l'altro le sbagli tutte.

Alla fine, com'è chiaro al di là delle chiacchiere e delle sceneggiate di questi giorni, tutti vorranno salire sul carro del vincitore designato. Mentre il Pd, per quanto "libero", corre pur sempre solo.

Per chiudere con un parallelo calcistico in stile con i due contendenti, la partita è già cominciata, siamo nell'intervallo e la squadra di Veltroni è sotto di tre gol. È vero che una volta, il 25 maggio del 2005 a Istanbul, nella finale di Champions, la squadra di Berlusconi, finiti i brindisi negli spogliatoi per il 3-0, tornò in campo, prese tre gol dal Liverpool e finì per perdere ai rigori.

(11 febbraio 2008) - La Repubblica

domenica 10 febbraio 2008

Il domenicale di Eugenio Scalfari.

Il patto democratico
tra operai e borghesia
di EUGENIO SCALFARI


L'esempio del Partito democratico è contagioso: Berlusconi si agita, il centrodestra è in subbuglio, Casini minaccia di imboccare un percorso separato se non potrà confederarsi conservando autonomia, ma anche la base di An non resterà elettoralmente indifferente alla piroetta di Fini e dei suoi colonnelli, già da tempo berlusconiani.

Alla sinistra del Partito democratico un altro processo semplificatorio è egualmente in corso. Anche lì con alcune non trascurabili difficoltà. Le sigle scompaiono ma il vento potente delle elezioni cancellerà inevitabilmente le microscopiche oligarchie dell'uno virgola che tanto hanno rallentato e debilitato il percorso del governo Prodi.

La ditta Diliberto scomparirà senza traumi rientrando nella casa da cui era uscita qualche anno fa. Per i Verdi l'abbraccio con la sinistra sarà assai meno semplice e non basta certo la parola "arcobaleno" nel logo elettorale a preservarne la missione cui del resto avevano già da tempo rinunciato.

L'esperienza dei partiti ambientalisti in Europa ci dice che essi, se non hanno la forza di presentarsi da soli al corpo elettorale, sono destinati a scomparire o debbono scegliere di fare da lievito ambientalista in un contenitore ampio. Stemperarsi nel Partito democratico poteva avere un senso, nella sinistra radicale non ha senso alcuno ed equivale ad un decesso annunciato.

La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull'intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l'hanno colta e sottolineata. Rappresenta un robusto passo avanti verso un bipolarismo meno imperfetto e, perché no? verso un bipartitismo che metterebbe finalmente il nostro paese al passo con le altre democrazie occidentali, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali.

Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi.
L'appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d'ora possibile e utile segnalare la natura.

In prima fila ci sarà il programma economico, in corso di avanzata stesura da parte d'un ristretto gruppo di competenti che si valgono di qualificati contributi: Morando, che guida l'équipe, Boeri, Visco, Bersani ed altri ancora. Si sa fin d'ora che le liberalizzazioni vi avranno ampio spazio. Il rifinanziamento dei salari e del potere d'acquisto dei redditi bassi e medi altrettanto. L'incremento di produttività e di competitività delle imprese.

Il nuovo "welfare" configurato per bilanciare la flessibilità del lavoro. Nel complesso la parte redistributiva del programma economico avrà come base i provvedimenti già predisposti da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco nell'ultima fase di quel governo prima della crisi, con in più interventi di detassazione e di riduzione della pressione fiscale.

Questo complesso di misure che il gruppo dirigente del Partito democratico ha ben chiare in mente dovrebbe anche avere un effetto anticongiunturale e anti-recessivo. I sintomi di rallentamento economico sono ormai evidenti in Usa e in Europa; soprattutto in Germania, con effetti diffusivi nelle altre economie dell'Unione europea.

L'Italia da questo punto di vista offre possibilità di intervento anticiclico maggiori che altrove, i redditi individuali consentono e anzi richiedono incrementi capaci di rilanciare i consumi; le liberalizzazioni insieme a radicali interventi di riforma del sistema distributivo potrebbero stabilizzare i prezzi anche di fronte ad un aumento della domanda.

Per converso c'è carenza di manodopera qualificata. Questa è una strozzatura grave alla quale bisognerebbe far fronte con offerte di lavoro a tecnici e manodopera qualificata straniera.

Si tratta insomma di un insieme complicato che richiede collaborazione tra governo, sindacati, imprenditori, commercianti, agricoltori, banche. Mercato e regole di mercato. Un "mix" appropriato per un partito riformista affiancato da un patto sociale che garantisca un appoggio di base.

Capitalismo democratico e nuovo patto sociale: così si può definire un programma idoneo all'attuale fase storica e addirittura dell'attuale andamento di "stagflation" del ciclo economico mondiale. Per attuare un programma del genere è necessario sollecitare la collaborazione del centrodestra o offrire quella del Partito democratico, secondo che la vittoria elettorale arrida all'una o all'altra parte?

Tutti ci auguriamo che nella nuova legislatura l'opposizione sia esercitata in modo costruttivo e che la maggioranza ascolti i suggerimenti dell'opposizione, ma di qui a governi di larghe intese ci corre un mare. Io ritengo che le larghe intese siano sconsigliabili, più d'intralcio che di giovamento. La maggioranza ha il compito di stabilire le priorità e le modalità della politica economica, l'opposizione quello di suggerire modifiche e appoggiare specifiche misure di generale interesse. Niente di meno ma niente di più.

Ma in altri campi la collaborazione tra le parti politiche contrapposte è invece necessaria laddove si parli di riforme istituzionali e costituzionali, non disponibili a maggioranze risicate ed occasionali.

Ci sono ancora, da una parte e dall'altra dei due principali schieramenti, larghe zone di resistenza alla collaborazione reciproca sulle riforme istituzionali.
Bisogna vincere queste resistenze che non hanno alcuna valida motivazione. Si tratta di riformare la legge elettorale affinché il pessimo sistema attuale sia modificato recuperando la libertà degli elettori di scegliere i loro candidati, magari affidando tale compito a consultazioni primarie previste per legge.

Bisogna anche varare un sistema proporzionale con elevate soglie di sbarramento, riformare i regolamenti parlamentari, e soprattutto il finanziamento pubblico: quello che è recentemente accaduto in Parlamento con la connivenza di tutti i gruppi è semplicemente vergognoso e deve essere a nostro avviso immediatamente cancellato fin dall'inizio della prossima legislatura. Infine bisognerà istituire il Senato federale in corso di legislatura.

Ma anche l'ordinamento giudiziario richiede una collaborazione bipartisan con l'occhio fisso al problema dei problemi che è quello dei tempi per una rapida giustizia. E' imperativo che il processo sia riformato e la giurisdizione esercitata con efficienza e rapidità. Lo si promette da decenni senza che alle parole siano mai seguiti i fatti. Non è più possibile andare avanti in questo modo nell'erogazione di un servizio pubblico fondamentale.

A nostro avviso queste e non altre sono le riforme da affrontare insieme. Su tutto il resto la maggioranza e il suo governo siano responsabili di attuare il proprio programma, l'opposizione eserciti uno stretto controllo parlamentare e proponga valide alternative.

Un tema che impegnerà in pieno la nuova legislatura sarà quello delle questioni "eticamente sensibili"; per dirlo in modo più concreto e semplice, il rapporto corretto tra i cattolici e i laici o meglio ancora tra la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni della Repubblica, laiche per definizione.

Da questo punto di vista sono rimasto allibito (e non credo di esser stato il solo) leggendo sui giornali di ieri che Casini, dopo lo scontro con Berlusconi e Fini, si sia consultato sul da fare con il cardinale Camillo Ruini che sarebbe stato largo di suggerimenti e forse anche di interventi conciliativi tra l'una e l'altra fazione. Allibito. Qui non c'entra l'uso dello spazio pubblico che nessuno contesta alla gerarchia ecclesiastica. Qui un leader di partito sollecita l'intervento del cardinal vicario in una disputa tra forze politiche e il cardinale interviene. Così ho letto e mentre scrivo non mi risulta alcuna smentita da parte degli interessati.

Contemporaneamente Giuliano Ferrara lancia l'idea di
una lista, collegata con il partito di Berlusconi e di Fini, che abbia come programma la moratoria contro l'aborto. Una lista siffatta, dopo che la gerarchia ecclesiastica con il conforto esplicito del Papa ha fatto sua la campagna di Ferrara, si configura come l'entrata in campo elettorale e politico dei vescovi italiani.

In mancanza d'una pubblica sconfessione di quell'iniziativa, la lista sulla moratoria è dunque la lista della Cei. Se quest'iniziativa si materializzerà penso che il Partito democratico non possa sottrarsi a denunciare un'invasione di campo di proporzioni inaudite con tutte le inevitabili conseguenze che essa avrà sulla campagna elettorale e i contraccolpi sul rapporto fra le istituzioni laiche e quelle religiose.

C'è ancora un aspetto dell'entrata in campo del Partito democratico che merita di essere affrontato. Sarà un partito di sinistra o di centro? Le opinioni degli osservatori sono sul merito discordi mentre quelle dei diretti interessati sono univoche: sarà un partito di sinistra riformista.

Personalmente la penso come loro: un partito di sinistra riformista che ha utilmente segnato un confine con la sinistra massimalista senza tuttavia che quel confine sia presidiato da un muro invalicabile.
La novità è notevole. Nenni aveva fatto qualche cosa di simile nel 1963, aveva rotto il patto d'unità d'azione col Pci fin dal '57 dopo i fatti d'Ungheria, ma non c'era nessun muro tra i due partiti. Come non ci fu ai tempi di Craxi, almeno nelle parole. Ci fu nei fatti. Craxi faceva mostra di poter usare i due forni (quello della Dc e quello del Pci) per rendere ancor più forte il potere d'interdizione del suo 10 per cento dei voti e in gran parte ci riuscì.

E' un fatto tuttavia che la sinistra massimalista o comunista ha esercitato un potere rilevante su quella riformista nel sessantennio di storia repubblicana. Il senso comune attribuisce al Pci la responsabilità di questa deformazione della democrazia italiana rispetto alle altre democrazie europee, ma non sempre il senso comune coincide col buonsenso. E' certamente vero che il Pci ebbe in tempi di guerra fredda questa responsabilità, ma nessuno ha il buonsenso di domandarsi perché il Pci ebbe un peso determinante nella sinistra italiana mentre non lo ebbe (o addirittura non esisté) nelle altre democrazie europee.

Perché? Non è una curiosità storiografica poiché la questione ha riverberi sulla nostra attualità. La risposta potrebbe essere questa. Il Pci ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo.

Il Partito democratico - così mi sembra - sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c'è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell'innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell'eguaglianza.
Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche - se vincerà - la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza.

(10 febbraio 2008) - La Repubblica

Di mamme ce n'è una sola. Ma ne muoiono due.

Una settimana fa una non-notizia come la morte della madre di Berlusconi è stata la notizia principale del sito di Repubblica per mezza giornata e ha occupato una pagina intera di giornale il giorno dopo. Oggi per un’altra non-notizia come la morte della madre di Fini sono bastate venti righe in un boxino. Bravi, così si fa. Ma se fossi Fini mi incazzerei.

Fabio P.

venerdì 8 febbraio 2008

Bolzoni&Zucconi: i mafia boys di Repubblica.



La cronaca del colpo mortale alla mafia italo-americana è stata affidata al boss siciliano Attilio Bolzoni e a quello italo-americano Vittorio Zucconi. Di routine il pezzo di Zucconi. Notevole invece quello di Bolzoni che vi riproponiamo integralmente:

Franky Boy, il boss invisibile
che voleva riprendersi Palermo
di Attilio Bolzoni

Se Franky Boy non si fosse vantato tanto per quei suoi amici siciliani che cercavano soltanto lui e di lui dicevano che "era il tutto di là", cioè quello che dava ordini a New York, forse oggi la mafia più blasonata al mondo, non starebbe a piangersi addosso e a meditare di ritirarsi su un'isola dei Caraibi o in qualche sperduta tierra venezuelana. Ma Franky Boy ha avuto una vita troppo facile per poter presagire il futuro nero che lo avrebbe travolto e trascinato alla rovina la sua "famiglia". Anzi, le sue due "famiglie". I Gambino d'America e gli Inzerillo di Sicilia. Povero Franky Boy. Dal brivido del comando - "ambasciatore" della Cosa Nostra americana per gli affari e le faccende dei Palermitani - a capro espiatorio per la più grande stangata poliziesca dai tempi di John Gotti senior.

Ha finalmente un volto il misteriosissimo Frank Calì, quell'uomo che gli agenti dell'Fbi e i poliziotti italiani e i federali della Royal Canadian Mounted Police sentivano nominare al telefono nelle mezze frasi smozzicate degli aspiranti Padrini delle borgate palermitane. E' lui l'invisibile personaggio che tutti volevano incontrare e al quale tutti rivolgevano una preghiera, chiedevano un consiglio, portavano rispetto. Tutti, tutti erano in fila da Franky Boy, l'astro nascente della mafia americana. Fino all'altra notte il suo destino di "Don" sembrava segnato. Le radici, i legami di sangue, la sua sicurezza e le sue aspirazioni. Era tutto già scritto.

ll nome completo è Francesco Paolo Augusto Calì. E' nato a New York il 26 marzo del 1965. Suo padre Augusto Cesare è un palermitano che aveva una bottega di articoli casalinghi e di materiale elettrico in via dei Candelai 21 a Palermo, nel popolare quartiere di Ballarò. Poi ha aperto un Video Store sulla 18° Strada a Brooklyn, l'Arcobaleno Italiano Inc. Ogni due o tre mesi prende un aereo e torna a Palermo con la moglie Agata in un appartamento fra i palazzi della città nuova, al civico 58 di via dei Nebrodi. E' incensurato il padre di Franky Boy, però negli archivi del Federal Bureau of Investigation conservano ancora un file con un suo interrogatorio del 1986. In quell'anno viene sfiorato dall'indagine sullla Pizza Connection, scoprono che è socio di Domenico Adamita, uno del giro di Tano Badalamenti.

L'ex bottegaio di Ballarò fa nascere il suo primogenito negli States. Lì Francesco Paolo Augusto diventa Franky Boy. Fra Brooklyn e Cherry Hill.
Sposa Rosaria, la sorella di Pietro Inzerillo, uno della "famiglia" di Passo di Rigano che a New York serve piatti stracolmi di anellini al forno e sarde a beccafico sui tavoli del suo Nino's Restaurant. Da ragazzino Franky Boy si lega a Jackie D'Amico, il capo della "decina" di Cosa Nostra sulla 18° Strada. Comincia la scalata. Sul suo conto gli investigatori americani hanno qualche sospetto, lo schedano per la sua vicinanza "con gli Inzerillo di Palermo e i membri del cartello Siderno della 'ndrangheta".

Qualcuno racconta poi chi è in realtà quel ragazzo figlio di emigrati italiani. "Già nel gennaio del 1997 una fonte attendibile dell'Fbi riferisce che Calì Frank, conosciuto anche come Franky Boy, è stato combinato nella famiglia Gambino", scrivono i poliziotti della prima Divisione del servizio centrale operativo e della Squadra mobile di Palermo nel loro ultimo rapporto sul nuovo patto mafioso fra Palermo e New York.

Nel 1999 i federali agganciano Frank Fappiano e lo convincono a collaborare. E' anche lui uno della "famiglia" Gambino e anche lui fa il nome di Francesco Paolo Augusto Calì. Dice che gliel'hanno formalmente presentato come "wiseguy", come uomo d'onore. Quattro anni dopo anche un altro mafioso americano pentito, Michael Di Leonardo, svela all'Fbi il ruolo sempre più rilevante di Franky Boy nella Cosa Nostra di New York.

E' proprio nel 2003 che cominciano i viaggi dalla Sicilia. E' sempre nel 2003 che gli Inzerillo, gli "scappati" dalla guerra di mafia degli Anni Ottanta, tornano in massa dal New Jersey a Palermo. Vanno ad abitare nelle stesse case che avevano abbandonato per sfuggire allo sterminio dei Corleonesi. Tutti a Passo di Rigano, la borgata dove erano nati loro e i loro padri e i loro nonni.

Torna per primo Francesco Inzerillo detto u' truttaturi, figlio di quel Pietro del Nino's Restaurant che è il cognato di Franky Boy. E poi torna Tommaso, cugino del boss Salvatore Totuccio Inzerillo ucciso il 10 maggio del 1981 in via Brunelleschi e cognato di John Gambino, il nipote del vecchio capo dei capi Charles. Torna anche Francesco fratello di Totuccio. E tornano pure Rosario che è un altro fratello di Totuccio e Giuseppe, figlio di Santo. Torna per ultimo anche Giovanni.

E' il figlio sopravvissuto di Totuccio, cittadino americano, nato a New York nel 1972. Gli Inzerillo supersistiti alla mattanza di Totò Riina sono stati "graziati" - per intercessione proprio dei loro parenti di Cherry Hill - a patto però che non mettano più piede a Palermo per il resto della loro vita. Quel rimpatrio collettivo apre un dibattito dentro Cosa Nostra, il "discorso degli Inzerillo" divide i grandi capi mafiosi che allora sono ancora tutti in libertà.

C'è Salvatore Lo Piccolo che si spende per il loro rientro intrecciando alleanze che - nella testa sua - lo avrebbero portato al vertice dell'organizzazione mafiosa siciliana. Antonino Rotolo, fedelissimo dello "zio" Totò Riina, è contrario per paura di vendette e del potere che gli Inzerillo potrebbero prendere. Come al solito Bernardo Provenzano è ambiguo, doppio, è favorevole ma con prudenza, è contrario ma con prudenza. Gli Inzerillo intanto sono già a Palermo e nessuno li tocca.

La verità è che tutti - quelli che non li vogliono e quelli che li vogliono - intuiscono che attraverso loro e soprattutto attraverso i loro cugini americani, si presentano nuove prospettive di affari, nuove occasioni economiche e finanziarie. E' un'opportunità straordinaria per una Cosa Nostra in crisi di liquidità e da molti anni ormai non più leader sulla scena del crimine internazionale. Così i boss siciliani riscoprono l'America. Così tutti mandano i loro uomini più fidati negli Usa. Li mandano alla corte di Francesco Paolo Augusto Calì, il figlio del bottegaio di Ballarò.

Il 26 novembre del 2003 ci vanno Nicola Mandalà e Gianni Nicchi, il primo della "famiglia" di Villabate e il secondo di quella di "Pagliarelli", fazioni corleonesi dure e pure. Nicchi ha soltanto 25 anni ma è già considerato una stella mafiosa. Il 23 dicembre del 2003 partono per il New Jersey Giuseppe Inzerillo, figlio di Santo, e Salvatore Greco. Il 22 gennaio del 2004 è Giovanni Inzerillo, il figlio di Totuccio, che va in America accompagnato da un personaggio "importante". Si chiama Filippo Casamento, un boss di 82 anni che una volta a Palermo - era sottocapo della "famiglia" di Boccadilfalco - comandava. Prima di sbarcare a New York però i due si fermano per qualche giorno a Toronto, in Canada. Prendono una stanza allo Sheraton, poi si fanno portare al ristorante Peppino al 2201 della Finch Avenue. E lì partecipano a un summit. Per nove ore stanno intorno a un tavolo con alcuni siculo americani, ci sono anche Michele Modica e Michele Marrese, "noti esponenti mafiosi originari di Casteldaccia dimoranti in Canada".

I viaggi dei siciliani continuano per tutto il 2004 e il 2005 e il 2006. Pedinamenti, intercettazioni, filmati. Gli agenti dell'Fbi documentano ogni trasferta. E ogni trasferta porta sempre a lui: a Franky Boy.

"E' amico nostro, è il tutto di là", confida il 21 ottobre del 2005 Gianni Nicchi al suo capomandamento Antonino Rotolo. Di là c'è l'America. Quell'America dove Nicchi e i suoi amici - mentre contrattano il prezzo di qualche decina di chili di stupefacenti su una partita di mezza tonnellata appena ritirata dai mafiosi di New York - scorrazzano per le strade della Grande Mela su un'auto intestata alla Haskell International Trading Inc, una società nel settore della distribuzione alimentare con sede legale al 900 di South Avenue a Staten Island e amministrata proprio da Frank Calì. Come la Circus Fruits Wholesale Corp con sede al 5015 di Fort Hamilton Parkway a Brooklyn. Come la Two Brothers Produce Inc sulla 17° Strada, la Bontel Usa Corp sull'Hamilton Avenue o la Ox Contracting Inc sulla 52° Strada o la Ital Products Express Ltd sulla Terza Strada. Tutte società - del Food e delle Costruzioni - intestate a Franky Boy o formalmente a Silvestre Lo Verde, uno che gli italo-americani di Brooklyn conoscono come "Silvio". E' un fruttivendolo di Palermo, emigrato nel 1988 negli Stati Uniti. E' già finito in carcere come corriere in un traffico di droga movimentato dai soliti Adamita. Il padre di "Silvio", Leonardo, è parente dei Gambino di Cherry Hill.
Una girandola di nomi legati uno all'altro dalla consaguineità, due famiglie che quando scavalcano l'Atlantico diventano una sola grande famiglia. E al centro c'è sempre Franky Boy.

Il suo nome comincia a circolare insistentemente. Ne parlano con ossessione i boss di Palermo. Finisce sulla bocca di troppa gente. Non è più uno dei tanti anonimi wiseguy di Brooklyn. "Ma che sta succedendo alle cose nostre, alle facende di tuo figlio?", chiede Vincenzo Spatoliatore al padre di Frank quando qualche mese fa il figlio del bottegaio di Ballarò finisce sulle prime pagine dei giornali italiani e americani. "La stampa rompe", gli dice un certo Romolo chiamandolo direttamente all'utenza del suo Video Store di Brooklyn. E' diventato troppo potente Francesco Paolo Augusto. E si è messo troppo in mostra. Sente il fiato sul collo dei federali.

Sono braccati anche gli Inzerillo, giù a Palermo. Quelli si stanno riorganizzando ma capiscono che sono già "bruciati", controllati a vista. Il loro ritorno in Sicilia non è stato un trionfo come immaginavano.
"I nostri nomi sono segnalati, qua non si può più stare, ce ne dobbiamo andare ma non dalla Sicilia, non dall'Italia, dall'Europa bisogna andarsene", si lamenta Francesco Inzerillo u' truttaturi con i suoi nipoti Giovanni e Giuseppe che nell'estate del 2007 gli fanno visita nel carcere di Torino.

E' abbattuto, si sfoga e una microspia registra le sue paure: "E' tutta una catena e una catenella, basta essere incriminato per l'articolo 416 bis e scatta automaticamente il sequestro dei beni. E cosa più brutta del sequestro dei beni non c'è". A Giovanni Inzerillo, il figlio del grande boss di Palermo, dice: "Te ne devi andare in Centro America.. in Sudamerica, lontano". Giovanni lo ascolta in silenzio. Lo sa che alcuni suoi parenti sono già emigrati in quella parte del mondo. Hanno lasciato tutto per scomparire, forse per sempre. E' deluso Giovanni. Anche lui vuole diventare come Franky Boy e anche meglio di Franky Boy. Fosse solo per il nome che porta, per i quarti di nobiltà mafiosa ereditati dal padre Totuccio, dalla madre Filippa Spatola e dagli zii e dai cugini, i Gambino, i Di Maggio, i Di Maio e i Castellano. Si sente pronto Giovanni. Anche per gli altri è pronto.
L'investitura gliel'ha data qualche mese prima il vecchio Filippo Casamento. E' lui a rassicurare un amico americano che chiede: "Tuo figlioccio..ù picciriddu.. camina?, camina o non camina?". E Casamento risponde: "Camina, camina u' picciriddu".
Sta già "camminando" Giovanni Inzerillo. Significa che è sulla rampa di lancio per un luminoso futuro mafioso. Nei suoi sogni molto, molto più splendente di quello di Franky Boy.

(8 febbraio 2008) - La Repubblica

Vi ricordate Deborah Bergamini?



La cui carriera è stata distrutta dalle intercettazioni telefoniche pubblicate da Repubblica alcuni mesi fa?

Bene. Leggete qui cosa fa ora:

Deborah Bergamini scrive per il Riformista: la responsabile marketing strategico della Rai sospesa dalla Rai per il suo coinvolgimento nelle intercettazioni telefoniche tra manager Mediaset e dirigenti Rai, firma oggi un articolo pubblicato in prima pagina sul quotidiano in cui l'ex assistente di Silvio Berlusconi racconta di un comizio del senatore John McCain, candidato repubblicano alle presidenziali Usa, che ha avuto luogo ieri, nel fatidico Super Tuesday, al Rockfeller Center e al quale ha assistito per caso. (ANSA).

giovedì 7 febbraio 2008

Ritorna la rubrica "Soldi buttati".



Ok che il calcio fa odiens.

Però qualcuno mi spieghi che senso ha mandare tre inviati a Zurigo per seguire un'amichevoletta dell'Italia.

Ma non è finita. Maurizio Crosetti si è fatto anche una bella gita a Londra per un'altra amichevole: quella dell'Inghilterra di Fabio Capello, quando allo stadio c'era già Enrico Franceschini, che tra l'altro scrive bene anche di calcio.

Gabriele Romagnoli va a puttane anche ad Amsterdam.



Gran pezzo oggi su Repubblica di Gabriele Romagnoli da Amsterdam.

Amsterdam va in piazza
per il quartiere a luci rosse
di GABRIELE ROMAGNOLI


AMSTERDAM - Il simbolo della protesta non è dei più eleganti: un organo genitale maschile che, come dire, s'ammaina. Ma dietro la marcia in programma stasera alle 7 in quel che resta del quartiere a luci rosse di Amsterdam è in gioco davvero la bandiera della città. Per che cosa si vuole che venga visitata: per le donne in vetrina e gli spinelli liberi nei caffè o per le nuove boutique e i futuri boutique hotel sul canale?
Più in generale: il Nord Europa deve poter mantenere delle oasi di ultra tolleranza (come questa, Christiania a Copenhagen, i bordellodromi di Amburgo e Anversa) o spazzarle via col vento della purezza che trasporta il polline del nuovo affarismo?

La risposta soffia in questo reticolo di strade famose in tutto il mondo. Se non esistessero, Amsterdam sarebbe una piccola Venezia o una grande Bruges. Di sicuro attirerebbe turisti con l'età media di quelle città e non di vent'anni più giovani. Eppure qualcosa sta cambiando, e molto in fretta. I media di tutto il mondo hanno pubblicizzato l'operazione di "bonifica" avviata dal Comune. Più che il sindaco Job Coehn, a volerla è stato il suo giovane vice, Loodewijck Asscher, fresco di studi giuridici negli Stati Uniti e, va da sè, di colloqui con Rudy Giuliani.

Il colpo pubblicitario è stata la "riconversione" di 17 vetrine, per cominciare. Prima esponevano ragazze, ora abiti. Lo slogan è: "Compra il vestito, non la donna". Peccato non si possa fare: non sono negozi, solo show room bonsai, minuscoli come i bugigattoli delle prostitute. Degli stilisti in mostra, nessuno è di Amsterdam. I capi che hanno creato per l'occasione flirtano con l'assurdo: per gli uomini lo smoking confina con la divisa da arbitro, per le donne compare sul busto una maschera da clown.

L'accostamento tra questi manichini e le signore della porta accanto in bikini di lamè non manca di una imperturbata continuità. La cifra ufficiale dell'affare è: 15 milioni di euro per 51 vetrine. Quella ufficiosa, fornita dagli organizzatori della protesta: 26 milioni per 17 palazzi che ne valevano la metà. Paga il Comune, affitta gratis, esentasse e regala anche la luce. Curiosamente, il venditore è unico: si chiama Charles Geerts, incensurato, nessuna condanna e molti processi, come gli imprenditori di maggior successo sul pianeta. Anche dietro l'acquisto c'è una sola società immobiliare: NV Stadsgoed.

Il progetto è un film già visto. Via le bettole e avanti gli hotel a cinque stelle. Saluti alle ragazze e benvenuti quelli che possono permettersi monolocali sul canale a canoni stile Parigi e Londra. Asscher dice che vuole portare Amsterdam nella "top five" della capitali d'Europa, il primo passo è allineare i prezzi. Oggi uno spinello costa 4 euro, un po' di sesso 50, una camera con vista al "Royal Taste" (Gusto Regale) 120.

Via le prime due offerte, la terza tariffa può raddoppiare. Il problema è che Jon Broers, il proprietario, non può fare lo stesso con le stelle del suo albergo. Per questo è diventato l'organizzatore della protesta. A vederlo è un gentleman che ha passato la sessantina e molto altro. E' in affari qui da quarant'anni e quando dice affari non fa giri di parole: "Le camere, il bar, le ragazze: tutto legittimo". E' il capitano della barca che affonda, ma prova di tutto per non lasciarla sparire nel canale. Mostra un poster che verrà affisso nella notte. Il fotomontaggio è stato realizzato al computer: il vicesindaco Asscher, in auto, si sporge al finestrino per contratta con una ragazza di strada. La didascalia dice, più o meno: "E' questo che vuoi?".

Il concetto di Broers è semplice: la prostituzione c'è sempre stata e sempre ci sarà, a Amsterdam esistono 8mila professioniste, di cui soltanto mille in questa zona, non se ne andranno, semplicemente si sposteranno. L'effetto, sostiene, non sarà impedire il "traffico di schiave del sesso", come lo chiamano, ma deviarlo e alzare i valori immobiliari. Ogni fazione ha un sondaggio che dimostra l'appoggio della maggioranza dei cittadini. Ma le domanda erano diverse: "Siete a favore del commercio sessuale?" "Noooo!", "Volete salvare lo storico quartiere a luci rosse?" "Siiii!".

Stasera cominceranno a contarsi davvero. Assicurata la presenza di tutti gli esercenti, dei dipendenti che stanno per perdere il lavoro (150 soltanto a "Casa Rosso", senza troppo indagare sulle loro mansioni). E le ragazze? Chiuderanno bottega, ma non parteciperanno. Una di loro, Paloma, lo dice con un sorriso: "Sono venuta qui proprio per non battere le strade".


(7 febbraio 2008) - La Repubblica

Nelle primarie americane spunta il candidato Maurizio Ricci.

Dopo il Big Tuesday, le primarie americane si sono fatte più interessanti e quindi serviva qualcuno che desse una mano ai vari Zucconi, Calabresi, Flores D'Arcais e Zampaglione. Ecco dunque spuntare un pezzo, oggi, firmato dall'inviato a San Francisco Maurizio Ricci.

La mossa del nemico: il Corriere apre ai lettori l'archivio storico.

MILANO — Il Web ha una memoria infallibile. Non dimentica niente. Tutto quello che viene inserito resta nella Rete a futura memoria, per l’eternità. Ecco perché gli archivi (ma internet è, alla fine, anche un unico immenso archivio) sono il vero patrimonio di questa moderna Biblioteca di Alessandria. Una biblioteca che da oggi è ancora più ricca. Il Corriere della Sera ha infatti aperto, primo quotidiano in Italia e tra i primi a livello internazionale, il proprio archivio storico ai lettori. Il nuovo servizio (disponibile all’indirizzo archiviostorico.corriere.it) permette di accedere gratuitamente a un patrimonio informativo di 1.300.000 articoli comparsi sul quotidiano a partire dal 2 gennaio 1992 ad oggi. Gli utenti di Corriere.it possono adesso ripercorrere tutti gli avvenimenti italiani e internazionali degli ultimi 16 anni: da Tangentopoli alla nascita dell’Euro; dall’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 alla seconda guerra del Golfo; dalla morte di Giovanni Paolo II alla vittoria della Nazionale azzurra in Germania.
Un archivio dinamico nel quale è possibile cercare per parole chiave, per data, per autore e che si arricchirà ogni giorno di tutti gli articoli pubblicati sul Corriere della Sera il giorno precedente. I risultati possono essere ordinati sia per data sia per rilevanza. Un software permette inoltre di sapere in tempo reale quali sono le parole più ricercate negli ultimi 30 giorni: un «termometro» degli interessi dei lettori. L’archivio comprende anche tutte le testate che hanno accompagnato in edicola il Corriere della Sera nell’ultimo decennio: Corriere Soldi, Corriere Economia, Corriere Lavoro, Corriere Salute e ViviMilano. La consultazione gratuita in forma testuale di tutto l’archivio storico del Corriere affianca Corriere Store (www.corriere.it/store), un servizio partito già da alcuni anni e che consente ai lettori di acquistare online la riproduzione delle prime pagine storiche del quotidiano dalla nascita ad oggi. Con la scelta di mettere a disposizione dei propri lettori l’archivio storico del quotidiano, il Corriere della Sera arricchisce il Web di un patrimonio informativo unico e rafforza ulteriormente il legame con Corriere.it e i suoi oltre undici milioni di lettori unici mensili registrati a gennaio.

Marco Pratellesi
07 febbraio 2008 - corriere.it

Crisi di governo: eccovi l'Eziomauro pensiero.

IL CAMBIAMENTO
di EZIO MAURO


Come se ogni volta il Paese aspettasse l'anno zero, dopo lo scioglimento delle Camere la destra guarda al voto di aprile come a un giudizio di Dio ritardato, che dovrà finalmente riconsacrare l'unione tra il Capo e il suo popolo nel destino della nazione. Nient'altro: si sente il filo della spada che taglia corto tra gli indugi della politica, che rassicura gli indecisi e ammonisce gli avversari, mentre raduna i reprobi e i convertiti, dopo l'ora d'aria.

Naturalmente, la sinistra italiana porta la piena responsabilità di tutto questo. In meno di due anni, la finta alleanza dell'Unione ha sperperato l'idea di un'alternativa credibile di governo, di classe dirigente, di cultura. Ha divorato nelle risse intestine i meriti del governo Prodi, ingigantendo nelle polemiche tutti i demeriti. Non ha trovato un'interpretazione dell'Italia capace di parlare al Paese, di portarlo a credere e a scommettere su se stesso. Ha dovuto dichiarare fallimento, riconsegnando le chiavi del governo come se il Paese le fosse non solo ostile, ma addirittura sconosciuto.

Ma con la sinistra colpevole, e dunque obbligata a cambiare radicalmente, nessuno in realtà può considerarsi assolto. Quando il capo dello Stato denuncia "l'anomalia" di uno scioglimento così anticipato delle Camere, parla per tutti e rivela l'impotenza di ognuno. Improduttivo sul piano politico, il sistema è bloccato sul piano istituzionale. E le istituzioni riguardano tutti, anche la destra che non ha saputo cambiare una legge elettorale sbagliata e dannosa, e non ha voluto due riforme essenziali per la governabilità e la legittimità del sistema: la riduzione del numero dei parlamentari (con la fine del bicameralismo perfetto) e la riduzione del numero dei partiti.

Anche su questo giudicherà ora il popolo sovrano. Dopo tante paure ideologiche e altrettante gabbie, il cambiamento sarà la leva del voto, l'innovazione la sua misura. Chi pensa a nuove alleanze finte, a destra e a sinistra, non ha capito il disincanto del Paese, la propensione al cambiamento, l'effetto della nuova solitudine repubblicana che nasce dalla disconnessione di molti cittadini dalla vicenda pubblica. Qualcosa che la destra ha incoraggiato corteggiando l'antipolitica e che oggi potrebbe mutare il quadro, cambiando natura e carattere di quel soggetto delicatissimo di una democrazia che è la pubblica opinione: e nessuno sa come.

(7 febbraio 2008) - La Repubblica

Michele Serra si scusa pubblicamente per l'errore di ieri sull'Amaca.

Non sapremo mai se Serra ieri abbia letto il nostro blog scoprendo l'errore di ieri sull'Amaca (scovato dal nostro fido collaboratore Fabio P.) o se l'errore l'ha scoperto da solo rileggendo il suo pezzo.

Fatto sta che oggi Serra si è scusato pubblicamente attraverso le pagine di Repubblica.

Ecco il testo della sua lettera:

"Nell'Amaca di ieri, per un refuso della mia (scadente) memoria, ho attribuito la Rupe Tarpea a Sparta anzichè a Roma . Me ne scuso con i lettori e con gli spartani".

mercoledì 6 febbraio 2008

E Michele Serra cadde dall'Amaca.

Clamoroso errore storico-geografico di Michele Serra. Secondo lui (Amaca di oggi) la Rupe Tarpea è il burrone da cui gli Spartani buttavano i bambini malati e gracili. Ha sbagliato di qualche secolo e un migliaio di chilometri: la Rupe Tarpea è a Roma, giusto dietro il Campidoglio, e vi venivano buttati i traditori condannati a morte.

Fabio P.