venerdì 30 novembre 2007

Storia di Deborah, che voleva diventare famosa e alla fine ci riuscì.

Da qualche settimana uno dei nomi più Googlati della rete è il suo. Parliamo di Deborah Bergamini, ex assistente personale di Silvio Berlusconi e divenuta in seguito responsabile dei palinsesti Rai.

Dopo le note vicissitudini legate alle intercettazioni pubblicate da Repubblica, Deborah Bergamini è stata sospesa dalla televisione di stato.

Da un paio di giorni, quindi, la Bergamini è presente sui principali quotidiani italiani. Si parla molto anche del nuovo blog che Deborah ha aperto per cercare di spiegare a tutti con un nuovo mezzo di comunicazione molto in auge, il blog appunto, cosa è veramente successo con quelle intercettazioni.

Qui sotto pubblichiamo la home page del suo nuovo blog, che potete visionare direttamente cliccando qui.



Ed ecco l' ultimo post, pubblicato oggi da Deborah, intitolato: "Da oggi non vado più in ufficio".

Eccolo:

Da oggi non vado più in ufficio (dal blog di Deborah Bergamini).

Da oggi non vado più in ufficio, dopo cinque anni di lavoro per la Rai. Solo per la Rai. Ciò che mi si è scatenato addosso in questi giorni è basato sul nulla. Sintesi di brogliacci interpretati e decontestualizzati da alcuni giornali. E’ bastato questo per ritrovarmi al centro di un frettoloso linciaggio mediatico. Perchè ho aperto un blog, mi hanno chiesto. I commenti che leggete in questo blog sono solo una parte della marea di quelli che sono stati postati in questi giorni. Molti sono di solidarietà. Moltissimi di insulti. Per me è stato molto istruttivo leggerli. Credo, oggi, che molto del livore che si è scatenato sia anche il frutto di un modo malato di fare informazione. E’ il caso di fermarsi a riflettere. Tutti quanti. Ai tanti che mi domandano conto degli attacchi che mi sono stati rivolti, posso solo dire di andare a vedere i dati di ascolto della Rai negli ultimi cinque anni e le registrazioni di cosa è andato veramente in onda nei giorni della morte di Papa Giovanni Paolo II e delle elezioni amministrative del 2005. Ma quale collusione? Ma quali ”inciuci”? La cosa che mi dispiace di più è che si sia detto che non ho voluto “collaborare” con l’Azienda sull’intera vicenda. E’ vero proprio il contrario. Ho solo chiesto di entrare nel merito non sulla base di articoli di giornale ma degli atti ufficiali che starebbero all’origine di quegli articoli. Infatti ho chiesto alla Procura di Milano di poter acquisire questi documenti. Li porterò a Viale Mazzini, non solo per fare chiarezza sulla mia posizione, ma anche per difendere la Rai dai teoremi inventati. Deborah.

Passiamo invece alla rassegna stampa odierna dedicata a Deborah Bergamini, partendo ovviamente da quanto pubblicato su La Repubblica.

La Debbie nazionale, per cominciare, si guadagna un boxettino in prima pagina con tanto di fotina con il tailleurino rosa con cui tutti già la conosciamo e, guarda caso, con l'immancabile telefonino all'orecchio. Il titolo del boxettino recita: " Per il patto Rai-Mediaset sospesa la Bergamini, la destra insorge.

Ed ecco l'immagine del boxettino in questione:



Nelle pagine interne di Repubblica, esattamente a pagina 9, ecco il paginone dedicato a Deborah con due pezzi di Aldo Fontanarosa e Antonello Caporale e una mini intervista fatta al telefono con Paolo Berizzi.

Ecco la nostra Debbie troneggiare a pagina 9 di Repubblica:



E sugli altri giornali? Tranquilli, anche sugli altri giornali c'è gloria per Deborah Bergamini.

Partiamo dal nostro nemico Corriere della Sera che, pur non parlandone in prima pagina, riesce a intervistarla più seriamente di quanto abbia fatto il nostro Paolo Berizzi. L'intervista è di Paolo Conti e per leggerla dovete cliccare sulla foto qui sotto. Buona lettura, quindi.



Chiudiamo con La Stampa che utilizza la vicenda di Deborah per farne un "panino" con quella della Moratti indagata dalla Procura di Milano. Il tutto, in apertura di prima pagina! Clamoroso!

Godetevela. Anzi, godetevele:

giovedì 29 novembre 2007

La Rai (complice Repubblica) sospende Deborah Bergamini.



ROMA - La Rai ha sospeso dalle funzioni la giornalista e direttore della sezione marketing Deborah Bergamini. La lettera dell'azienda è già stata consegnata alla Bergamini, attualmente direttore del Marketing Strategico di Viale Mazzini. ma non si tratta di una punizion. "Nei confronti della Dottoressa Deborah Bergamini non è stato preso alcun provvedimento disciplinare", precisa in una nota l'ufficio stampa della Rai. "L'Azienda - si legge - ha deciso di dispensare temporaneamente la Dottoressa Bergamini dal rendere prestazione lavorativa fino alla conclusione del procedimento istruttorio in corso. Si tratta di una misura cautelativa presa a tutela della RAI, per consentire al Comitato Etico di completare gli accertamenti e alla stessa Bergamini, dopo le sue audizioni allo stesso Comitato Etico e all'Internal Auditing, di fornire gli elementi a sua disposizione".

La Bergamini compare nelle intercettazioni, pubblicate da Repubblica, da cui sembra che lei - così come altri giornalisti Rai - prenda accordi con Mediaset su programmazione e contenuti dei notiziari. Con Bergamini coinvolti anche Bruno Vespa, Carlo Rossella, Fabrizio Del Noce, Clemente Mimun. Bergamini era stata convocata anche dall'Ordine dei giornalisti di Milano presso cui è iscritta come giornalista professionista.

Proprio oggi la Bergamini ha inaugurato un suo blog (www.deborahbergamini.it) sfondo azzurro e come sottotitolo "intercettazioni di conoscenza". Il tema del blog del resto sono proprio le intercettazioni pubblicate da La Repubblica che la vedono protagonista. Nel sito in primo piano l'articolo di Maria Giovanna Maglie che la difende su Il Giornale, e un intervento video di Bruno Vespa a Tetris su La7 intitolato "Le intercettazioni? Sono una schifezza, vi auguro di capitarci".

In realtà la Bergamini aveva già una sua second life sul web nelle spoglie di Cartimandua, regina dei Celti. Nel nuovo sito, infatti c'è anche un suo unico commento dal titolo "Essere nel mondo senza essere del mondo". "Cartimandua, Regina dei Celti - scrive la giornalista - non c'è più. Era un personaggio di fiaba, abitava un territorio libero, immaginario. Quello in cui ogni tanto mi piaceva fare qualche incursione di poesia e gioco. Ma gli accadimenti degli ultimi giorni, le intercettazioni pubblicate su Repubblica e su altri giornali e la bufera che ne è seguita, non mi consentono più di rifugiarmi in un mondo di sogno, per quanto poetico. Come ho detto qualche giorno fa al Tocqueville Party, oggi sono una persona diversa, e credo che quanto accadutomi nei giorni scorsi mi abbia cambiato per sempre. Così Cartimandua lascia il posto a Deborah Bergamini. E il mondo di Keltia, nel quale ogni tanto mi rifugiavo in cerca di libertà, deve lasciare spazio al mondo reale, quello in cui ho deciso di combattere in prima persona, per affermare il diritto - conclude - di difendere la mia dignità di individuo e la mia voglia di disegnare un futuro che mi piaccia".

mercoledì 28 novembre 2007

Il vertice di Annapolis. Quotidiani americani e italiani a confronto.





Il vertice di Annapolis: tre inviati sul posto, il commento di Zucconi e il pugno nello stomaco di Bernardo Valli.





Vertice americano di Annapolis, Maryland,per cercare la pace tra Israele e Palestina.

Per Repubblica c'erano tre inviati: l'abituale corrispondente da New York, Mario Calabresi, il corrispondente di turno dalla Terra Santa, Alberto Stabile e il ministro degli esteri di Repubblica, Vincenzo Nigro, come al solito sulle orme di Massimo D'Alema.

Tutto sommato un discreto lavoro con tre paginoni zeppi (il Corrierone ne ha dedicati solo due) di roba, con il solito commento di Vittorio Zucconi e un commento secco e duro di Bernardo Valli che parla di un assegno in bianco firmato dai due leader Olmert e Abu Mazen.

Vi riportiamo qui di seguito la versione integrale del pezzo di Bernardo Valli:

Un assegno in bianco
di BERNARDO VALLI

Il palestinese Mahmud Abbas e l'israeliano Ehud Olmert hanno firmato ieri ad Annapolis un assegno in bianco. Si sono impegnati ad avviare nelle prossime settimane dei negoziati di pace e a concluderli entro la fine del 2008, vale a dire a realizzare per quella data le basi di una coesistenza tra lo Stato israeliano e lo Stato palestinese da creare. Quindi di fatto la nascita di quest'ultimo. Né l'uno né l'altro, né Abbas né Olmert, avevano in quel momento, né li avranno nel futuro scrutabile, i mezzi per mantenere l'impegno. Ne erano ben coscienti.

Entrambi hanno infatti esitato a sottoscrivere il documento fino a poco prima che il presidente americano ne annunciasse con solennità la firma. È stato un gesto avventato? Un bluff politico? Una decisione estorta da George W. Bush che forzando la sorte tenta di far coincidere la fine del suo secondo ed ultimo mandato con un successo che darebbe lustro alla sua deludente presidenza?

Penso che Abbas ed Olmert abbiano anzitutto compiuto un atto di ragione e di coraggio. Una volta arrivati ad Annapolis non avevano scelta. Ripartendo con un nulla di fatto avrebbero scatenato di nuovo, subito, i demoni annidati in quella Terra Santa che non cessa di essere una terra di morte e ingiustizia. Firmando l'impegno, pur non avendo i mezzi per mantenerlo, non li hanno certamente esorcizzati. Un'altra delusione, un altro fallimento farà versare altro sangue e appesantirà soprusi e umiliazioni. Ma a confortare Abbas e Olmert, e al tempo stesso a spingerli a sottoscrivere l'assegno in bianco, c'erano ad Annapolis i rappresentanti di quarantanove Stati sovrani e organizzazioni internazionali.

C'erano l'Europa, la Russia, la Lega araba. C'erano l'Arabia Saudita e la Siria, insieme a Israele e alla Palestina. Uno spettacolo raro. Bisogna riconoscere che Condoleezza Rice ha fatto le cose in grande. Ha capito che la debolezza di Olmert e di Abbas doveva essere compensata da quell'assemblea internazionale, la quale doveva funzionare in qualche modo da garante. E infatti essa ha avuto questa funzione politica: ha garantito con la sua presenza l'impegno assunto dal leader palestinese e dal primo ministro israeliano che non avevano i mezzi per assumerlo.

È qualcosa di molto simile a una santa alleanza che gli Stati Uniti sono riusciti a raccogliere ad Annapolis. Una santa alleanza anti-iraniana. L'avversione per l'Iran sciita ha mobilitato i paesi arabi sunniti, in particolare l'Arabia Saudita, preoccupati di vedere gli eredi di Khomeini nella veste di campioni della causa palestinese, oltre che candidati all'arma nucleare.

Risale al 2002 la risoluzione della Lega Araba in cui si contempla il riconoscimento di Israele in cambio della nascita di uno Stato palestinese. Condoleezza Rice ha acciuffato quel filo e ha saputo tessere una situazione eccezionale. Dopo uno sguardo all'assemblea di nazioni raccolta ad Annapolis, Abbas e Olmert hanno sottoscritto il documento che dovrebbe mettere fine a sette anni di paralisi dei negoziati di pace.

Quello che hanno firmato è un assegno in bianco perché né l'uno né l'altro hanno oggi la forza per condurre trattative che implicano enormi rinunce. Ehud Olmert è un primo ministro debole. Non solo impigliato personalmente in fastidiose questioni giudiziarie, ma anche contestato in seno alla sua coalizione di governo. I sondaggi d'opinione non gli lasciano scampo.

In concreto ha soprattutto due enormi ostacoli da superare: l'opposizione dell'esercito, garante della sicurezza e quindi contrario a un ritiro dai territori occupati che, stando ai militari, potrebbe metterla in pericolo; e l'opposizione delle centinaia di migliaia di coloni (all'incirca mezzo milione, tra la zona di Gerusalemme e la Cisgiordania), che rifiutano di evacuare anche gli insediamenti ritenuti illegali dalle stesse autorità israeliane. E dovrebbero essere proprio i militari a sloggiarli. Senza contare l'inevitabile rinuncia a una parte di Gerusalemme, da tempo proclamata dalla Knesset capitale irrinunciabile dello Stato ebraico. Questi ostacoli, sommariamente riassunti, che Olmert deve superare in Israele, illustrano quelli che rischiano di paralizzare Abbas. Il quale non gode neppure lui di un grande prestigio in Palestina. Una Palestina frantumata dalla secessione di Gaza, controllata da Hamas. Il movimento islamico che rifiuta ogni concessione a Israele e può facilmente approfittare dei cedimenti del moderato e laico capo di Al Fatah.

Il documento firmato in extremis non precisa i problemi che i negoziatori devono affrontare. Disegna soltanto la cornice entro i quali essi devono svolgersi. La decisione è saggia. La vaghezza era indispensabile. Ma rivela quanto sia fragile il progetto. Anche gli accordi di Oslo, nel 1993, lasciarono aperti i punti al momento irrisolvibili, pensando che col tempo sarebbe stato più facile affrontarli. Tutto però fallì.

Esplosero due intifada e tanti altri drammi. Ma il Medio Oriente nel frattempo è cambiato. L'emergere della minaccia iraniana ha creato nuovi schieramenti. Nuove alleanze di fatto. E vale l'insegnamento della "scuola del cimento": provando e riprovando. In questo caso con il coraggio e la ragione di due personaggi deboli, con alle spalle una santa alleanza, che era impensabile quando Rabin e Arafat, firmarono pure loro, quattordici anni fa, un assegno in bianco, rimasto tale.

Arrestato il padre dei fratellini scomparsi di Gravina: due paginoni in cronaca e un pezzo di Attilio Bolzoni.



Torna alla ribalta della cronaca la brutta vicenda dei due fratellini di Gravina scomparsi due estati fa a Gravina di Puglia. Ieri è stato arrestato il padre con l'accusa di omicidio. Per Repubblica si scomoda addirittura l'opinionista del sud Attilio Bolzoni con un pezzo che parte dalla prima pagina. All'interno, poi, troviamo due pezzi di due redattori della sede di Bari: Gabriella De Matteis e Titti Tummino. Titti Tummino raramente butta fuori la testa dal dorso barese e per questo (la-lo) salutiamo per questo sua performance in cronaca nazionale.

lunedì 26 novembre 2007

Rampini, Scuto e Ginori: 3 bei reportage per Repubblica2.






Repubblica2 di oggi propone tre ottimi reportage.

Federico Rampini da Shangai ci fa un ritratto della città cinese ribattezzata la "New York d'Asia" che sta lentamente sprofondando.

Fabio Scuto da Ramleh, Israele, ci racconta della tomba di Harry Potter, militare inglese morto a Tel Aviv nel '39.

Infine, Anais Ginori, da Copenhagen ci parla della fabbrica dei papà perfetti.

La morte del maresciallo Paladini: Repubblica decisamente meglio del Corriere.



La triste vicenda della morte del maresciallo italiano Daniele Paladino in Afghanistan è stata gestita decisamente meglio da Repubblica nei confronti del Corriere della Sera. Già come numero di pagine dedicate all'avvenimento siamo a 5 a 3 per il quotidiano di Ezio Mauro. Repubblica apre con un pezzo di cronaca da Kabul affidato a Claudio Franco, un freelance italiano con passaporto inglese che da anni lavora come “ricercatore” al confine tra Pakistan e Afghanistan per l'agenzia Nefa Foundation. Per il Corriere, invece, la notizia è affidata alle poche righe scritte da Marco Nese dalla redazione interna. Anche il commento da Novi Ligure è nettamente a favore di Repubblica, che ha inviato sul posto il torinese Niccolo Zancan che firma un discreto pezzo, mentre il Corriere se la cava con una decina di righe firmate dall'inviata Vera Schiavazzi.

Domanda: se davvero la Schiavazzi si è recata a Novi Ligure, perchè ha scritto solamente un trafiletto?

Licia Granello (finalmente) all'estero.





Una volta, quando era inviata di calcio, la granata Licia Granello era spesso all'estero per Repubblica. Adesso, da quando scrive di cucina, ci va più raramente. Ieri, però, è successo. Licia è andata a Wahington a presenziare al congresso di Relais & Chateau, la grande catena di alberghi e ristoranti d'eccellenza.

Emanuela Audisio, la signora del calcio, inviata a Durban per il sorteggio dei giorni mondiali.





Si sono svolti a Durban, Sudafrica, i sorteggi dei giorni preliminari per accedere al mondiale di Sudafrica 2010. Per Repubblica era presente Emanuela Audisio, che si conferma la signora del calcio, ruolo che una decina d'anni fa era di Licia Granello, che invece adesso commenta i mondiali di maccheroni e di polenta.

Incredibile a Genova: Gessi Adamoli si fa fregare il pezzo da Enrico Sisti.



Dopo aver sudato le cosidette sette camicie per tornare in serie A, Gessi Adamoli, lo scriba rossoblù di Rerpubblica,si è fatto soffiare la cronaca di Genoa-Roma dall'inglese Enrico Sisti.

Occasione persa, caro Gessi.

Il bellissimo reportage di Giampaolo Visetti da Mogadiscio, Somalia.





Vi proponiamo la versione integrale del bellissimo reportage di Giampaolo Visetti da Mogadiscio apparso su La Repubblica di venerdì scorso.

Somalia, fuga dall'inferno viaggio nella città degli orrori

Tra bande di ribelli e militari, dove a un anno dall'invasione etiope e dalle bombe Usa
regna la più crudele anarchia. Negli ultimi dieci giorni sono scappati in 250mila
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI

MOGADISCIO - Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaeda in Africa, la Somalia precipita sempre di più nel dramma. Una settimana fa, infatti, dall'Etiopia sono arrivati altri 20 mila uomini e 52 carri armati con un ordine semplice: fare una strage. Comincia da qui il viaggio nell'inferno della Somalia, paese senza pace, dove centinaia di conflitti sono stati coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni. I militari del presidente provvisorio sono alla fame, i civili allo stremo (quattromila i morti nel 2007): donne, bambini e vecchi scappano a piedi. Un popolo in fuga dalla capitale e che si rifugia nelle tendopoli. Sperando nell'aiuto della Comunità internazionale.

La scimmia Hawo. Adesso, con un lampo strano negli occhi, lo chiamano "la scimmia". Hawo Ali, da due settimane, vive sospeso tra gli spini del secondo ramo di una grande acacia. È il segreto degli sfollati nel campo di Elasha, a sud della capitale. L'eroe dell'ultima battaglia di Mogadiscio ha 11 anni. Per due ore ha trascinato per le vie del grande mercato di Bakara il cadavere di uno dei sette soldati etiopici ammazzati dai ribelli al governo di transizione. La notte prima era stato costretto ad assistere allo sterminio della sua famiglia. Assieme alle vedove del clan è stato scelto dalle milizie degli shabaab, i giovani delle corti islamiche in rotta, per offrire un macabro regalo agli invasori di Addis Abeba.

Usa e Etiopia. Nel 1993 era successo con gli americani. Lo choc popolare aveva costretto Bill Clinton a ritirare le truppe. Oggi non è andata così. Gli etiopici hanno arrestato venti maschi somali, rastrellati a caso nel quartiere di Yagshid. Venti uomini vivi in cambio di un cadavere preso a calci dalla folla? Ai mercanti del porto è sembrato che il nemico cedesse. L'errore l'hanno capito l'altra notte. Nel quartier generale dell'esercito governativo è entrata la salma dell'occupante, avvolta in un lenzuolo bianco. Dal carcere sono usciti venti sacchetti di nylon blu, riempiti con i pezzi degli ostaggi, irriconoscibili, mescolati alla rinfusa.

Resa dei conti tribale. È scattata così l'ultima vendetta etiope contro il popolo somalo, scudo per la nuova resa dei conti tribale. Un ordine semplice: consumare una strage senza limiti, decimare la capitale, seminare il terrore e la disperazione in ogni zolla del Paese. Per questo Hawo Ali ora deve nascondersi da tutti. Il 4 novembre è stato il volto dell'insurrezione ispirata dai fondamentalisti, decisi a innescare una rivoluzione nazionalista. Ha fallito. Ora, per tutti, è solo il colpevole del più crudele massacro del Corno d'Africa dall'inizio della guerra civile in Somalia. È un bambino, ma ha capito. Rifiuta la razione di mais. La sua patria è un altoforno in fiamme, il destino ha spento la sua stella.

In fuga senza vedere. Dieci chilometri a nord, poco sotto lo stadio di Mogadiscio, tocca a Fortun Abdullahi Ali Afrah assistere alla catastrofe. Un proiettile le è esploso negli occhi. Ha sedici anni, nessuno ha il coraggio di portarla in un ospedale. La madre al mattino la depone su una sedia, in mezzo alla strada. Se non può vedere, che almeno senta quello che succede a chi può camminare. La città è un misterioso, imprevedibile, deserto campo di battaglia. Tra le macerie, squarci e spazi aperti dai bombardamenti sono vuoti. Negozi, mercati, scuole, uffici, università e porto sono chiusi.

Nascosti nelle buche. Ciò che resta della popolazione passa il giorno barricato nelle buche scavate sotto il pavimento delle case. Sono quasi tutti maschi, rimasti a difendere le proprietà. Chi deve uscire in cerca di acqua e di cibo, corre ricurvo tra auto bruciate e muri crollati. Cadaveri e feriti vengono lasciati dove cadono. Un'aria spessa, bollente e polverosa, stende su tutto una nebbia affumicata. Negli ultimi giorni non si spara più solo di notte.
Somalia, fuga dall'inferno viaggio nella città degli orrori.

Tra spari e silenzio. Gli insorti combattono in campo aperto. Ore di battaglia intensa cedono a lunghe pause di silenzio. Il terrore dirada gli scontri. Soldati etiopici e squadre fedeli al governo rastrellano però senza sosta, edificio per edificio. Circondano un quartiere e chi è all'interno è perduto. Ufficialmente danno la caccia ai terroristi vicini alle Corti islamiche, in fuga da gennaio. I superstiti raccontano invece un'altra storia. I militari armati dal presidente provvisorio, Abdullahi Yusuf del clan darod, da mesi non vedono un soldo.

Il mattatoio. Alla fame, come la gente, aggrediscono e rapinano chi non confessa di sostenere la jihad. Chi ammette è giustiziato sul posto, quindi mutilato. Chi resiste viene decapitato. Membra umane sono state appese in una macelleria, come lezione collettiva. Centinaia le donne stuprate davanti ai parenti. Il primo ministro, Ali Gedi del clan hawiya, è stato costretto a dimettersi e a rifugiarsi in Kenya. La capitale torna nelle mani dei "signori della guerra", dei darod che garantiscono a Yusuf il controllo di porto e aeroporto: mezzo milione di dollari al giorno, in contanti. Sindaco e capo della polizia impongono il loro dazio a chi scappa. Per i bambini sotto i 12 anni la tariffa è doppia. I ribelli, non solo fondamentalisti, si preparano ad una lunga resistenza. Nel quartiere "Mar Nero", attorno al grande mercato e a Wahara Adde, si scavano trincee e cunicoli sotto le macerie. Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaida in Africa, la Somalia precipita in un massacro dominato dall'anarchia.

Dieci, cento, mille conflitti. Centinaia di conflitti coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni: vendette tra clan, tribù e famiglie; lotte di potere tra generali e criminali che hanno spodestato Siad Barre; contese tra le bande che alimentano il più fiorente mercato africano di armi, droga e scorie nucleari; guerra santa dei fondamentalisti islamici, finanziati dal mondo arabo attraverso l'Eritrea; invasione colonialista dell'Etiopia, appoggiata dagli Usa per assicurarsi il controllo di petrolio e uranio; infine Somaliland e Puntland che reclamano indipendenza, l'irredentismo che riesplode nell'Ogaden, la resistenza nazionalista che spinge il nord contro il centro e questo contro il sud. In mezzo al caos, i caschi verdi dell'Unione africana. Avrebbero dovuto essere 8 mila. Meno di duemila ugandesi invecchiano assediati nelle caserme. Sabato notte i ribelli islamisti hanno obbedito all'appello di uno dei loro capi, Abu Mansur.

L'ultimo atto: attacco agli stranieri. Il quartiere generale di Mogadiscio è stato bombardato. Una capitale devastata attende l'ultimo atto della propria tragedia: l'esplosione degli attentati contro i contingenti stranieri, qui come ad Addis Abeba, o nel resto del Corno d'Africa. Per questo una folla sterminata, che aveva fin qui sopportato povertà e dolore come nessun altro, ora scappa. Vede che la criminalità rapace, l'indifferenza e l'idiozia della comunità internazionale, hanno sostituito il fondamentalismo degli islamisti, rinvigorito dall'intervento degli Usa. Il popolo in fuga non tenta solo di sottrarsi alla morte: non accetta di essere testimone passivo dalla propria autodistruzione, come un cuore sul fondo dell'abisso.

Senza cibo e senza acqua. Un fiume di scheletri neri, apatici e muti, emerge da quartieri isolati dal mondo. Nella capitale il cibo sta finendo e manca l'acqua potabile. I mercati, con la scusa di tagliare il sostegno popolare alle milizie shabaab, sono stati devastati e chiusi dall'esercito. Donne, bambini e vecchi scappano a piedi. I carretti, trainati da asini, sono colmi di materassi, stracci, pentole. Il racket dei miserabili vende posti su stipati pullmini, schiacciati dalla folla che si arrampica sui tetti. La popolazione si perde tra cammelli, capre, mucche, galline e cani, pure in fuga dalle esplosioni.

Alberi in affitto. Lungo i bordi dell'unica pista allagata, che collega Mogadiscio con il Sud, si affittano alberi per ripararsi dalla pioggia torrenziale. Le donne si fermano nelle pozzanghere per riempire di un liquido fangoso taniche gialle barattate con ciotole di riso. Si cucina, ci si lava, con la melma. Per accendere il fuoco i pochi maschi abbattono piante di cinnamomi e cespugli. Nei canali si ammassano le carcasse degli animali morti.

Caccia alle scimmie. Per mangiare si spara a branchi di scimmie grigie che, al tramonto, raggiungono la strada adescate con banane verdi. Bande di ragazzi si appropriano delle buche più profonde, le spianano e vi si stendono davanti. Chiedono cibo ai veicoli che scelgono di passarci sopra. I malati, oltrepassata la piazza K7 (sigla che indica la distanza dal centro di Mogadiscio), si fermano appena possono. Verso Lafole, i pozzi di Elasha e fino ad Afgoy, una distesa compatta di ramaglie, coperte con vestiti consumati e letame, protegge i reduci dagli orrori. Cinquanta, forse centomila ripari pieni di fori.

La malaria in agguato. Non si muore solo per l'assenza di cibo, o avvelenati dall'acqua infetta. Fanno strage la malaria, il colera, la tubercolosi e la bilarziosi. Non esistono latrine. Centinaia i feriti da proiettili vaganti, schegge, mine. Makagedi Wasuge è stata centrata alla gola mentre fuggiva con il figlio in abbraccio. Era nato da sei giorni. Lo ha perduto e chiede agli amici di ucciderla. Poche, generiche, le medicine. Nei campi di rifugiati a Lafole, Alabaray e all'Università di Agricoltura, opera un solo medico. Abdulrahman Abdi Haline, ortopedico, distribuisce sedativi a quasi ottantamila persone. Ne ha poche scatole, manda i vecchi a raccogliere certe erbe tra le dune.

L'odio per l'Etiopia. Ribelli vicini alle Corti islamiche e giovani insorti vengono curati clandestinamente. La massa è corrosa dall'odio contro l'Etiopia e contro "un governo agli ordini di Bush" che non controlla più nemmeno Villa Somalia, la propria sede dopo l'originaria a Baidoa. Fadumo, un anno fa, avrebbe impiccato chi le aveva imposto il velo integrale e chiuso caffè, cinema, radio e discoteche. Da questa mattina è volontaria tra i giacigli degli insorti. Fascia le ferite di chi, nel nome di Allah, le ha sgozzato il padre e un fratello.

Migliaia in fuga. Tra la capitale e Afgoy la tendopoli misura ormai cinquanta chilometri. Negli ultimi dieci giorni i fuggiti all'inferno di Mogadiscio sono stati oltre 250 mila. Mezzo milione da gennaio, un milione negli ultimi due anni. Un milione di esseri umani che hanno perso tutto, privi di un luogo dove vivere. Da fine ottobre i civili uccisi sono circa 500, duemila i feriti. Quattromila le vittime della guerra nel 2007, oltre 10 mila i feriti. Solo in novembre, ogni giorno, a Mogadiscio sono morti 25 abitanti. Quasi sempre madri con i figli. Si avvicinano ai mercati in cerca di cibo, vengono freddati dai cecchini. Ieri sera è capitato anche a Madina Elmi, famosa come "general". Ai tempi di Aidid era la donna dei "signori della guerra" che taglieggiavano gli innocenti.

Tra guerra santa e conflitto civile. Pentita, ha dedicato la vita alla pace. È stata colpita alla schiena mentre distribuiva pomodori agli orfani, ammassati poco fuori città. "Se la comunità internazionale non si sbriga - dice Tahlil Mahamud - tra un mese non avremo più sabbia per seppellire i cadaveri". È il capo di 2200 rifugiati, nascosti tra i cespugli che la stagione delle piogge fa rifiorire di giallo in un deserto rosso. Nelle ultime due settimane le 422 famiglie del suo clan hanno ricevuto 5 chili di riso e 10 di mais. I convogli umanitari sono al centro di un fuoco incrociato. L'esercito governativo li blocca per impedire i rifornimenti di cibo agli insorti. I fuggitivi li assaltano per una manciata di farina. I ribelli li rapinano per barattare cibo con armi. Sospesa tra guerra santa, conflitto civile, battaglia tribale e insurrezione patriottica, la Somalia è sconvolta dal compimento della più temuta catastrofe umanitaria del mondo.

Due ore di futuro. Il futuro, la prevedibilità degli eventi, si estendono ad un paio di ore. "Non vogliamo il ritorno delle Corti islamiche - dice il vecchio Sheikh Osman Hamsow-Abd vicino alla moschea di Al Idayha, nella capitale - ma i responsabili di questa carneficina se ne devono andare".

L'ultima spiaggia. Nelle ultime ore gli sfollati sono sempre più deboli. Mogadiscio si svuota. Per accorciare la marcia i più vecchi passano dalla spiaggia affacciata sull'oceano indiano. Camminano fino a Merca, cento chilometri a sud. Questa notte tre anziani sono morti sulla riva. I corpi, secchi come conchiglie spezzate, giacciono accanto ad una scuola mobile, allestita sotto una tenda per i figli dei rifugiati. I bambini, accanto, continuano a giocare a pallone prendendo a calci una sfera di alghe. In una capanna, costruita con i carapaci delle testuggini giganti, è riunita la "polizia".

Il potere delle armi. Affitta scorte alle organizzazioni non governative che tentano di fronteggiare l'emergenza. Ora stanno concordando le tariffe, come fossero taxi. Ma la polizia, in Somalia, non esiste. Milizie claniche controllano porzioni di territorio. Se cambia la zona, cambia la scorta, composta da poveracci alla fame, in ciabatte, con il kalashnikov in mano. Tutto dipende da chi possiede più armi. Un terrorista delle Corti può finire a spalleggiare un "signore della guerra", passando dai ribelli all'esercito governativo, o viceversa. Si cambia casacca per una cesta di manghi, nessuno ci bada. Al riparo dei gusci di tartaruga i capi attendono l'annuncio del nome del nuovo primo ministro. Sarà un hawiya, Nur Hassan Hussein, della famiglia Abgal. Domani decideranno a chi passa la sicurezza e chi tocca fuggire. "Per parlare di riconciliazione - dice il sultano Moaim Adnan Osman - è necessario che un nuovo governo dialoghi con l'opposizione, coinvolgendo tutti i clan, aprendo ai moderati delle Corti islamiche ed emarginando i fondamentalisti. Gli invasori etiopici, i loro amici della Cia, se ne devono andare, consentendo l'invio delle forze di pace africane delle Nazioni Unite. Solo così, con il sostegno di Unione europea e Lega araba, potremo arrivare al disarmo, all'elezione di istituzioni autorevoli e alla ricostruzione del Paese".

Di fretta verso Sud. Sembra un sogno, tutti lo raccontano come automi, nessuno ci crede. Chiudere i mercati e il porto di Mogadiscio significa scegliere di annientare la propria gente. Sparare sulla folla in fuga vuol dire rendere insuperabile l'odio tra Somalia ed Etiopia, tra mondo islamico e Occidente. Hassan Mursal lo sa. Per questo ieri mattina è partito. Ha un bastone, un camicione bianco e rigido come fosse di calce. Ad Afgoy dice di cercare la famiglia di suo fratello, scomparsa da aprile. Perché è rimasto solo, perché va verso sud, dove pensa di arrivare digiuno e a piedi scalzi, cosa deve annunciare ai nipoti? Non risponde alle domande. Alza le spalle, come andasse di fretta ad un appuntamento.

La strada di un popolo. Tutti, qui, capiscono che saranno i loro corpi, la loro carne, a dare infine un senso fisico all'essenza del destino. Dietro ad Hassan inizia a muoversi un popolo. Non sa dove andare: ma forse, scappando in massa dall'orrore, protestando con il sacrificio estremo di se stesso, rifiutandosi di morire, sta trovando la sua strada.

venerdì 23 novembre 2007

Ecco perchè il "Sistema Corriere della Sera" è già fallito.



Per capire dove va l'editoria si deve guardare al Corriere della Sera. Perché, al di là della gara di leadership con Repubblica, è la testata italiana più antica e "autorevole". L'universo Corriere ha appena subito un restyling di un certo rilievo. Ha perso tre centimetri, nella speranza di diventare più maneggevole, ha alleggerito la grafica e abbreviato gli articoli. Se l'obiettivo era quello di stare al passo con i nuovi media, allora si può dire già che è fallito. Perché, ovviamente, con i nuovi media non si può stare al passo. Li si può contrastare, battendoli su un altro terreno, quello dell'autorevolezza e dell'approfondimento. Strada che il Corriere ha scelto di non battere, scimmiottando la free press con articoli brevi (ma perché allora devo spendere un euro) e dando scarso o nullo rilievo alle foto che, vedi Guardian e dintorni, sono una risorsa importante del nuovo giornalismo. Effetto collaterale grave della nuova grafica, l'invadenza della pubblicità. Non perché sia variato di molto il carico (circa la metà dello spazio). Ma perché la frammentazione degli articoli, il minor piombo in pagina, gli spazi bianchi aumentati, hanno messo in primo piano i monoblocchi a colori della pubblicità che spesso spiccano a prima vista in pagina e intorno ai quali, metaforicamente, passa l'articolo. Il giornalismo come contorno al piatto principale, la pubblicità. Del resto l'invadenza del marketing è spiegata, se non giustificata, dall'imminente crollo della stampa quotidiana tradizionale. Prendiamo il Corriere: in calo costante di copie, con un'età media dei lettori avanzatissima, ha visto anche il clamoroso crollo dei collaterali, meno venti per cento in un anno.
Non va meglio il panorama collegato al Corsera. Il nuovo Magazine di Di Piazza ha cambiato copertina, più pesante e verniciata, e ha raccattato firmoni dal Corsera, senza guadagnarne molto in freschezza. Il sito Internet macina introiti pubblicitari, ma sconta un'arretratezza degli uomini non meno che delle macchine (due blackout di molte ore in pochi giorni hanno fatto crollare gli accessi). Resta un Vivimilano rinnovato e molto bello, che però non può fare la differenza.
Come si possa fare fronte a un pubblico e a un mercato che cambiano a ritmi vertiginosi, è cosa che nella carta stampata nessuno ha ancora capito. Salvo che, come dimostrano Giornale e altri quotidiani, la cassa integrazione incombe. Gli editori non hanno più molta voglia di rimetterci danaro. E a poco a poco anche il Potere dei quotidiani, inteso come capacità di influenzare la politica e la società, potrebbe venire meno. A quel punto, la marginalizzazione dei quotidiani sarà completata ed entraremo in una nuova era, di cui per ora si intravvedono solo i contorni.

Autore: Stampa Rassegnata

La replica di Guzzanti su Il Giornale: "Repubblica, Corriere e Stampa, quando si leggeva lo stesso giornale".



Riportiamo l'articolo che Paolo Guzzanti ha scritto per Il Giornale in risposta lla questione delle intercettazioni telefonica tra Rai e Mediaset:

Paolo Guzzanti per “Il Giornale”

Non ricordo più se il film giusto era Delta Force ma la lettura dell’articolo di Ezio Mauro mi ha fatto l’effetto che le madeleinettes facevano al vecchio Proust il quale si commuoveva e senza porre tempo in mezzo meditava sul tempo perduto, ma anche quello ritrovato. L’articolo di Mauro mi ha portato indietro nel tempo e di questo gli sono grato, già a partire dal titolo: «Struttura delta». Il bis della Spectre. Il bis della P2. Si impone un modesto esercizio di ritorno alla decenza.

L’articolo mi ha riportato con la sua velata magia alla stagione in cui spesso mi trovavo la sera nella stanza di Ezio Mauro, allora direttore della Stampa di Torino (di cui ero editorialista) e dove assistevo alla teleconferenza fra Mauro e il direttore dell’Unità di Roma (Uolter Veltroni), uno dei vicedirettori a caso di Repubblica, e il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli: tutti insieme, in unico afflato e per una sola causa comune (ma quale? Certamente non la libera informazione in concorrenza) facevano tutti insieme «il giornale».

Cioè: non è che ognuno si faceva il suo, di giornale, come in tutti i Paesi in cui le testate sono orgogliosamente concorrenti. Macché. Questa compagnia di cui Ezio Mauro era il capatàz, fabbricava il giornale comune che l’indomani tutti gli italiani si sarebbero sciroppati prima sulla carta e poi in proiezione sui telegiornali sotto le varie testate. Non lo sapevano, ma leggevano tutti lo stesso giornale. Che giornalismo, che concorrenza, che scuola.

Il pretesto diciamo così umanitario dell’operazione, era quello di aiutare il giovane Uolter che non sapeva fare la prima pagina, non sapeva fare i titoli e si scombinava tutto. Ma il gruppo di comando del giornalismo italiano – capitanato da un Ezio Mauro che sembrava guidare un commando Delta Force (ecco il titolo giusto, altro che Struttura delta) - faceva un unico menabò (lo schema della pagina), tutti i titoli e la scelta delle notizie e dei contenuti, uguali per tutti. Il giornale che veniva fuori era omologato, identico, figlio di un unico Minculpop, o cupola, o mini-P2 che dir si voglia e che lasciava alla fantasia del singolo direttore soltanto il cosiddetto «boxino»: un titolotto basso a due colonne in cui ognuno registrava la curiosità innocua del giorno, del genere bambino morde cane: «Walter, nel boxino mettici quella storia del bambino che ha sbranato un pitbull». E Uolter pubblicava.

Naturalmente non si trattava soltanto di fare la prima pagina. Venivano decise le notizie da dare e quelle da ridurre, da esaltare e da minimizzare. Che concorrenza: affinché nessuno restasse scoperto, tutti davano (o tacevano, o sminuivano, o ingigantivano) la stessa notizia nello stesso modo. Ogni santo giorno. E tutti bevevano la stessa acqua.

Io assistevo a quella grottesca anomalia e osservavo gli sghignazzi furbastri, specialmente quelli di via Marenco dove comandava imperiosamente il proprio, e anche un po’ gli altrui vascelli Ezio Mauro in sfolgorante camicia bianca. Paolo Mieli, sia detto ad onore del vero, non si lasciava troppo comandare, ma tutti e due insieme comandavano sull’Unità e la Repubblica seguiva. Così, negli anni Novanta erano serviti non soltanto i lettori della carta stampata ma anche gli spettatori televisivi. La gente forse non lo sa, ma i telegiornali dosano e misurano i loro titoli, gli spazi, la scaletta dell’importanza di ciò che poi ammanniranno al popolo catodico, sulla base delle decisioni dei tre cavalieri dell’apocalisse, Corriere, Repubblica e Stampa, che poi sarebbe, per così dire, la casta.

Ma la prima pagina si confezionava tra via Marenco, Torino, e via Solferino a Milano, per essere rimpannucciata in piazza Indipendenza e infine rimpallata a via del Taurini dove diventava il vangelo dell’Unità, ovvero la verità, pravda in russo, truth in americano che piace di più a Uolter. Ovviamente anche gli altri giornali e giornaletti e giornalini per non dire dei piccoli telegiornali locali, si adeguavano con ansia e con la lingua di fuori per non restare esclusi dal gruppo di comando. Quando ero a Repubblica (di cui sono stato un fondatore, redattore capo e inviato per 14 anni) assistevo ammirato alla formazione del quadridente formato dal formidabile quotidiano di Scalfari, l’Espresso, Raitre e il Tg3. Messi insieme formavano una seconda divisione corazzata che esercitava un potere assoluto, di comando e di dominio sulla scelta, confezione e pubblicazione della notizia.

Insomma, figuratevi il salto dalla sedia che ho fatto ieri mattina quando mi imbatto in una delle più comiche composizioni a sopracciglio levato del mio vecchio amico Ezio Mauro, ora direttore di Repubblica, il quale si è esibito in un articolo che potrebbe intitolarsi a scelta «Senza vergogna» o «Oggi le comiche». Basti l’incipit: «Una versione italiana e vergognosa del Grande Fratello è dunque calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza per farne la centrale unificata di una informazione omologata, addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere». Lui la chiama «Struttura delta». Noi la chiameremmo «Senti chi parla».

Dagospia 23 Novembre 2007

giovedì 22 novembre 2007

«Queste telefonate sono la normalità tra chi fa tv». La difesa di Berlusconi da Ferrara.



Pronta replica del Cavaliere a Otto e Mezzo di Giuliano Ferrara.

Ecco il link per vederlo in azione:

http://mediacenter.corriere.it/MediaCenter/action/player?uuid=f5fd7430-9936-11dc-831b-0003ba99c53b

Ezio Mauro difende il suo scoop.



Riportiamo di seguito la versione integrale del fondo con cui oggi il direttore Ezio Mauro affronta la questione dell'inciucio tra Rai e Mediaset.

La struttura Delta di Ezio Mauro.

Una versione italiana e vergognosa del "Grande Fratello" è dunque calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza, per farne la centrale unificata di un'informazione omologata e addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere. L'inchiesta di "Repubblica" ha svelato fin dove può arrivare il conflitto d'interessi, che questo giornale denuncia da anni come anomalia italiana, capace di corrompere la qualità della nostra democrazia.

Nel pozzo senza fondo di quel conflitto, tutto viene travolto, non soltanto codici aziendali e doveri professionali, ma lo stesso mercato, insieme con l'indipendenza e l'autonomia del giornalismo. Con il risultato di una servitù imposta alla Rai come un guinzaglio per un unico padrone, ben al di là dell'umiliante lottizzazione tra i partiti, e i cittadini-spettatori truffati e manipolati proprio in quella moderna agorà televisiva in cui si forma il delicatissimo mercato del consenso.

Ci sono le prove documentali di questa operazione sotterranea, che ha agito per anni alle spalle dei Consigli di amministrazione, della Commissione di vigilanza, dei moniti del Quirinale sul pluralismo dell'informazione. Si tratta - come ha documentato "Repubblica" - di un'indagine della magistratura milanese sul fallimento dell'Hdc, la holding dell'ex sondaggista di Berlusconi (e della Rai) Luigi Crespi, che è stato per un lungo periodo anche il vero spin doctor del Cavaliere.

Dopo il fallimento del gruppo, nel marzo 2004, sono scattate perquisizioni e intercettazioni della Guardia di Finanza. E gli appunti dei finanzieri sulle conversazioni telefoniche rivelano un intreccio pilotato tra Mediaset e Rai che coinvolge manager di derivazione berlusconiana e uomini che guidano strutture informative, con scambi di informazioni tattiche e strategiche, mosse concordate sui palinsesti per "coprire" notizie politicamente sfavorevoli al Cavaliere, ritardi truffaldini nella comunicazione al pubblico di risultati elettorali negativi per la destra: con l'aggiunta colorita e impudente di notisti politici Rai che si raccomandano a Berlusconi, dirigenti Mediaset che danno consigli alla Rai sulla preparazione del festival di Sanremo. E un lamento, perché durante le riprese televisive dei funerali del Papa, "Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere".

Non si tratta, com'è evidente, soltanto di un caso di malcostume politico, di umiliazione professionale, di vergogna aziendale. E' la rivelazione di un metodo che mina alle fondamenta il mito imprenditoriale berlusconiano, perché sostituisce la complicità alla concorrenza, la sudditanza all'autonomia, la dipendenza al mercato. Il tutto in forma occulta, con la creazione di una vera e propria rete segreta che crea un "gioco di squadra" - come lo chiamano le telefonate intercettate - che ha un unico capitano, un unico referente e un unico beneficiario: Silvio Berlusconi.

Trasmissioni d'informazione, come quella di Vespa, per la quale il direttore generale Rai garantisce che il conduttore "accennerà al Dottore ad ogni occasione opportuna", dirigenti della televisione pubblica che quando vengono a conoscenza di un discorso di Ciampi a reti unificate per la morte del Papa hanno come unica preoccupazione quella di organizzare un contraltare di Berlusconi al capo dello Stato, che potrebbe essere messo troppo "in buona luce", serate elettorali in cui si decide di "fare più confusione possibile" nel comunicare i risultati "per camuffare la loro portata".

In che Paese abbiamo vissuto? La politica - avversari e alleati di Berlusconi, tutti quanti defraudati da questa rete sotterranea costruita per portare acqua ad un mulino solo - è consapevole della gravità di queste rivelazioni, che dovrebbero spingerla ad approvare una seria legge sul conflitto d'interessi nel giro di tre giorni? E il Cavaliere, quando sarà sceso dal predellino di San Babila dove le sue televisioni lo hanno inquadrato in abbondanza, vorrà spiegare che mandato avevano i suoi uomini (spesso suoi assistenti personali) mandati ad occupare posizioni-chiave in Rai e Mediaset, se i risultati documentali sono questi?

La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell'informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, "struttura delta". Un'interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un'azione di "spin" su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere.

Naturalmente con le telecamere Rai e Mediaset che ruotano a comando intorno a questa giornata artificiale, a questo mondo camuffato, a questa cronaca addomesticata. In una finzione umiliante e politicamente drammatica della concorrenza, del pluralismo, dei diritti del cittadino-spettatore, alterando alla radice il mercato più rilevante di una democrazia, quello in cui si forma la pubblica opinione.

Lo abbiamo già scritto e lo abbiamo denunciato più volte, ma oggi forse anche la politica più sorda e cieca riuscirà a capire. In nessun altro luogo si è formato un meccanismo "totale", così perverso e perfetto da permettere ad un leader politico di guidare legittimamente la più grande agenzia newsmaker del Paese (il governo) e di controllare insieme impropriamente l'universo televisivo, con la proprietà privata di tre canali e la sovranità pubblica degli altri tre.

A mettere in connessione le notizie trattate secondo convenienza politica e i canali informativi, serviva appunto la "struttura delta", ricca del know-how specifico del mondo berlusconiano, specializzato proprio in questo. Da qui alla tentazione di costruire il palinsesto supremo degli italiani, manipolando paesaggio e personaggi della loro vita, il passo è breve. E se la mentalità è quella che punta ad asservire l'informazione alla politica, la politica al comando, il comando al dominio, quel passo è probabilmente quasi obbligato.

E' ora possibile fare un passo per uscire da questo paesaggio truccato, da questa manipolazione della nostra vita. Purché le istituzioni, la libera informazione, il mercato e la politica lo sappiano. Sappiano che un Paese moderno, o anche solo normale, non può sopportare queste deformazioni delle regole e della stessa realtà: e dunque reagiscano, se ne sono capaci. La stessa mano che domani proporrà le larghe intese, è quella che ha predisposto il telecomando con un tasto unico. E truccato.

Deborina, la biondina che non faceva prigionieri (da Dagospia.it).



Sul sito dagospia.it abbiamo trovato questo pezzo scritto da Stefania Miretti per la Stampa.

Deborina, la biondina che non faceva prigionieri

Ai bei tempi, quando decideva tutto lei - aprire, chiudere e non fare prigionieri - la chiamavano Deborina. Viso d’angelo, camicette bianche, capelli biondi lisci lavati in casa per fare prima, tacchi da paura: è così che gli amanti del genere s’immaginano debba essere la Dominatrice perfetta, e Deborina lo era.

Un tipo di femmina piuttosto avanti per gli standard italiani, di lei si raccontavano storie che parevano la futura trama di un romanzo di Candace Busnell, quasi che anche Roma, come la New York post Sex and the City, fosse sul punto di trasformarsi in una «giungla di rossetti»: non erano forse state avvistate, le due Dominatrici di Raiset Debora Bergamini e Giuliana del Bufalo, mentre sfrecciavano sulle loro Peugeot 607 affiancate, con autisti alla guida of course, proprio come le potenti Wendy Healy e Victory Ford sulla Quinta Strada, in uno dei capitoli più esaltanti di «Lipstick Jungle?».

Non s’era forse trovata anche Deborina, proprio come Nico O’Neilly, la terza protagonista del romanzo post-femminista di Busnell, a dover distogliere lo sguardo per passare oltre, e magari avanti, mentre i suoi vecchi amici e compagni di cordata cadevano a terra? Sarà stata un po’ sconvolta pure lei, la sera in cui Saccà e Socci furono scaricati, prima di dirsi che la lotta per la vera parità di genere non è roba da stomaci deboli, e qualcuna dovrà pur cominciare?

Deborah Bergamini, di certo, è una pioniera. Una di quelle, poche in Italia, che ce l’hanno fatta a sfondare il soffitto di cristallo: direttore dell’area Marketing Strategico e Business Development della Rai, consigliere di amministrazione di Rai Trade e di new.co Rai International, fior di poltronissime su «Prima Comunicazione» (anche sul numero in edicola, Bergamini c’è), ampi poteri e facoltà di aprire e chiudere programmi, favorire o stroncare carriere, esercitare il diritto di censura e il controllo della par condicio. Interlocutrice unica, per una lunga stagione, del presidente del Consiglio nonché proprietario del polo televisivo concorrente: l’uomo del quale Deborina era stata l’angelo custode nei mesi difficili della «traversata nel deserto», e la fidata consigliera sempre pronta a seguirlo negli studi televisivi e a piazzarsi vigile «dietro la due», come dicono quelli della tv, per controllare che tutto filasse liscio.

S’erano conosciuti, lei e il Cavaliere, a Londra. Era la fine degli Anni Novanta e la bionda ragazza toscana laureata in Lettere a Firenze e perfezionata in marketing politico in Massachusetts, lavorava nella redazione televisiva di Bloomberg dopo un’esperienza parigina presso l’editore finanziario Analyses et Synthèses. Lui teneva una conferenza stampa, lei seppe porgere, s’immagina, una domanda di quelle che lasciano il segno; seguì un frettoloso scambio di recapiti e in capo a pochi mesi Deborah era membro dello staff berlusconiano.

Segretaria, figurarsi. Alle riunioni coi fedelissimi, ai tavoli in cui si pianifica la ripresa del potere, Bergamini non manca mai; sovrintende alla messa a punto e alla firma del «contratto con gli italiani» e a missione compiuta s’insedia in Rai. Là, infaticabile, supportata da giovani dirigenti maschi e ambiziosi, rivoluziona i palinsesti, mette a punto idee-moda (Riccardo Berti al posto di Enzo Biagi, per dirne una), esercita il potere con lo stile diretto di chi non si limita ad alzare il telefono, non esitando a piazzarsi in sala di montaggio in un giorno festivo come il primo Maggio per controllare la diretta, differita di qualche minuto per la verità, della manifestazione.

Viso d’angelo pare, in quei giorni rampanti, una donna del tutto immune da debolezze, come dovrebbe essere in una vera Giungla dei Rossetti. Ma Roma non è New York, e ai primi presagi di sventura, è lì che succede: Deborina, che gli intimi cominciano a chiamare Debbie (visto col senno di poi, un presagio di sventura pure questo) contrae il virus dell’empatia femminile. Si prende a cuore il vj Andrea Pezzi, uno di quei ragazzi che fanno tanta tenerezza alle donne, e gli affida un programma, un flop costosissimo del quale, almeno sul piano dell’immagine, le toccherà poi rispondere, malignità comprese. Dirà la storia se fu quello l’inizio d’uno storico, sostanziale ribaltone di genere.

Fonte: dagospia.it

La foto è di U.Pizzi

L'inciucione delle tv: ritratto di Deborah Bergamini, regista del complotto ed ex assistente personale di Silvio Berlusconi.



E' sicuramente lei la regista dell'inciucione che ha coinvolto le alte cariche di Rai e di Mediaset e che è stato svelato ieri dallo scoop di Repubblica, autori Walter Galbiati ed Emilio Randacio.

Parliamo di Deborah Bergamini, direttore marketing della Rai ed ex assistente personale di Silvio Berlusconi.

Ecco un suo ritratto che abbiamo trovato in rete sul "who is who" del sito key4biz.it:

Deborah Bergamini è da cinque anni Direttore Marketing della Rai, dove entra nell’autunno del 2002 in qualità di vicedirettore dell’area Marketing Strategico e Business Development. E' consigliere di amministrazione di Rai Trade. Dal 2004 al 2007 è consigliere di amministrazione della newco Rai International.

Dal 1999 al 2002 lavora nello staff di Silvio Berlusconi e segue in particolare le campagne elettorali amministrative e politiche del 2000 e del 2001.

Giornalista professionista dal 1999, lavora nella redazione televisiva internazionale di Bloomberg a Londra dal 1997 al 1999 come giornalista e anchor, sia per il canale in lingua inglese che per il canale in lingua italiana.

Precedentemente, lavora a Parigi in qualità di caporedattore per l’editore internazionale Analyses et Synthèses, specializzato in pubblicazioni del settore finanziario e bancario.

Nel 1993 inizia la carriera giornalistica nella sua città, Firenze, dove collabora al quotidiano La Nazione come cronista di nera e giudiziaria e alle emittenti televisive Italia 7, Rete 37 e TVS come redattrice e conduttrice di telegiornali e programmi di approfondimento.

Laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università di Firenze, ha conseguito un Diploma Post-Laurea in “American Studies” presso lo Smith College di Northampton, Massachusetts, USA, focalizzato sul Marketing Politico.

Appassionata di fantascienza, ha collaborato alla collana Urania di Mondadori come giornalista e traduttrice dall’inglese.

Parla correntemente inglese, francese e spagnolo.


La foto è tratta dal sito de La Stampa.

mercoledì 21 novembre 2007

Intercettazioni Rai-Mediaset: Riotta e Mazza ci credono. Mimun un po' meno.







Il TG1 e il TG2 hanno dedicato un ampio servizio allo scoop di Repubblica sulle intercettazioni tra Rai e Mediaset, entrambi i tiggì nazionali hanno letto il comunicato dei giornalisti. Il TG2 ha addirittura aperto con la notizia, mentre Riotta l'ha data come terza notizia. Anche Mimun ne ha parlato come terza notizia, dando però meno spazio all'accaduto.

RaiSet: ecco i verbali delle intercettazioni.

I verbali delle intercettazioni sono disponibili a questo link:

http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/media-rai/del-noce-rossella/del-noce-rossella.html

Clamoroso: neanche Emilio Fede ha letto Repubblica di oggi. Antonio Di Bella invece sì.





Non avevamo dubbi: neanche al TG4 nessuno spazio allo scoop di Repubblica.

Bel servizio, invece, in apertura del TG3 con la lettura del comunicato della redazione.

RaiSet, la grande tivù di Arcore: argomento tabù per Studio Aperto.



L'edizione appena andata in onda di Studio Aperto, il telegiornale di Italia Uno, non ha fatto menzione dello scoop di Repubblica sulla grande rete unica che coinvolgeva i vertici di Rai e Mediaset.

Chissà come si comporterà Emilio Fede tra qualche minuto.

Ci riaggiorniamo a breve.

RaiSet, la grande tivù di Arcore: Galbiati e Randacio firmano lo scoop dell'anno.







Grande scoop di Repubblica, a firma di Walter Galbiati ed Emilio Randacio (che così si riscatta dei trascorsi infelici di Erba) che pubblica in esclusiva i verbali di alcune intercettazioni telefoniche realizzate tra la fine del 2004 e la primavera del 2005 - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc", la holding dell'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi.

Coinvolti, oltre ai direttori di tiggì Mimun e Rossella, anche alti funzionari di Rai e Mediaset. In particolar modo viene coinvolta la dirigente Rai Deborah Bergamini (nella foto), che pare essere la Penelope tessitrice della situazione.

Ecco il pezzo integrale di Galbiati e Randacio apparso oggi su Repubblica. A breve pubblicheremo anche i verbali delle intercettazioni.

MILANO - "Media-Rai". Le due superpotenze nazionali della tv, che dovrebbero competere aspramente per la conquista dell'audience, fare a gara nella pubblicazione di servizi esclusivi, in realtà si scambiano informazioni sui palinsesti. Concordano le strategie informative nel caso dei grandi eventi della cronaca. Orchestrano i resoconti della politica. Su tutto, la grande mano di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori, che quotidianamente tessono la tela, fanno decine, centinaia di telefonate, si scambiano notizie, organizzano fino ai più piccoli dettagli. È il quadro che emerge dalle intercettazioni telefoniche - realizzate tra la fine del 2004 e la primavera del 2005 - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc", la holding dell'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi. E in particolare dai resoconti, redatti dalla Guardia di Finanza, delle conversazioni telefoniche di Debora Bergamini, ex assistente personale di Berlusconi e, all'epoca, dirigente della Rai, e di Niccolò Querci, pure lui ex assistente di Berlusconi e, all'epoca, numero tre delle televisioni Mediaset.

La "ragnatela" avvolge e intreccia le vicende della tv di Stato con quelle di Mediaset. I direttori di Tg1 e Tg5 (all'epoca Clemente J. Mimun e Carlo Rossella) fanno, testuale, "gioco di squadra". Il notista politico del Tg1 informa la Bergamini e la rassicura sul fatto che le notizie più spinose saranno relegate in coda al servizio di giornata. Fabrizio Del Noce cuce e ricuce, assicurando che Bruno Vespa, nella sua trasmissione, accennerà "al Dottore in ogni occasione opportuna". Querci, insieme al gran capo dell'informazione Mediaset, Mauro Crippa, cuce sul versante opposto. E arriva fino ad occuparsi delle vicende del festival di Sanremo (quell'anno affidato a Paolo Bonolis), cioè della trasmissione di massimo ascolto dell'azienda che dovrebbe essere concorrente. E poi ancora, le fibrillazioni in due fasi delicate: la morte del Papa e le elezioni amministrative dell'aprile 2005.

L'allora presidente Ciampi è pronto per una dichiarazione a reti unificate per onorare Giovanni Paolo II? La Bergamini allerta prima l'assistente personale del Cavaliere e poi Del Noce per preparare una performance parallela dell'inquilino di Palazzo Chigi. E ad essere allertato è anche il "rivale" Crippa. Le elezioni sono andate male? Bisogna "ammorbidire" i resoconti sui risultati elettorali. La Bergamini contatta Querci e con lui concorda la programmazione televisiva. La ragnatela avvolge tutto, pensa a tutto, provvede a tutto.

Rudy Hermann Guede catturato in Germania.Qualcuno ci spiega perchè il buon Tarquini non ha scritto neanche un trafiletto?



Strano che il corrsipondente di Repubblica da Berlino non sia stato incaricato di scrivere un pezzo sulla cattura a Magonza del famoso quarto uomo del caso Meredith. In compenso gongolano gli inviati a Perugia, Ponte e Meletti e più di loro Carlo Bonini che già in un fondo in prima scrive: " Per un assassino che va (Lumumba) ecco uno che viene ( Guede).

martedì 20 novembre 2007

L'Espresso non è più il figlio minore di Repubblica.



Da “Prima Comunicazione”

Grazie a una squadra di giornalisti, molti dei quali arrivati dal “Corriere”, scatenati nelle inchieste, “L’Espresso” ritorna a fare notizia ed esce dalla soggezione di figlio minore di “Repubblica” che mostra nervosismo. Qualche segnale c’era stato già nel corso dell’estate, ma ormai ciò che sembrava soltanto un sospetto si sta rivelando quasi una certezza: mentre “Panorama” con il neo direttore Maurizio Belpietro comincia a mostrare un po’ i muscoli, a largo Fochetti si è scatenata la guerra tra “La Repubblica” di Ezio Mauro e “L’Espresso” di Daniela Hamaui. Come se “L’Espresso” avesse sputato in faccia a Repubblica, sibilando: “Tu non sei più la mia mamma!”, momento di ritorno allo splendore dello storico settimanale.

Tutto è cominciato a fine agosto quando “L’Espresso” spara in copertina, con tanto di complimenti dell’editore Carlo De Benedetti in persona, lo scandalo delle case comprate a prezzi stracciati dai politici: i quotidiani riprendono il servizio con grande evidenza. Tutti tranne “La Repubblica” che gli dedica soltanto un taglio basso, aprendoci invece la pagina solamente il giorno successivo titolando soprattutto sulle smentite dei politici coinvolti: un pezzo quasi da giornale nemico.

Secondo indizio: dal giornale diretto da Mauro cominciano a calare gli ‘strilli’ che solitamente il venerdì facevano da traino al settimanale. Ma la conferma che oramai tra le due testate è sceso il gelo arriva poche settimane dopo quando la manchette pubblicitaria prevista per il primo numero della nuova veste grafica, quello con in copertina il contestato ‘passaggio’ aereo di Mastella, viene sbattuta da “Repubblica” niente meno che a pagina 62. Tanto che all’“Espresso”, imbufaliti, decidono di acquistare per l’indomani la quarta del “Corriere della Sera”.

Dagospia 20 Novembre 2007

Nella foto: Daniela Hamaui

Il ciclone delle Libertà affoga quello in Bangladesh.



Nel post precedente a questo ci eravamo prodigati in elogi sul bel reportage di Raimondo Bultrini dal Bangladesh, dove un ciclone ha ucciso più di 10.000 persone.

In questo post dobbiamo però tirare le orecchie a Repubblica perchè della tragedia asiatica, oggi, non c'è nessuna traccia all'interno del giornale.

Che la situazione sia già tornata alla normalità? Non crediamo proprio.

E allora perchè neanche un trafiletto? Perchè si è preferito dedicare sei pagine al nuovo partito di Berlusconi, scomodando addirittura penne del calibro di Francesco Merlo, Concita De Gregorio e Curzio Maltese?

Caro Ezio, oggi hai preso una merda.

Raimondo Bultrini a Kodontala, con i piedi nell'acqua e le mani sulla tastiera. Grandioso.





Davvero bello il reportage apparso ieri in prima pagina a firma dell'estremorientalista di Repubblica Raimondo Bultrini che si è recato di persona a Kodontala (Bangladesh) per raccontarci cosa sta succedendo dopo la gigantesca tragedia del ciclone che ha fatto più di 10.000 morti.

Chi volesse (ri)leggere il reportage di Bultrini può farlo cliccando qui.

lunedì 19 novembre 2007

Repubblica e Stampa avanzano, Corriere stabile, crollano Libero e Il Giornale.



Gli ultimi dati della diffusione dei quotidiani dicono che Repubblica, Stampa e Gazzetta avanzano leggermente mentre il Corriere resta stabile. Clamorosi invece i tonfi dei due giornali di destra Libero e Il Giornale che perdono notevolmente.

Per vedere i numeri in dettaglio, cliccate sulla foto.

Il riassuntone del finesettimana: Ezio Mauro scende in campo a sostegno di Prodi, Concita marcia coi no-global, Crosetti sfata il tabù della sfiga.







Succoso il finesettimana appena trascorso. A sostegno di Prodi e della sua finanziaria passata indenne al Senato è sceso in campo nientepopòdimenoche il direttore Mauro con una intervista che rasenta la ruffianeria. Per la par condicio, il giorno dopo Massimo Giannini si è arruffianato Gianfranco Fini. Per la gioia di grandi e piccini Piero Colaprico è tornato a Garlasco (oramai la sua auto ci va da sola) perchè pare ci siano delle novità che però non vi stiamo a dire perchè secondo noi sono aria fritta. La dolce Concita ha messo i panni della no-global ed è partita per Genova, taccuino alla mano, a sostegno della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Giuliani. Al suo fianco i genovesi Massimo Calandri e Marco Preve. L'Italia batte la Scozia e si qualifica per gli europei. Maurizio Crosetti sfata dunque il tabù britannico che lo vedeva portasfiga in territorio d'oltremanica. Insieme al gobbo, presenti a Glasgow Enrico Currò (cronaca della partita), Gianluca Moresco (intervista a Donadoni) ed Emanuele Gamba (stesura delle pagelle di entrambe le squadre e interviste ai giocatori azzurri).

Un lettore anonimo di PazzoPerRepubblica contro la dolce Concita.



Abbiamo ricevuto questa lettera anonima che volentieri pubblichiamo:

"Buongiorno.
Ho appena letto un articolo di Concita De Gregorio sul tema dell'adozione (http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/adozioni-boom-richieste/adozioni-boom-richieste/adozioni-boom-richieste.html) e sono rimasto senza parole ...Ho cercato notizie di questa giornalista in rete e non riesco sinceramente a capire il motivo per cui si scriva un simile articolo con tali affermazioni. Quale obiettivo si sperava di raggiungere? E' stato raggiunto? Certamente si è descritto una parte di realtà.Personalmente mi sento offeso dalle affermazioni di questa giornalista.Sono padre adottivo di una bambina, fra alcuni giorni parto per adottare un altro bambino e la mia esperienza e quella di molte altre coppie adottive è completamente diversa da quella descritta. Non escludo possano accadere cose simili, fino ad ora non ne ho comunque incontrata nessuna. E non è vero che "La colpa, siccome in ogni storia bisogna subito trovare la colpa, anche in questo caso come spesso succede è del sistema, cioè alla fine di nessuno". Il sistema è composto da persone che devono essere responsabili di quanto fanno e di quanto scrivono. "

Anonimo.