mercoledì 28 maggio 2008

Giro di valzer fra direttori di giornali: De Bortoli verso «Repubblica».

Le grandi manovre sono iniziate da tempo. Anche se, va detto, la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi - soprattutto per le proporzioni che l’hanno caratterizzata - ha dato una decisa accelerazione al valzer di direttori che sembra ormai in dirittura d’arrivo. E che non riguarda solo i Tg Rai, ma pure i grandi quotidiani. Se Paolo Mieli pare oggi più saldo di qualche mese fa sulla poltrona più importante del Corriere della Sera, a perdere qualche colpo sembra sia Ezio Mauro. Il direttore di Repubblica, infatti, è dato ormai in uscita al punto che anche al giornale si sta risentendo del momento di incertezza. Al suo posto, però, a differenza di quanto si è sempre ipotizzato, non dovrebbe arrivare Mario Calabresi, corrispondente dagli Stati Uniti del quotidiano di Largo Fochetti, ma Ferruccio de Bortoli, direttore del Sole 24 Ore. Nessuna bocciatura, invece, per Calabresi. Il gruppo, infatti, preferirebbe che arrivasse sulla poltrona più importante di Repubblica con già alle spalle un’esperienza da direttore. Che, dicono i rumors, Mario Calabresi potrebbe fare a breve a La Stampa. Anche Giulio Anselmi, direttore del quotidiano torinese, è infatti dato in uscita.

fonte: Il Giornale

Altri pettegolezzi.

Secondo indiscrezioni Calabresi andrà a dirigere la Stampa, mentre De Bortoli potrebbe sostituire Ezio Mauro.

martedì 27 maggio 2008

L'amara Concita.

La dolce Concita De Gregorio se ne va. O almeno così pare, secondo le voci che girano nei corridoi di tutte le redazioni.
Andrebbe a dirigere l'Unità 2.0 targata Renato Soru, già fondatore di Tiscali.

Sarebbe una grave perdita. Per Repubblica ma soprattutto per noi feticisti del giornale di Scalfari e Mauro.

venerdì 23 maggio 2008

Pazzo per... La Rivista Che Vorrei.

Per la prima volta approfitto di questo blog per promuovere una bella iniziativa editoriale (per ora solo on-line) che si chiama La rivista che vorrei.



Da oggi c'è uno spazio nuovo per provare a capirne di più.
La rivista che vorrei. Interviste, confronti, commenti, video, immagini, per ragionare sull'attualità e sul futuro, della Brianza e di tutti noi.
Perchè la cronaca non basta per capire cosa succede.
Un tema mensile e tanto altro, giorno per giorno.
Cominciamo immaginando il futuro prossimo, del territorio, della politica, del lavoro.
Il futuro probabile e il futuro che vorremmo.

E tu, hai voglia di ragionarci su?

www.vorrei.org

Volete un altro buon motivo per leggere La rivista che vorrei?
Ci sono dentro anch'io fino al collo.

E dopo i crosettismi ecco i romagnolismi.

Straordinario pezzo di Gabriele Romagnoli oggi su Repubblica, dedicato al duo Del Piero-Cassano che trovano entrambi un posto in nazionale.

A un certo punto Romagnoli scrive:

"Nel progetto di Donadoni, par di capire che Alessandro Del Piero e Antonio Cassano, staranno sotto una teca con scritto: "Rompere in caso d'emergenza". Se la casa va a fuoco, li buttano dentro. L'uno, l'altro, continuasse il rogo anche tutti e due.

martedì 20 maggio 2008

lunedì 19 maggio 2008

Sotto gli occhi di Sannucci, Bocca dice a Gamba: "scalcia Chiusano".

Ben quattro inviati a Catania per seguire l'ultimo disperato tentativo della Roma di soffiare lo scudetto all'Inter.

Corrado Sannucci, Emanuele Gamba, Fabrizio Bocca e Mattia Chiusano.

venerdì 16 maggio 2008

A pagina 31 va in scena il disastro.



Ricevo e volentieri pubblico.

"Ciao, su Repubblica di oggi un doppio svarione di non poco conto, a pagina 31 c'è una foto con il segretario della Fiom Gianni Rinaldini che diventa... Claudio Rinaldini... (Che Dio vi perdoni) e Guglielmo Epifani che di colpo diventa Sergio Cofferati. Un pensiero affettuoso al correttore di bozze...Ciao"

Andrew

Gli inviati al Giro d'Italia: oggi a me, domani a te.

Ieri Eugenio Capodacqua, oggi Benedetto Ferrara.
Al Giro d'Italia i due inviati si dividono le tappe.

Caso Schifani: Travaglio insiste e D'Avanzo (stufo?) reagisce stancamente.



Il match continua.

Qui sotto pubblichiamo per intero la lettera di Marco Travaglio apparsa su Repubblica di oggi. Alla fine c'è il commentino (conclusivo?) di Giuseppe D'Avanzo.

Il giornalismo
e il caso Schifani
di MARCO TRAVAGLIO

Caro direttore, D'Avanzo è liberissimo di ritenere che i cittadini non debbano sapere chi è il presidente del Senato. Io invece penso che debbano sapere tutto, che sia nostro dovere informarli del fatto che stava in società con due personaggi poi condannati per mafia, che si occupava di urbanistica come consulente del comune di Villabate, controllato dal clan Mandalà, anche dopo l'arresto del figlio del boss e subito prima dello scioglimento per mafia.

Perciò l'ho scritto (dopo valorosi colleghi come Lillo, Abbate e Gomez) e l'ho detto in tv presentando il mio libro. Anche perché la Procura di Palermo sta ancora vagliando le dichiarazioni rese nel 2007 dal pentito Francesco Campanella, già presidente del consiglio comunale di Villabate e uomo del clan Mandalà, sul piano regolatore che, a suo dire, il boss aveva "concordato con La Loggia e Schifani" (Ansa, 10 febbraio 2007).

Ciò che non è consentito a nessuno, nemmeno a D'Avanzo, è imbastire una ripugnante equazione tra le frequentazioni palermitane del palermitano Schifani e una calunnia ai miei danni che - scopro ora - sarebbe stata diffusa via telefono da un misterioso avvocato: e cioè che l'imprenditore Michele Aiello, poi condannato per mafia in primo grado, mi avrebbe pagato un albergo o un residence nei dintorni di Trabia. La circostanza è totalmente falsa e chi l'ha detta e diffusa ne risponderà in tribunale.

Potrei dunque liquidare la cosa con un sorriso e un'alzata di spalle, limitandomi a una denuncia per diffamazione e rinviando le spiegazioni a quando diventerò presidente del Senato. Ma siccome non ho nulla da nascondere e D'Avanzo sta cercando - con miseri risultati - di minare la fiducia dei lettori nella mia onorabilità personale e nella mia correttezza professionale, eccomi qui pronto a denudarmi.

Se questo maestro di giornalismo avesse svolto una minima verifica prima di scrivere quelle infamie, magari rivolgendosi all'albergo o dandomi un colpo di telefono, avrebbe scoperto che: 1) non ho mai incontrato, visto, sentito, inteso nominare questo Aiello fino al giorno in cui fu arrestato (e comunque, non essendo io siciliano, il suo nome non mi avrebbe detto nulla); 2) ho sempre pagato le mie vacanze fino all'ultimo centesimo (con carta di credito, D'Avanzo può controllare); c) ho conosciuto il maresciallo Giuseppe Ciuro a Palermo quando lavorava alla polizia giudiziaria antimafia (aveva pure collaborato con Falcone). Mi segnalò un hotel di amici suoi a Trabia e un residence ad Altavilla dove anche lui affittava un villino.

Il primo anno trascorsi due settimane nell'albergo con la mia famiglia, e al momento di pagare il conto mi accorsi che la cifra era il doppio della tariffa pattuita: pagai comunque quella somma per me esorbitante e chiesi notizie a Ciuro, il quale mi spiegò che c'era stato un equivoco e che sarebbe stato presto sistemato (cosa che poi non avvenne). L'anno seguente affittai per una settimana un bungalow ad Altavilla, pagando ovviamente la pigione al proprietario. Ma i precedenti affittuari si eran portati via tutto, così i vicini, compresa la signora Ciuro, ci prestarono un paio di cuscini, stoviglie, pentole e una caffettiera. Di qui la telefonata in cui parlo a Ciuro di "cuscini". Ecco tutto.

Che c'entri tutto questo con le amicizie mafiose di Schifani, francamente mi sfugge. Qualcuno può seriamente pensare che, come insinua D'Avanzo, quella vacanza fantozziana potrebbe rendermi anche solo teoricamente ricattabile da parte della mafia o addirittura protagonista di "una consapevole amicizia mafiosa"? Diversamente da Schifani, non solo sono un privato cittadino. Non solo non sono mai stato socio né consulente di personaggi e di comuni poi risultati mafiosi. Ma non ho mai visto né conosciuto mafiosi, né prima né dopo la loro condanna. Chiaro? Se poi questo è il prezzo che si deve pagare, in Italia, per raccontare la verità sul presidente del Senato, sono felice di averlo pagato.

Ps. Su una sola cosa D'Avanzo ha ragione. Tra i miei ex direttori, ho dimenticato quello del "Borghese": Daniele Vimercati. Era uno splendido e libero giornalista. Purtroppo non c'è più, l'ha portato via a 43 anni una leucemia fulminante. Mi manca molto.

Nessuno ha mai messo in dubbio l'onorabilità di Travaglio. Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale. Si è voluto soltanto ragionare senza ipocrisie su un metodo giornalistico che, con niente o poco, può distruggere la reputazione di chiunque. Era un memento a Travaglio e a noi stessi ad usare con prudenza, armati di niente o poco, la parola "verità" (evocata, purtroppo, anche oggi). E prima di mettere punto: ma davvero c'è qualcuno che, in buona fede, può pensare che Repubblica faccia sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri?
(g. d'a.)


(15 maggio 2008)

mercoledì 14 maggio 2008

Botta-risposta-stoccata: si infiamma il match D'Avanzo-Travaglio.



Questa è la prima botta di Giuseppe D'Avanzo.

Questa è la risposta di Travaglio.

E questa è la stoccata di D'Avanzo.

Adesso attendiamo la prossima mossa di Marco Travaglio sul caso Schifani.

Tandem Ferrara-Capodacqua al Giro d'Italia.

Eugenio Capodacqua non si è ritirato dalla corsa rosa. Si è rimesso in sella al fianco del viola Benedetto Ferrara ed è ripartito.

A proposito di Ferrara, abbiamo scoperto che su repubblica.it tiene una rubrica quotidiana sul giro.

Il bauscia Serra si sfoga.



Questo è il pezzo di Michele Serra apparso oggi su Repubblica:

Dottor Inter e mister Hyde

Sebbene le squadre di calcio, grosso modo, si rassomiglino tutte, ogni tifoso ama colorire la sua comunissima passione di sfumature eccezionali. Forse per giustificare la matrice infantile del tifo (si diventa tifoso da bambino, per mano al padre), per sdoganare la puerilità di questa simil-fede, la si corrobora con gli anni di pagine tempestose, drammatiche e dunque adulte. La frase fatta, e molto detta, è "nessuno soffre come noi~. (riempire i puntini)". Quasi che l' indice di sofferenza, come nell' eros romantico, fosse anche indice di intensità sublime, dell' amour fou, di invidiabile dissipazione. Però bisogna ammettere che noi interisti, nel campo delle coloriture romanzesche, possiamo davvero godere di una condizione privilegiata. La squadra, come certe bellissime dame tisiche o amanti perdute del melodramma, ha una indubbia vocazione alla disgrazia. Vocazione incrementata - va detto - durante la favolosa gestione Moratti, che ha di molto enfatizzato lo scenario del dramma, spargendo oro e broccati preziosi in misura zeffirelliana. E da che mondo è mondo il patimento dei ricchi è uno spettacolo molto popolare, che attira lacrime (e pernacchie) in misura direttamente proporzionale al reddito di colei che giace, pallida e inutilmente amata. In questo senso il 2008 promette di essere, per l' interismo, un anno perfetto. Non il primo e certamente non l' ultimo, ma uno dei più memorabili. Dopo le prove di autospegnimento nel derby milanese, perduto contro una squadra di anziani per un inceppo mentale durato una settantina di minuti, l' Inter ha perfezionato la sua voluttà di morte (sportiva) centrando un nefasto pareggio casalingo con il valoroso Siena, che tirando due volte in porta ha impattato i trecento inutili e sfortunati assalti dei nerazzurri. Indubbia scena madre il rigore prima estorto (all' arbitro e ai compagni) da Materazzi, e poi tirato in pancia al portiere mentre l' intera tribuna d' onore collassava, muta e inorridita, e la curva inveiva come il loggione dopo la peggiore stecca. Ci fosse ancora Brera, credo non gli sarebbe sfuggito l' aspetto da hidalgo di Massimo Moratti, il cui volto cervantesco, perfino quando sorride, sembra esprimere nobili lampi di sconfitta. Il presidente è perfetto interprete del noir-azzurro, Milano ha un lato spagnolesco meno evidente di quello nordico-luterano, ma radicato nei secoli, manzoniano e doloroso, annidato negli androni neri e nelle anguste strade patrizie del centro storico. San Siro, quando gioca l' Inter, perde il brillio entusiasta e diavolesco del rosso milanista, diventa un catino ombroso, spesso anche adombrato, il catino che riflette e raccoglie l' incertezza degli umori celesti, mezzo azzurri mezzo neri. E a proposito di nero non sarà mica un caso che le due grandi Inter della storia (quella di Moratti padre e, checché se ne dica, questa di Moratti figlio) inzuppano nel nero petrolio la loro lauta pagnotta. In ogni modo, e per farla corta (il tifoso, quando comincia a blaterare dei suoi casi, non la smetterebbe più): dopo un campionato in solitaria fuga, una squadra così forte da resistere anche al crocchio delle ossa di molti suoi campioni, così altera da infischiarsene anche delle maldicenze provinciali sugli arbitraggi, così solida da poter rinunciare anche ai due pezzi da novanta di difesa e attacco (Cordoba e Ibra), così avveduta da rispedire lo sciamannato Adriano a fare i bagordi a casa sua, ora rischia seriamente di cadere sul filo del traguardo come l' ultimo dei maratoneti sfiatati, dando via libera alla brava Roma di De Rossi e Totti e soprattutto del professor Spalletti, il cui italiano perfetto e acuto onora oltre il lecito l' ambiente calcistico nel suo complesso. Il traguardo è a Parma, sede melodrammatica e dunque congrua, dove l' Inter, domenica prossima, affronterà ancora una volta l' Inter, il suo avversario più temuto, il suo Hyde. L' intero direttorio di demoni che possiedono la squadra uscirà dallo spogliatoio all' unisono, ogni giocatore nerazzurro avrà accanto il suo doppio suicida. Folate di paura, scariche di insicurezza bruceranno adrenalina e consumeranno le notti di vigilia. Beghe di spogliatoio riaffioreranno come le macchie dell' intonaco. Il respiro di tutto il mondo interista, nelle case, allo stadio, in automobile con la radio accesa, sarà mozzo come sempre. Un palo, una slogatura, un cartellino giallo, un refolo di vento tengono appeso a un filo il destino della adorabile isterica. La gloria, se ci sarà, avrà la gioia supplementare dello scampato pericolo. Il lutto, se ci sarà, sarà comunque ostentato con la nostra solita, stolta fierezza sul nero della maglia. Adelante, Inter. - MICHELE SERRA

martedì 13 maggio 2008

Il gobbo Crosetti si sfoga.



E questo è quello di Maurizio Crosetti:

L'Italia tifa ancora contro, è il partito degli Anti Inter

(di Maurizio Crosetti)

C'è un partito trasversale che ieri ha incassato il 55 per cento dei voti, ed è al momento l'unica grande coalizione funzionante in Italia: questo partito, sebbene il nome suoni un po' cacofonico, si chiama "Anti Inter". I suoi elettori si sono abbandonati alla patologia da clic compulsivo, inondando di preferenze i siti Internet. Alla fine della giornata di ieri nello spazio virtuale di Repubblica.it (ma siamo poi sicuri che non sia, invece, un luogo sommamente reale?), gli elettori giallorossi sbaragliano il 39 per cento nerazzurro, a fronte di un 6 per cento di "non so": costoro non sanno, forse, cos'altro inventerà l'Inter per non prendersi a Parma il suo meritato scudetto. Fino a metà pomeriggio, tra i votanti c'era pure Hector Cuper: scheda nulla.
Eppure non è esatto definirli elettori giallorossi. Perché, come accaduto per oltre un secolo alla Juventus, qui si tratta di una tipica manifestazione di tifo contro, specialità più nazionale della pizza. Le svariate fazioni degli Anti Inter custodiscono, ognuna per sé, ragioni diverse, però tutte convergono verso un pronostico che è più che altro una gufata. E forse vale la pena chiedersi dove nasca tanta avversione, e con quale cibo si sia nutrita fino a diventare una specie di diffuso sentimento nazionale (non a caso, il contrario di Internazionale).
E non sono i romanisti, teorici e residuali concorrenti al palio dello scudetto, bensì gli juventini a sfogarsi di più contro l'Inter. La ritengono un'usurpatrice di scudetti altrui, grazie a Guido Rossi, e una cacciatrice di frodo: Ibrahimovic, Vieira. C'è, in sottofondo, l'antica rivalità del "derby d'Italia" tra le uniche squadre mai retrocesse, e adesso ne rimane una sola a non avere conosciuto la B. Ma c'è di più: la coda di scorpione di Calciopoli. "Domenica tiferò da bianconero, e non è affatto detto che l'Inter vinca il campionato" afferma il presidente della Juve, Giovanni Cobolli Gigli. Parole inevitabili. Anche più sottili quelle di Claudio Ranieri, nato nel quartiere Testaccio: "Brava la Roma a crederci fino in fondo".
Non male, se si considera l'astio antico tra Juventus e Roma, il "quattro, a casa" di Totti con relativo gesto, le mille parole appuntite, dai centimetri di Viola e Boniperti fino all'altro ieri. Però la grande coalizione ha azzerato tutto: e quando cani e gatti fanno merenda insieme, è segno che qualcosa forse non funziona. Altrettanto logico il sentimento di avversione milanista: lì si tratta di derby. E proprio Milan e Juve, battendo l'Inter a San Siro in questo finale di giostra, possono considerarsi i grandi elettori dei giallorossi (Del Piero, addirittura, segnando il pareggio contro il Catania ha ripescato il Parma, aizzandolo ancora di più contro l'Inter).
"I nerazzurri soffrono di sindrome da insuccesso": è il marchio impresso a fuoco da Arrigo Sacchi. Il quale non ha dubbi nell'indicare le gerarchie di bellezza: "Il gioco più divertente è quello della Roma, che inoltre non ha speso quanto l'Inter". Questa è estetica. In quanto all'etica, ci sarebbe la storia dello scudetto degli onesti. Ecco, quando Roberto Mancini coniò la definizione, come per magia diventò anche più antipatico di quanto già non fosse per talento naturale (per soprammercato, è pure un ex laziale: figurarsi quanto lo amano i romanisti). Ed è proprio l'allenatore con la sciarpa meglio annodata d'Italia, uno dei principali bersagli degli Anti Inter. Ma chi lo detesta, farebbe bene a non dimenticare che Mancini fu il primo a polemizzare in pubblico con Moggi e contro la Juventus della cupola. Anzi, veramente fu il secondo. Il primo era stato Capello: poi gli arrivò un contratto da Torino, e voilà il cambio di prospettiva storica.
Ma perché così tanta gente, nell'Italia delle mille divisioni, adesso augura all'Inter un'improbabile "fatal Parma"? E' solo la classica invidia? E' il segno del potere raggiunto da quelli che erano gli sfigati, però corretti, capaci di perdere sempre contro le forze del male? "Chi vince è antipatico, ora tocca a loro" conferma Cannavaro. Il salto del fosso non ha giovato ai nerazzurri, che quest'anno sono diventati eredi persino dei sospetti arbitrali che normalmente stavano 127 chilometri più a sud-ovest, direzione Torino. Al punto che qualche Anti Inter più cattivo, naturalmente non bianconero, è arrivato a definire l'Internazionale "la Juve del terzo millennio". Esagerazioni, però l'odio sportivo nasce così, e dopo è difficile bloccare la moltiplicazione delle cellule.
Non è escluso che gli Anti Inter ce l'abbiano pure con quel radical-chic di Massimo Moratti: era simpatico solo da perdente, anche questo è un destino ampiamente condiviso. Forse dà fastidio il suo spendere e spandere per la collezione di stranieri: ma ognuno, fino a prova contraria, col proprio petrolio fa quello che vuole. O magari c'è di mezzo il povero Materazzi, da eroe di Berlino a Fantozzi del Meazza.
Costui, di sicuro il calciatore italiano più insultato in ogni stadio, e ancora prima dell'inizio delle partite, è una comoda e abbondante icona per qualunque tifo contro: ma quando vinceva quasi da solo la Coppa del mondo, facendosi abbattere a testate, a tutti stava benissimo così, partito trasversale compreso.
E mentre Matarrese dice che "lo scudetto lo vince chi è più tranquillo", gli interisti toccano ferro e non solo. Poi, certo, si potrebbe rivolgere agli Anti Inter la domanda che magari chiude il dibattito. Preferivate Moggi? (Gli juventini che vincevano risponderebbero tutti sì, e neanche sottovoce).

Si ringrazia Bordo Campo.

C'è poco da ridere.

Come riportato sul blog Bel Paìs, le vignette dell'edizione in PDF de El Pais si leggono,




quelle di Repubblica no.





Si ringrazia Saul Stucchi.

E chi se ne frega.

C’è un terremoto in Cina con migliaia di morti e paesi interi rasi al suolo, ed ecco come il bravissimo Rampini attacca il suo pezzo su Repubblica di oggi:

“Alle 14,20 ero in volo verso Chengdu, per visitare tre orfani che ho adottato”.

E’ un peccato che non esista più Cuore e la sua rubrica “E chi se ne frega”.

(Fabio P.)

Crosettismi al veleno.



A proposito della giornataccia di Materazzi and Co. di ieri, leggete questo crosettismo:

..."Il gran giorno del labiale è uno scudetto perso a pagina 777, e i sottotitoli li ha messi proprio Mancini"...

Volete leggere tutto il velenoso pezzo dello juventino Crosetti?
Eccolo qui.

Al giro d'Italia Ferrara batte Capodacqua al fotofinish.



Nella corsa degli inviati al seguito del giro, Benedetto Ferrara ad Agrigento ha avuto la meglio (al fotofinish) sul compagno di squadra Eugenio Capodacqua.

Non sappiamo se Capodacqua, al termine della tappa, si sia ritirato dalla corsa o se abbia deciso di continuare.

lunedì 12 maggio 2008

La Repubblica in PDF e la vittoria dell'inviata con le palle.

Saul Stucchi, sul suo Bel Pais ci parla dell'esperienza di acquistare La Repubblica online e della vittoria di Francesca Caferri sul collega spagnolo de El Pais.

"Mi sono abbonato oggi all'edizione digitale di Repubblica: un mese a 17 euro. Inizia così una nuova era, una "seconda Repubblica", almeno per me abituato da oltre vent'anni a vedere per casa il tradizionale giornale di carta (e le migliaia di ritagli che conservo).
Il primo impatto con la nuova versione è stato tutt'altro che positivo. La procedura mi è parsa un po' complessa, ma soprattutto due fatti mi infastidiscono.
1) non c'è, a differenza di quanto avviene col Pais, la possibilità di sfogliare virtualmente il giornale. Si può soltanto scaricare il file dell'edizione completa o quello della sezione desiderata, senza però vedere cosa contengono.
2) per aprire il file scaricato (ovvero il PDF) è necessario introdurre una password, coincidente con il nome utente. Col Pais, invece, il file scaricato è immediatamente apribile. Si tratta di un non-sense, dato che lo "scaricatore" è l'abbonato che ha pagato per avere il diritto al download. Sul confronto dei prezzi tra le due testate scriverò più in là, ma anticipo che è largamente favorevole al Pais.
Per riequilibrare in parte il giudizio, devo dire che il derby libanese tra Juan Miguel Muñoz e Francesca Caferri mi pare vinto da quest'ultima. Il suo pezzo da Beirut è più interessante di quello del collega spagnolo. Vedremo nei prossimi giorni."

Un'intervista alla dolce Concita.



Mi ha scritto un fedele lettore del blog per segnalarmi questa interessante intervista a Concita De Gregorio.

Previsione azzeccata: l'inviata con le palle è a Beirut.



Come pronosticato in questo post,Francesca Caferri (foto), l'inviata con le palle, ci sta scrivendo cosa sta succedendo in Libano direttamente dal suo alberghetto nel centro di Beirut.

L'articolo di Francesca lo trovate qui.

A proposito di Beirut, nella stessa pagina dove c'è il pezzo della Caferri, ne troviamo anche uno di Imma Vitelli, inviata libanese di Vanity Fair, sulla quale abbiamo trovato questo commento sul blog Caporale Reyes:

Tempo fa in tivù, da Lerner, ho visto una giornalista in collegamento da Beirut. Giovane, diceva cose interessanti, era disinvolta nel pronunciare l'arabo e aveva abbastanza argomenti, diciamo così, per ottenere attenzione.
Fra le cose che mi avevano colpito di lei, il nome: Imma. Non Irma, demodé, che le sarebbe anche stato bene. Proprio Imma.
Ma che strano, mi sono detto.
Stamattina, improvviso, il dubbio: non sarà mica il diminutivo di Immacolata?

domenica 11 maggio 2008

Dedicato ai recidivi del refuso: Berretta si scrive con una erre sola.



Evidentemente non è bastato averlo sottolineato in questo post qui.

La redazione sportiva è cascata nuovamente in un refuso riguardante l'allenatore del Siena Mario Beretta, che loro si ostinano a chiamare Berretta, come dimostra la foto.

Benedetto Ferrara ha voluto la bicicletta e adesso pedala.



E' iniziato il giro d'Italia e al solito Eugenio Capodacqua, quest'anno si è unito per le cronache quotidiane il tifosissimo viola Benedetto Ferrara, che scopriamo così essere un appassionato non solo delle due ruote del MotoGp ma anche quelle della corsa rosa.

E pensare che una volta, prima che lo mandassero in Russia, a fare il giro ci andava Leonardo Coen.

sabato 10 maggio 2008

Birmania: dal nostro inviato segreto Daniele Mastrogiacomo.



Sul giornale in edicola oggi, campeggia in prima pagina un reportage firmato semplicemente "dal nostro inviato". Il pezzo prosegue nelle pagine interne, dove all'inizio si legge che il nome dell'inviato viene tenuto segreto perchè il regime birmano non ha concesso il visto ai giornalisti.

Poche ore dopo, sul sito di repubblica, scopriamo che era un segreto di Pulcinella.

Scontri a Beirut. E' il momento di mandare qualcuno, magari l'inviata con le palle.



Continuano gli scontri in Libano tra esercito e Hezbollah. Finora ci ha raccontato tutto l'inviato a Gerusalemme Fabio Scuto, però ci sembra giunto il momento di mandare qualcuno a Beirut.

Magari Francesca Caferri, l'inviata con le palle.

Nasce BelPaìs. Il nostro gemello spagnolo.



L'amico blogger Saul Stucchi mi segnala la nascita di BelPais, il blog dedicato al principale quotidiano spagnolo.

In bocca al lupo, Saul!

giovedì 8 maggio 2008

Verona: 1 morto, 5 carnefici naziskin, 5 inviati di Repubblica.



Enrico Bonerandi, Paolo Berizzi, Fabrizio Ravelli, Roberto Bianchin e Giuseppe D'Avanzo.

Non sono i nomi dei cinque naziskin che hanno ucciso Nicola Tommasoli.

Sono i cinque giornalisti che in quattro giorni Repubblica ha inviato a Verona per raccontarci l'accaduto.

La dolce Concita va alla fiera.

A Torino c'è fermento. Domani parte la Fiera del Libro e c'è il rischio che scoppi un casino stile G8 di Genova per i possibili incidenti causati dai manifestanti della sinistra radicale antisemita.

Pane per i denti di Concita.

Che nel suo pezzo di oggi, conclude con un bel "esageruma nen".

martedì 6 maggio 2008

Eh, sì, rassegnamoci.



I tasti “shift” del computer a volte non funzionano (e i correttori di bozze nemmeno). Come altrimenti spiegare quello che è stato fatto al titolo del pezzo di Dipollina di oggi nella pagina della tv? Il titolo era “RASSEGNAMOCI ALL’ENNESIMO TALK SHOW”, tutto in maiuscolo. Un genialoide di passaggio ha visto il titolo e gli è venuto un dubbio: non è che in “rassegnamoci” ci vuole la “i”? Guardare il dizionario sembrava brutto, allora cos’ha fatto? Ha messo la “i” (che, gli diamo questo notizia, non ci vuole) ma nel dubbio (o forse proprio perché il tasto shift non gli funzionava) l’ha messa minuscola. Così la parola è uscita come “RASSEGNiAMOCI”. Eh, sì, rassegnamoci.

Fabio P.

Il colore Viola. E White.

Oggi in prima pagina su Repubblica c'è un pezzo di Viola sul nuovo regime soft russo. E sempre oggi in prima pagina sul Wall Street Journal c'è un pezzo di White sul nuovo regime soft russo.

(da wittgenstein.it).

Benedetto Ferrara tra Shangai e Cagliari sceglie di rimanere a Firenze.

Svelato l'arcano che ci assillava da due giorni: Benedetto Ferrara sabato era a Firenze alla presentazione di un libro.

E' scritto qui.

E me l'ha detto il mitico Andrew, fedele lettore di questo blog.

lunedì 5 maggio 2008

Il refusone della redazione sportiva (e Gamba ci ha messo del suo).



Errore da matita rossa oggi nelle pagine sportive di Repubblica. Si parla della vittoria del Siena contro la Juventus e nel titolo del pezzo di Emanuele Gamba si scrive Berretta anzichè Beretta. Non è un errore da licenziamento, però almeno nei cognomi degli allenatori di serie A si dovrebbe porre più attenzione, soprattutto se si tratta di un titolo a 4 colonne.

L'errore poi pecca di recidività quando Emanuele Gamba per altre due volte scrive Berretta con due t anzichè una.

Per capire la gravità dell'errore, immaginatevi di leggere Rannieri anzichè Ranieri, Mancinni anzichè Mancini, Ancellotti anzichè Ancelotti, Cappello anzichè Capello e così via.

domenica 4 maggio 2008

Il clamoroso refuso di Pericoli&Pirella.



Ecco la vignetta di "Tutti da Fulvia sabato sera" di settimana scorsa.

C'è un clamoroso refuso che trasforma Berlusconi in Belusconi.

Capiamo la fretta di Pericoli nel consegnare la vignetta, ma almeno un fax a Pirella per controllare il testo poteva mandarlo.

Perchè Benedetto Ferrara ha saltato il Moto Gp. La discussione è aperta.

Benedetto Ferrara non è andato a Shangai per il Moto Gp. Ma non c'è andato neanche Corrado Zunino. C'è andato Enrico Sisti, esperto di calcio inglese che di Moto Gp non se ne impiccia più di tanto.

Riflettiamo.

Ferrara e Zaino sono espertoni di calcio: di Fiorentina il primo e di serie B il secondo. Quindi può prevalere l'ipotesi che i due non siano andati a Shangai per tenerli impegnati qui in Italia visto che i vari campionati sono all'epilogo.

Quindi, se dovesse essere così, lunedì dovremmo trovare la forma di Benedetto Ferrara sulla cronaca di Cagliari-Fiorentina e domani quella di Zunino sulla serie B.

Oppure, Ferrara è così incazzato per l'eliminazione della "viola" dall'Uefa che ha preferito restare a casa. In tal caso a Cagliari coi gigliati ci andrebbe Giuseppe Calabrese.

Domani e dopo scopriremo.

Fuochi e Sisti: inviati per sport.

Per la rubrica "inviati per sport", segnaliamo oggi Walter Fuochi a Madrid per l'eurolega di basket (lui bolognese doc avrà gioito per la sconfitta in semifinale della Mens Sana Siena) e di Enrico Sisti che, curiosamente e poi vedremo perchè nel prossimo post, è stato inviato a Shangai a commentare il Moto Gp.

I due Longo di Repubblica.



Da qualche tempo a Repubblica, oltre ad Alessandra Longo, c'è anche un Alessandro Longo, che si occupa di nuove tecnologie.

Googlando Alessandro (nella foto) abbiamo scoperto che ha un blog interessante su telefonia, hi-tech e giornalismo.

Per par condicio vi segnaliamo un link dove potete trovare la biografia di Alessandra.

sabato 3 maggio 2008

Marozzi e Prodi nel paese dei balocchi.



Ultime gite per Marco Marozzi al fianco di Romano Prodi.

Oggi sono andati a Chianciano al convegno dei radicali. La coppia ci ha un po' ricordato le gesta di Pinocchio e Lucignolo che vanno al paese dei balocchi.

Chianciano, in fondo, non è tanto lontano da Collodi.

La sconfitta dei laburisti tutta sul groppone di Enrico Franceschini.



Vabbè che è il corrispondente primario da Londra, ma è curioso che Enrico Franceschini si sia dovuto smazzare da solo le due prime pagine d'apertura di oggi sulla sconfitta dei laburisti.

A dargli una mano, ma neanche tanto, i pezzi di Anthony Giddens e John LLoyd.

Nella foto: il neo sindaco di Londra Boris Johnson.

Francesco spiega perchè non ha vinto Francesco.

Ecco qui il pezzo di Francesco Merlo che spiega perchè non ha vinto Francesco Rutelli.

Affidato a Concita il pesante compito di tamponare le ferite della sinistra.

Prima Alemanno sindaco di Roma, poi Schifani presidente del Senato e per chiudere Fini presidente della Camera.

A Repubblica non ci pensano su molto e affidano le tre incombenze alla dolce Concita sperando che i suoi pezzi possano addolcire le tre drammatiche notizie.

Qui il pezzo di Concita sulla vittoria di Alemanno.

E qui quello sull'elezione di Schifani.

In attesa di recuperare il pezzo sulla vittoria di Fini.

giovedì 1 maggio 2008

Amarcord: il primo pezzo della dolce Concita.

Grazie al nuovo servizio di ricerca di repubblica.it, siamo in grado di proporvi il primo pezzo scritto da Concita De Gregorio su Repubblica. Era il 6 gennaio del 1989

'TOMBOLA' E ARRIVA LA FINANZA

LUCCA - Parrocchie, circoli di paese o bische clandestine? La gente è disorientata, da qualche tempo ha anche paura. Giocare a tombola il sabato sera, nei paesi di campagna, è una tradizione: mille lire una cartella e si vincono prosciutti, salami, buste di caffè. Con quel rettangolo di carta in mano nessuno si era mai sentito fuorilegge. Il gioco è semplicemente un modo per passare il tempo in compagnia, meglio che davanti alla televisione. Ma per i pensionati e le casalinghe della Lucchesia al brivido della cinquina da qualche tempo si è aggiunto quello della retata. Insieme al numero fortunato, la sorte può portare la Finanza: agenti in borghese entrano all' improvviso dalla porta della sala parrocchiale o del circolo sportivo e bloccano le uscite. La gente si spaventa, qualcuno tenta di fuggire, nel caos i finanzieri chiedono ai giocatori i documenti e registrano i dati anagrafici. Per gli organizzatori della tombola scatta la denuncia in pretura: se saranno condannati pagheranno una multa che va da trecentomila lire a un milione e mezzo. Era accaduto l' anno scorso a S. Cassiano a Vico e S. Angelo in Campo, due paesini ai margini di Lucca, è successo di nuovo a dicembre in un circolo Endas di Guamo, una frazione del Comune di Capannori. Duecento persone per lo più anziani, donne e ragazzini sono state identificate e schedate, i responsabili del circolo denunciati. E la polemica, sopita nella distrazione dell' estate, si riaccende. La gente protesta, non capisce. Per affermare il diritto alla tombola è nato persino un Comitato per la difesa del gioco popolare che si propone, con l' appoggio del senatore democristiano Mauro Favilla, di portare in Parlamento una proposta di modifica delle vecchie norme di divieto. Ma poi la tombola è davvero un gioco d' azzardo? E se anche lo fosse perché la Finanza si accanisce contro chi evade poche migliaia di lire, spesso in buona fede? Ma soprattutto perché solo a Lucca ciò avviene con tanta insistenza? Dalle strade di paese questi angosciosi quesiti sono rimbalzati ai microfoni della Rai. Da chiamate Roma 3131 ieri mattina l' intendente di Finanza di Lucca Mario Cricca ha spiegato a tutta Italia i termini della questione. La tombola è, in effetti, uno dei giochi proibiti dal Testo unico di pubblica sicurezza del 1931 insieme ai dadi, la roulette, la morra, e via scommettendo. Chi lo organizza in locali pubblici senza l' autorizzazione dell' intendenza di Finanza viola la legge speciale del ' 39 sul lotto pubblico, non pagando la tassa del 20 per cento su premi e incassi evade il fisco. Accade poi che il valore dei premi sia inferiore, a volte di molto, all' incasso per la vendita delle cartelle: in questo caso c' è chi ci guadagna, organizzare tombole potrebbe diventare un' attività redditizia e come tale punibile in quanto gioco d' azzardo. Il codice penale vieta infatti il gioco a fini di lucro. Il problema si fa complesso. In effetti, nei casi delle tombole nelle parrocchie e nei circoli di paese, l' autorità potrebbe chiudere un occhio: giocano tutti, hanno sempre giocato ed è difficile pensare a pensionati e casalinghe in malafede. Ma ci sono delle norme da far rispettare, è una questione di principio. E poi di fronte alle denunce c' è poco da fare. Riceviamo segnalazioni quasi ogni giorno dice con un certo rammarico il dottor Mario Cricco, che non vorrebbe passare alla storia come l' intendente della tombola e sappiamo perfettamente che ci sono luoghi dove regolarmente, ogni giovedì sabato e domenica si gioca a tombola. Di fronte alle denunce non possiamo non intervenire. Ma chi può sentirsi danneggiato o offeso dai vicini che sperano nella cinquina? Le segnalazioni sono per lo più anonime, circola voce però che a chiamare la Finanza siano spesso i commercianti di paese: con tutti quei prosciutti in palio, nessuno compra più. Sotto le feste poi sono anche calate a picco le vendite di panettoni e torroni. Da parte nostra precisa Cricco non ci sono intenzioni persecutorie. Semplicemente facciamo rispettare la legge. E' vero, sono norme vecchie, ispirate a principi fascisti tesi a limitare associazioni e comitati: l' autorizzazione al gioco della tombola si più concedere solo ad enti morali, deve essere presente un funzionario dell' intendenza e il ricavato deve andare a fini assistenziali. E' vero anche che il gioco è una tradizione nei paesi, è assurdo pensare di sopprimerlo. A volte comunque resta il dubbio che ci sia chi ci guadagna: di fronte a premi per un valore di cinquanta-sessantamila mila lire abbiamo calcolato incassi intorno alle trecentomila. E in una sera i giri di tombola possono essere molti.