venerdì 31 ottobre 2008

Regalo di fine carriera.

Il corrispondente da New York dell'Espresso, Enrico Pedemonte, sarebbe in procinto di tornare a Genova per guidare la redazione cittadina di Repubblica. Una richiesta avanzata dallo stesso giornalista che aveva manifestato il desiderio di terminare la carriera nella città natale e che i vertici del gruppo editoriale guidato da Carlo De Benedetti avrebbero avallato di buon grado.

Lele


(fonte: ItaliaOggi)

mercoledì 29 ottobre 2008

Sentenza Meredith: Jenner Meletti si becca la prima pagina senza condizionale. Per Meo Ponte gli arresti domiciliari nelle pagine interne.

Sul più bello e quando meno te l'aspetti, arriva un Jenner Meletti qualsiasi e ti strappa la prima pagina del caso Meredith Kercher.

Meo Ponte, che da oltre un anno si fa un culo così su e giù da Torino a Perugia, si è così dovuto accontentare delle pagine interne.

Il più bruttissimo errore.

Poi dice che uno fa il pignolo. Ma quando in prima pagina finiscono errori che vengono corretti di brutto già al liceo uno dice: ma c'è qualcuno che le corregge le pagine? No, perché Michele Serra l'altro giorno ha scritto in prima pagina "il più acerrimo". A questo punto qualcuno dovrebbe spiegare a chi passa le pagine che "acerrimo" è già superlativo, e quindi il "più" sarebbe il caso di non metterlo. Perché così diventa un errore: il più bruttissimo.

Fabio P.

PazzoPerConcita

Anche qualcun altro continua a menare il torrone sulla De Gregorio:

Rivista qualche giorno dopo l'esordio infelice, la nuova Unità fa un'impressione diversa, decisamente migliore. Del resto Concita De Gregorio è una delle migliori giornaliste italiane e, nonostante i vincoli di partito (che lei rispetta più di quanto faccia credere), nonostante un nuovo formato al quale si fa fatica ad abituarsi, sfogliare le 64 minipagine di oggi dà la sensazione di non aver perso tempo. Lasciata alle spalle l'epidemia di firme radicalchic, questo è un giornale vero. Innanzitutto l'editoriale di Concita, breve, comprensibile, condivisibile. E poi le notizie. L'Unità ha delle notizie: non è incredibile? I tre milioni di fondi scolastici dirottati alle missioni all'estero, la campagna acquisti di Berlusconi sulle case editrici dei manuali scolastici. E poi le proposte del Pd, le mitiche proposte che tanto aspettiamo e che non si vedono mai. Oggi ce n'è Vittoria Franco che espone le sue idee sulla prostituzione, con tanto di comparazione con le proposte del governo.
E anche se non fosse così, se anche la nuova Unità facesse schifo, dopo aver sentito dalle fauci postfasciste di Gnazio LaRussa uscire frasi come "turati la bocca con un turacciolo", non potremmo che parlarne bene e solidarizzare. Come fa bene la nota succhiaruote Maria Laura Rodotà".

martedì 28 ottobre 2008

Ancora sul culo dell'Unità.

Dal blog di Maurizio Crosetti:

"Quand’ero piccolo c’era una pubblicità su tutti i muri, quella dei famosi Jesus Jeans, con la foto di un gran bel sedere femminile e uno slogan che allora fece molto discutere: chi mi ama mi segua. Qualche anno più tardi ecco Roberta - lo slip dei vent’anni, con un sedere femminile non meno bello, anzi. E oggi ho visto una pubblicità con un gran bel sedere femminile, solo che è la pubblicità di un giornale di sinistra e il direttore è una donna."

lunedì 27 ottobre 2008

Marco Mensurati ci ha spedito una cartolina.



"Weekend fantastico! Domenica, dopo un'abbuffata di Cjalzòns, ho deciso di andare allo stadio Friuli a vedere la Roma".

Pazzo Per O Globo.



Il testimonial della versione carioca del nostro blog.

Crosettismi granata.



Maurizio Crosetti racconta il derby della Mole vinto dalla sua Juve:

"De Biasi ha piazzato Rosina alle spalle di Bianchi, ma i due sono sembrati come vecchi coniugi sul divano davanti alla tivù, senza più niente da dirsi."

sabato 25 ottobre 2008

Unisciti a noi.



Da oggi su Facebook c'è il gruppo dei Pazzi Per Repubblica.

Unisciti a noi. Ti aspettiamo.

Giuro che è l'ultimo.



La prima pagina del primo numero della nuova Unità. Crediamo che nel titolo ci sia un doppio senso inteso come "ci siamo anche noi", da oggi, tra i quotidiani italiani.

Salvo eventi clamorosi, giuro che questo è l'ultimo dolce post riguardante la nuova Unità di Concita De Gregorio.

Dopo giorni di Pazzo Per Conciita, oggi torniamo a Pazzo Per Repubblica.

Storie.



Ci ha scritto Saul:

"Ieri ho visto Natalia Aspesi (credo col marito) mentre visitava la stupenda mostra sul Bellini alle Scuderie del Quirinale. All'ingresso ha mostrato alla ragazza dell'organizzazione il tesserino da giornalista. Due note: la ragazza non deve averla riconosciuta; e la foto di riconoscimento, in bn, la raffigurava a trent'anni, a vederla da lontano. Tipo la foto della patente, che ti porti dietro tutta la vita...

Saul Stucchi

venerdì 24 ottobre 2008

Il dolce refuso. Concita comincia con un clamoroso tonfo in prima pagina.



Ecco il primo numero della nuova Unità di Concita De Gregorio.

Non male, dobbiamo ammetterlo. La grafica è innovativa e al passo coi tempi. Ma fate attenzione in basso a destra. Non notate niente di strano?

Se non siete riusciti a vederlo, vi aiutiamo noi qui sotto.



Il dolce refuso.

L'amara autocitazione.



Clamorosa autocitazione di Oliviero Toscani, che nella campagna di lancio per la nuova Unità di Concita De Gregorio e Renato Soru utilizza la stessa immagine che lo rese famoso negli anni '70 per la campagna dei jeans Jesus: «Chi mi ama mi segua» ideata insieme ad Emanuele Pirella.

La dolce intervista barbarica.



Concita De Gregorio intervistata da Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche.

I tre schiaffoni di Repubblica a Berlusconi.



La Repubblica risponde alla proposta di Berlusconi sulla polizia nelle università, con tre pezzi in prima pagina.

Se il dissenso è un reato, lo schiaffone di Ezio Mauro.

La repressione, lo schiaffone di Michele Serra.

I ragazzi e il potere, lo schiaffone di Filippo Ceccarelli.

Ps: nella foto, gli Schiaffoni farciti con patate e salsiccia, broccoletti siciliani, aglio, olio e peperoncino. La ricetta la trovate qui.

giovedì 23 ottobre 2008

Ecco la dolce minigonna.



Il mitico Lele mi ha mandato la foto della campagna di cui si parla nel post precedente.

La dolce minigonna.

Una giovane donna in minigonna. Questa l’immagine che Oliviero Toscani e il suo laboratorio creativo La Sterpaia hanno inventato per la campagna di lancio della nuova versione del quotidiano L’Unità, che sarà on air in esterna (6x3 nella città di tutta Italia) a partire da sabato 25 ottobre, stesso giorno del debutto in edicola del quotidiano. “Sarà una campagna di fortissimo impatto” promette Isabella Corsini, direttore marketing del giornale di cui Concita De Gregorio ha assunto a settembre la direzione, dopo l’acquisizione della società editrice da parte di Renato Soru. La conferenza stampa di presentazione della nuova Unità si terrà giovedì 23 ottobre alle 11 a Roma, a Villa Medici. (F.C.)

Fonte: pubblicitaitalia.it

Tagli nella distribuzione: a settembre La Repubblica perde 50.000 copie.

Via le copie all'estero e nelle scuole: -8,2%

Calo di 51.000 copie, ovvero dell’8,2%, fra settembre 2007 (erano 617.000) e settembre 2008 (sono 566.000): ha avuto pesanti effetti sulle diffusioni della Repubblica la decisione dell’editore di tagliare, con l’intento di razionalizzare i costi, le copie distribuite all’estero e nelle scuole. In particolare, già da qualche tempo’ il Gruppo Espresso ha sostituito il famoso ‘giornale in classe’ con l’assai meno costosa iniziativa ‘Repubblica Scuola’, completamente diversa perché basata sul sito repubblica.it e sull’interattività, che permette agli studenti di creare un giornale online. Tagli nella distribuzione all’estero sono anche all’origine del calo di 34.000 copie (-5,4%) nella diffusione del Corriere della Sera, che scende da 638.000 a 604.000 copie. Stabile invece La Gazzetta dello Sport a 417.000 copie. Per il resto, i maggiori quotidiani oscillano fra lievi incrementi e lievi flessioni. Mostrano un incremento, in ordine di crescita, Il Sole 24 Ore (+1,5% da 322.000 a 326.800 copie), Il Messaggero e L’Avvenire (entrambi +0,5%, il primo a 213.000 copie, con incremento di 1.000, e il secondo a 96.800, con incremento di 500), e La Stampa, che sale dello 0,4%, pari a 1.200 copie in più, a quota 304.600. I segni meno sono invece tre: il calo più accentuato è quello del Giornale, che fa -2,1% a 187.000 copie, con perdita di 4.000 copie, poi c’è Qn, Quotidiano Nazionale, che perde l’1% (pari a 3.500 copie) a quota 352.500, e infine Il Secolo XIX che perde 800 copie a quota 101.100 (-0,8%).

www.pubblicitaitalia.it

Chelsea-Roma 1-0.



A Londra per Repubblica c'era Marco Mensurati.

Altri due Pazzi Per Repubblica.





La prima foto è stata scattata in un bar di Ostia.
La seconda nel centro di Viterbo.

mercoledì 22 ottobre 2008

Non comprate il prossimo numero di XL. O meglio, compratelo.

Abbiamo scovato questo post curioso nel blog Capestro. Ve lo riproponiamo:

"Il prossimo numero di XL di Repubblica ospiterà un approfondimento riguardante "La vita da Emo". Non compratelo. O meglio, compratelo. Perchè La Repubblica è un quotidiano interessante che sarebbe il caso di acquistare ogni giorno ed utlizzarlo quale parametro a contrario. E' il giornale della borghesia progressista e liberale, del meno peggio basta che non sia scandaloso. Ma vabbè, divago. Volevo solo dire se del movimento "emo" (se di movimento si possa parlare...) se ne occupa Repubblica allora è veramente qualcosa di cul o trendi.

L'emo, o meglio, emocore è definito dai propri epigoni quale musica punk senza l'aspetto politicizzato. Quindi non è punk perchè il punk o è politico o non è.

Ma non è la scoperta dell'acqua calda: gruppi i cui testi narrano vicende amorose o sentimentalismo di maniera farcendo il tutto con musica aggressiva son sempre esistiti. Poi vabbè, è diventata una moda grazie alle case discografiche ed ad MTV. Ma come tutte le cose che nascono nella subculture e poi vengono fagocitate per essere date in pasto al pubblico prima o poi finiranno, per dare spazio ad altre mode di cui l'adolescenza (il periodo della vita in cui c'è la forte identificazione nel "gruppo") sarà incubatrice.

Ma se devo dare un premio all'autenticità emo ante litteram proporrei Giacomo Leopardi per i testi ed Adolf Hitler per l'estetica."

martedì 21 ottobre 2008

Il Riformista sputtana La Repubblica.

Riceviamo da Arianna G. e volentieri pubblichiamo:

"Dal Riformista di stamani vorrei segnalarti un articolo che dà voce a una domanda che andavo facendomi sulla posizione assunta da Rep rispetto alla questione del maestro unico. Ricordo che all'epoca dell'introduzione del maestro "multiplo" grande fu lo scandalo e lo sconcerto a sinistra. Si era pressappoco alla fine degli anni '80.
La domanda che mi ronza in testa da qualche giorno è questa: ma Rep non fu tra i più feroci oppositori di quella riforma?
La risposta mi è arrivata oggi dalla prima pagina del Riformista, grazie a un articolo di Fabrizio D'Esposito.



Ebbene sì: Rep, che ora è in prima linea nella crociata contro il maestro unico edizione Gelmini, nel 1989 sosteneva, con pari veemenza, la causa contraria.
Il maestro unico, nel 1989, era una cosa di sinistra. E a firmare le perorazioni era Paolo Guzzanti, allora penna di prestigio di Rep, ora senatore del PdL.
Amaro il commento di D'Esposito "Almeno lui, è rimasto coerente".

Le cappellate della concorrenza.

Incredibile frase oggi su Corriere.it a proposito di Obama che interrompe la campagna elettorale per andare dalla nonna malata: “Secondo indiscrezioni l’85enne Madelyn starebbe solo aspettando di dare l’addio all’adorato nipote, prima di morire”. Rileggete per apprezzare la stupidità della frase. Non sapevo che si potesse decidere quando morire. Meno male che ci sono le fatidiche “indiscrezioni”: si vede che la vecchia l’ha detto a qualcuno che poi, accidenti, ha fatto trapelare la notizia. Secondo indiscrezioni.

Nello stesso pezzo,Alessandra Farkas parla di “Ken Adelman, il diplomatico veterano, conservatore di ferro” che ha detto che voterà Obama. Adelman, spiega, “ha lavorato per ben sei amministrazioni repubblicane: Goldwater, Nixon, Ford, Reagan e i due Bush”. Quindi secondo la Farkas Barry Goldwater è stato presidente degli Stati Uniti. Invece secondo il resto del mondo è stato sconfitto da Lyndon Johnson alle elezioni del 1964.

Fabio P.

sabato 18 ottobre 2008

Sandro De Riccardis, tutta la vita davanti.



Sandro De Riccardis, cronista della redazione milanese di Repubblica, è stato assunto per una settimana come operatore in un call center per 4 euro l'ora.
Ecco di seguito la cronaca della sua avventura:


Io cavia nel call center cronaca di una vita precaria
di SANDRO DE RICCARDIS


MILANO - Sono l'operatore 172. Ho risposto a un annuncio su Internet spedendo via e-mail il mio curriculum, e dopo il colloquio sono qui, con le cuffie in testa e il microfono che mi sfiora le labbra, a proporre a decine di titolari di partite Iva di lasciare Telecom e passare a Infostrada. Ho lavorato una settimana alla Mastercom, azienda di telemarketing e teleselling nella zona industriale di Assago, hinterland di Milano, un cubo di vetri a specchio e cemento a pochi passi dalla tangenziale Ovest, costola di un gruppo in espansione con nuove sedi a Roma e Benevento.

Dopo la selezione, ho trascorso giorni in azienda senza aver firmato nessun contratto. Ho visto i 1200 euro lordi assicurati dai selezionatori, al colloquio e nei primi due giorni di formazione, diventare 800 al mese lordi (appena 640 netti), mentre le provvigioni promesse si sono ridotte in ventiquattr'ore della metà. Ho conosciuto universitari che non ce la fanno a pagarsi gli studi, ragazzine appena diplomate reduci da altri call center, segretarie trentenni licenziate e sostituite da giovani con contratto da apprendista, laureati con titoli improvvisamente inutili. Tutti senza altra chance che essere qui.

Mi pagano 4 euro netti l'ora. Contratto di collaborazione occasionale per trenta giorni, poi a progetto. Otto ore al giorno - 4 e mezzo il part time - di fronte a un monitor che passa in automatico i dati degli abbonati Telecom da contattare. Promettono un mensile di 1200 euro e provvigioni di 20 (contratto Voce) e 25 euro (contratto con Adsl) per ogni nuovo cliente rubato alla concorrenza.

"Qualcuno qui guadagna più di me - spiega Massimo, il selezionatore, al colloquio -. La media dei contratti di ogni operatore è di 3,9 al giorno". Nessuno però spiega il trucco contabile: il calcolo dell'azienda è su 30 giorni lavorativi perché alla Mastercom si lavora dal lunedì al venerdì. Così trenta giorni, il loro "mensile", corrispondono a sei settimane. Un mese e mezzo. E i 1200 euro promessi diventano nella realtà 800 euro al mese. Lordi. Appena 640 netti. Pagati a 60 giorni. Una cifra che nessuno pronuncia mai, un equivoco che gli altri 16 ragazzi che entrano con me in azienda capiranno molto tardi.

Alla Mastercom il turnover di operatori è continuo: ogni lunedì entrano tra i dieci e i venti nuovi lavoratori, altrettanti abbandonano. Con me ci sono quattro ragazzi e 12 ragazze. Dai 19 anni di Antonella e Giovanna, appena uscite dalle superiori, ai 38 di Carla e agli "oltre 40" di Alessandra, che s'imbarazza a rivelare l'età e a dire che sta provando a riprendere a lavorare dopo nove anni, dopo un divorzio. Ci sono anche 4 stranieri: Frida che viene dal Ghana e Salomon dal Camerun, Betsy dall'Ecuador e Lidia dal Venezuela. Tutti ventenni, seconda generazione di famiglie arrivate in Italia quando loro erano bambini. Sono i nuovi italiani: scuole a Milano, ottimo italiano, ambizioni di un futuro diverso da quello dei genitori.

Molti arrivano dai call center di Monza, Cesano Boscone, Milano città, "dove si lavora 24 ore su 24, dal lunedì alla domenica, come robot". O da centri commerciali, ristoranti, locali nel cuore della movida milanese dove "una notte di lavoro, dalle 19 all'alba viene pagata 50 euro in nero a fine serata".

I primi due giorni di formazione - non retribuiti, anche se è a tutti gli effetti attività lavorativa che dev'essere pagata dal datore di lavoro - sono una full immersion di marketing e psicologia della vendita. Con qualche trucchetto per produrre di più. Uno riguarda il modem per Internet. "Si può noleggiare o acquistare - spiega chi ci istruisce - . Al telefono col cliente, abbassate la voce come se state rivelando un segreto poi sussurrate: "Guardi, glielo dico senza farmi sentire sennò mi licenziano. Lo compri, costa solo 17 euro, le conviene piuttosto che pagare 3 euro ogni mese. In realtà lo state fregando. Presto si romperà, e l'azienda non ha nessuna voglia di fare manutenzione".

Le ore passano tra simulazioni di telefonate, studio delle obiezioni che riceveremo, illustrazione dei contratti da proporre. "Dovete essere lo specchio dell'altro. Capire i desideri dell'acquirente, agire sulla parte emotiva - ci dicono - . Fare come scrive Pirandello. Cambiare ogni volta maschera. Se ci pensate, noi vendiamo sempre qualcosa: le idee, la nostra immagine, le nostre scelte".

Fino al mercoledì, terzo giorno di lavoro, nessuno vede un contratto. Così nel cortile nascono complicati dibattiti sullo stipendio, con i telefonini che si trasformano in calcolatrici. L'atrio all'ingresso è l'unico spazio all'aperto. È qui che si fa pausa per caffè e sigarette. Qualcuno dell'azienda ci vede e ci rassicura, almeno sulle provvigioni: "20 euro per contratto voce, 25 Adsl". Poi si passa in sala training e da mezzogiorno iniziamo a fare le prime telefonate. "Ricordate Full metal jacket? - dice Alex, il nostro team leader - Il soldato diceva "Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Senza il mio fucile io sono niente". Il nostro fucile sono le cuffie. Con loro dobbiamo saper colpire il bersaglio".

Con il nostro fucile, siamo operativi davanti ai pc senza aver firmato nulla. Come se paga, provvigioni e condizioni contrattuali fossero una variabile indipendente dal nostro lavoro. Ma ecco, due minuti prima della pausa pranzo, quando non vogliamo far altro che scappare a mangiare, arrivano i moduli per la firma. "È il contratto standard dei collaboratori occasionali" spiegano a chi si dilunga a leggere. Molti capiscono solo ora che i 1200 euro di stipendio coprono sei settimane di lavoro e non un mese. E che non è detto che le nostre provvigioni saranno di 20 e 25 euro: la terza pagina da firmare è un elenco indistinto di gettoni da 5 a 25 euro.

Per tutto il pomeriggio di mercoledì, le nostre telefonate raggiungono il segmento di clienti Telecom ULL (Unbundling local loop), quelli che sono rimasti sempre fedeli all'ex monopolista e a cui si propone il distacco totale dalla vecchia Sip. Poi, all'improvviso, giovedì, il nostro team leader blocca tutto. "Siete un gruppo molto affiatato, l'azienda vuole scommettere su di voi. Da ora chiamerete un'altra categoria di clienti".

Soddisfatto dei complimenti, tutto il gruppo - tranne tre che restano sui vecchi contratti - inizia a chiamare i "silenti", i clienti che ai tempi delle prime liberalizzazioni sono passati a Infostrada pur dovendo pagare doppio canone, e che per questo sono rimasti a Telecom. "Si tratta di convincerli a tornare", ci dicono. Partiamo con le telefonate ai Wrl (clienti fuori copertura). Per scoprire, soltanto il giorno dopo, che per questi contratti le provvigioni non sono di 18 e 25 euro ma 8 e 12 euro. Meno della metà. Nessuno ce lo dice. "Per ora è cosi" rispondono quando chiediamo spiegazioni. Ma nessuno ribatte.

E nessuno reagisce alle proteste delle persone a casa, alle offese e alle minacce di denuncia. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere più forti delle difficoltà. Mi metto in contatto con un clic con ogni partita Iva che appare sul monitor. Da Bolzano a Siracusa, chiamo tappezzieri e pizzerie, parrucchieri e macellai, studi di architetti e avvocati, profumerie e scuole guida, imprese edili e meccanici.

"Oggi è la 14esima volta che ci chiama qualcuno" rispondono all'Oasi del capello di Broni, provincia di Pavia. "Siete ossessivi" dicono da un negozio di giocattoli di Potenza. "Bombardate dalla mattina alla sera" si sfoga un medico calabrese. Perché quando qualcuno non accetta la proposta, l'ordine non è di escluderlo dal database, ma di rimetterlo in circolo per essere richiamato tra poche ore o tra una settimana, a secondo della violenza della sua protesta. Il contrario di quanto stabilisce il Garante della privacy che dal dicembre 2006 obbliga i call center a "rispettare la volontà degli utenti di non essere più disturbati".

I miei colleghi che misurano ogni euro del loro lavoro, si accorgono così che non è tanto facile acquisire clienti. Anche se per giorni ci hanno ripetuto il numeretto magico di 3,9 contratti stipulati ogni giorno da ogni operatore. Tra mercoledì e venerdì facciamo tre contratti. Lunedì, ultimo giorno di lavoro, un paio. In fondo alla sala, sulla lavagna c'è il nome di ognuno di noi: in rosso c'è l'obiettivo che si è dato prima di partire, accanto uno smile per ogni contratto realizzato.

In queste sale non c'è il rito motivazionale che si vede in Tutta la vita davanti, il film di Paolo Virzì sul mondo dei call center, ma a ogni contratto concluso dai nuovi, c'è in sala training l'applauso dei colleghi. E così avviene nella sala grande se qualcuno raggiunge il numero di contratti per ottenere il bonus in busta paga. Un concetto ce l'hanno spiegato subito: serviamo solo se vendiamo. Perché la somma dei nostri contratti fa il risultato del team leader, i loro risultati sono il target della Mastercom col committente, Wind-Infostrada.

"Ma se l'azienda fissa gli obiettivi, mette a disposizione le sue strumentazioni e gestisce turni e assenze, si configura una posizione da lavoratore dipendente", spiega Davide Ferrario, del Nidil, il sindacato dei precari della Cgil. Dopo una settimana, il mio gruppo non esiste più. Eravamo in 17 il primo giorno, siamo rimasti in 5. L'ultimo contratto che vedo è di Luca, rimasto in sala training una settimana in più, mentre quelli arrivati con lui sono già nella sala grande. È stato 15 giorni in attesa di questo momento: contratto Adsl a una romena di 18 anni. A fine giornata, tira fuori il telefonino e immortala l'evento. Fa una foto alla lavagna col suo nome accanto al disegno di un visino sorridente.

Copyright La Repubblica

Ancora sui paragrafetti di D'Avanzo.

I paragrafetti di D'Avanzo servono solo all'ego smisurato di D'Avanzo. Ok che è l'inchiestista di punta di Rep ma che Mauro gli lasci otto colonne per una polemica quasi personale con Travaglio è inaccettabile.

Ari

Gli inviati a Lecce erano 5.

Piove sul bagnato. Ci siamo accorti, mea culpa, che gli inviati a Lecce per Italia-Montenegro erano 5 e non 4: Mura, Currò, Gamba, Bocca e Mensurati.

giovedì 16 ottobre 2008

Della serie: e io pago!

Ma che bisogno c'era di mandare quattro inviati a Lecce per la partita dell'Italia contro il Montenegro?

Senza nulla togliere al Montenegro, s'intende.

Oggi niente vignetta di Bucchi e allora la mettiamo noi.

Ma oggi non vi sentite più soli? Non vi manca niente? Sicuri sicuri? Io mi sento orfano della "Finestra sul cortile" di Massimo Bucchi. Non l'ho trovata nella solita doppia pagina dedicata ai commenti e allora sono subito corso alle pagine sportive. Dopo la partita della nazionale la vignetta doveva essere per forza lì! E invece no. Niente. Nisba. Rien. Nothing. Quel grande genio di Bucchi mi vorrà perdonare se spolvero per l'occasione una sua vignetta del 23 ottobre 2004 che tanto bene si adatta alla situazione delle Borse in questa settimana (dopo il mezzo fallimento delle misure prese dagli Usa e dall'Europa). Eccola, sembra fatta apposta:



Grazie a Lele.

Le puttanate della concorrenza. Parte seconda.

A Corriere.it qualcuno deve avere strapazzato il redattore disinformato.
Tanto è vero che hanno cambiato titolo al pezzo sull'attentato al Papa:

In un documentario le memorie del Cardinale polacco Dziwisz
«Quel giorno a Fatima ferirono Wojtyla»
Il cardinale Dziwisz, segretario personale del Papa, racconta cosa accadde
nel 1982. «Ricordo il sangue»

E poi sono spariti tutti i riferimenti alla "notizia choc" e al fatto che
non era stato detto niente alla stampa.

Fabio P.

Le puttanate della concorrenza. Parte seconda.

A Corriere.it qualcuno deve avere strapazzato il redattore disinformato.
Tanto è vero che hanno cambiato titolo al pezzo sull'attentato al Papa:

In un documentario le memorie del Cardinale polacco Dziwisz
«Quel giorno a Fatima ferirono Wojtyla»
Il cardinale Dziwisz, segretario personale del Papa, racconta cosa accadde
nel 1982. «Ricordo il sangue»

E poi sono spariti tutti i riferimenti alla "notizia choc" e al fatto che
non era stato detto niente alla stampa.

Fabio P.

Le puttanate della concorrenza.

Per la serie "gli errori degli altri", ma forse in questo caso di può dire "le puttanate degli altri". Oggi Corriere.it da una notizia incredibile "Wojtyla subì un secondo attentato - Rivelazione choc dell'ex segretario personale: nel 1982 fu ferito con un pugnale da un prete spagnolo a Fatima".
Dice che è una rivelazione, che "la notizia non fu mai fatta conoscere alla stampa". Ma va? Ora, a parte il fatto che io la notizia me la ricordo, basta fare un controllo su wikipedia, dove si diche che "Un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II avvenne il 12 maggio 1982 a Fatima: un uomo tentò di colpire il papa con una baionetta, ma fu fermato dalla sicurezza.
L'uomo, un sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II e definiva il papa un "agente di Mosca". Fu condannato a sei anni di prigione e, quindi, espulso dal Portogallo". E' proprio vero che non c'è niente di più inedito della carta stampata. Si vede che a Corriere.it hanno una redazione di venticinquenni che non si ricordano niente che sia successo prima di Beautiful.

Fabio P.

A cosa servono i paragrafetti di D'Avanzo?

A proposito dell'intervista di Giuseppe D'Avanzo a Roberto Saviano, riportiamo un commento di Lele:

"Una testimonianza che lascia senza fiato, con poche parole e con un filino di voce. Tragica e drammaticamente vera. Qualcuno salvi Saviano per il bene dei nostri figli.

Un'ultima considerazione sul pezzo di D'Avanzo: la prossima volta lasci parlare solo Saviano, no? A cosa servono i suoi paragrafetti? A noi lettori non sono serviti, credo. L'aveva già fatto con Tavaroli, ma quello era un altro caso. Qui proprio non c'azzeccavano".

mercoledì 15 ottobre 2008

Nessuno Tocchi Saviano. E nemmeno D'Avanzo.



Ecco il testo integrale dell'intervista di Giuseppe D'Avanzo a Roberto Saviano.

"Io, prigioniero di Gomorra
lascio l'Italia per riavere una vita"
di GIUSEPPE D'AVANZO

ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

(15 ottobre 2008) - La Repubblica

Galbani vuol dire sfiducia.



Se Berizzi ce le aveva grattugiate ora ce le ha proprio gratinate.
Continua infatti il viaggio del nostro nell'unto mondo del formaggio.
Il pezzo di oggi - per fortuna non c'è la mappina con i grafici anda e rianda - ci segnala il presunto scandalo dei dipendenti Galbani di Perugia che per anni, a quanto affermano, hanno visto passare sotto i loro nasi mozzarelle e galbanini con date di scadenza contraffatte.
Bene, non compreremo più neanche la Santa Lucia.
Grazie Berizzi!
Un suggerimento: le vie del formaggio sono infinite e sarebbe ora di ficcare il naso anche nella mozzarella di bufala.

Arianna G.

lunedì 13 ottobre 2008

Palmiro Togliatti detto "il magnifico"...

Per la serie "Gli errori degli altri". Oggi a pagina 17 La Stampa parla di
Togliatti, che, come si sa, veniva chiamato "Il Migliore". Il redattore che
scrive la didascalia si fa prendere la mano, e confondendolo con Lorenzo de'
Medici, lo chiama addirittura "Il Magnifico". Esagerato.

Fabio P.

E' successo nel uichend.

Ecco una rassegna veloce di quello che è successo di interessante (per la causa di questo blog) sulle pagine di Repubblica nel weekend appena trascorso :

Novità nella squadra di inviata che va a Sofia a seguire la Nazionale: a Currò e Bocca, si aggiunge il torinista doc Emanuele Gamba che si occupa addirittura di fare le pagelle.

Fa il suo esordio tra le pagine sportive Timothy Ormezzano, figlio del più famoso Giampaolo giornalista de La Stampa. Non sappiamo se la sua sia una semplice collaborazione o se diventerà parte attiva della redazione sportiva.Può anche darsi e lo verificheremo, che Timothy faccia già parte della redazione torinese di Repubblica. Una cosa è certa: Timothy ci sta simpatico perchè abbiamo scoperto che è stata coinvolto, suo malgrado, negli incidenti di Genova del G8, impegnato come operatore tv.
Qui sotto una foto di Timothy.



Della prematura morte di Joerg Haider se ne sono occupati il corrispondente da Berlino di Repubblica, sceso a Klagenfurt per l'occasione e Paolo Rumiz che ha disegnato un bellissimo profilo del governatore della Carinzia che trovate qui. Sotto, invece, la prima pagina del Kurier, il più noto quotidiano austriaco.



Emblematica la chiusura del Domenicale di oggi di Eugenio Scalfari: "Adesso bisogna fare uscire il paese dalla tempesta e non sarà certo un gioco".

Bellsissimo murales quello di oggi di Gianni Mura nel commento alla noiosissima partita dell'Italia a Sofia contro la Bulgaria " Una partita alla Buzzati, quello del Deserto dei Tartari: l'attesa di qualcosa che non arriva". Geniale.

Eluana Englaro, ovvero la guerra di Piero.



Citando una delle più belle canzoni di Fabrizio De Andrè, ribadiamo l'enorme sforzo che sta compiendo Piero Colaprico per tenerci aggiornati sulla sorte di Eluana Englaro. La battaglia che il papà di Eluana sta portando avanti contro i mulini a vento è, in parte, anche merito del cronista di Repubblica.

Ormai la Milano-Lecco dovresti conoscerla a memoria, giusto Piero?

Qui sotto lo spazio in prima pagina con l'incipit del pezzo di Piero.

domenica 12 ottobre 2008

Scusi, lei che non ne sa molto, me lo spiega?



Premio “Attacco dell’anno” a Pietro Citati, che oggi (in prima pagina!) inizia il suo pezzo dicendo: “Repubblica mi chiede di spiegare secondo quali criteri ogni anno vengono attribuiti i Premi Nobel. Non ne so molto”. Complimenti, Uno dice: quindi non hai scritto il pezzo. Invece no: seguono altre 63 righe.
Il momento più bello è quando Citati fa qualche esempio dei criteri che escluderebbero uno scrittore dal Nobel: “Borges e Nabokov hanno opinioni singolari sulla storia umana, Sebald era troppo triste. Alice Munro racconta storie troppo minime”. E poi scrive: “Ed è anche consigliabile non essere troppo intelligente (peccato gravissimo)”. Qui non fa esempi: per modestia, probabilmente, perché si vede benissimo che sta pensando a se stesso.

Fabio P.

Per Luca Bignami zero in geografia.

Geografia a vanvera oggi nel pezzo di Luca Bignami sulla “battaglia più antica d’Europa”. Bignami spiega com’è andata e poi dice che è successo tutto “proprio vicino alle Alpi”. Solo che poi spiega che il luogo della battaglia è “poco a nord dell’attuale Berlino”. C’è anche la cartina, in cui si vede che il posto è più vicino al Mare del Nord che a Berlino. Vicino alle Alpi? Sì, vicino 600 chilometri.

sabato 11 ottobre 2008

venerdì 10 ottobre 2008

giovedì 9 ottobre 2008

Paiolo d'Oro a Federico Rampini.



Non glielo toglie nessuno il Paiolo d'Oro a Federico Rampini. Aveva mollato lo smog di Pechino per tornare in America a disintoccarsi scrivendo un dì si e l'altro no un qualcosina sulle elezioni presidenziali, e invece gli è toccato farsi un culo così sulla crisi finanziaria/economica scrivendo un pezzo al giorno per spiegare a noi profani che cavolo sta succedendo.

Grande!

WC.



Riceviamo e volentieri pubblichiamo a proposito del calo della diffusione dei quotidiani:

E se Repubblica diminuisse la foliazione?

A fine giornata viene una sorta di pentimento perché non sono riuscito a leggerne la metà, tra cronaca, approfondimenti e pagine di Milano.
Cosi il giorno dopo compro la Stampa, più facile da manovrare e rapido da leggere.

Chi compra un quotidiano vuole notizie fresche, analisi che aiutino a capire e magari qualche bel corsinvo. Le articolesse e i reportage sono più da magazine o settimanale, cose da leggere con calma al cesso o sul divano di casa.

La corsa alla Casa Bianca: Calabresi in vantaggio su Flores D'Arcais.



A Nashville ieri, secondo round Obama-Mc Cain. Per Repubblica c'erano Alberto Flores D'Arcais e Mario Calabresi.

martedì 7 ottobre 2008

Dati di diffusione dei quotidiani: c'è poco da ridere.



Però Il Giornale sta peggio di noi.

Dario Del Porto: a Gomorra nel momento giusto.



Dario Del Porto ieri era andato a Casl di Principe per farci la cronaca dell'insediamento dei parà della Folgore nel paese raccontata da Roberto Saviano in Gomorra. Ma un colpo di culo gli ha consentito di scrivere oggi il pezzone sull'uccisione del parente di un pentito da parte del clan dei casalesi.

Quando si dice l'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto.

E la Roma perde a Siena.



E chi c'era a fare il pezzo per Repubblica?

Crosettismi bianconeri.



Crosetti sulla disfatta interna della Juve col Palermo:

"E' la più inadeguata Juventus degli ultimi quindici anni, mese più mese meno. Prima di mettervi a ridere, leggete i nomi dei quattro della difesa: da destra Grygera, Knezevic, Mellberg e De Ceglie. Sembra il Bate Borisov, invece è la Juve."

Nella foto: Mellberg, uno dei quattro moschettieri della difesa bianconera.

lunedì 6 ottobre 2008

La storia di Emmanuel porta alla ribalta anche Alessia Ripani.



Dopo Stefania, Mario e Giacomo, luci della ribalta anche per Alessia Ripani che oggi firma il pezzo ( a quattro mani con Stefania Parmeggiani) su Emmanuel Bonsu Foster, il ragazzo di colore picchiato a Parma dai vigili urbani.

Di Alessia abbiamo scoperto che è nata a Fermo nel 1975 ed è una brava pallavolista.

Della serie: non ci siamo dimenticati di te.



La nuova pop-Unità della giovane e brillante Concita De Gregorio, attesissima per il nuovo corso lontano dal politichese e dalle direttive di partito, riesce nel capolavoro di non citare neanche Luca Sofri e Giovanni Bachelet. I due esponenti del partito, ieri, come si evince dalla lettura di tutti gli altri quotidiani, hanno contestato il segretario. Non privatamente, in un'intervista a un giornale o in un blog, ma pubblicamente, alla Direzione del partito. Ma il bravo Bruno Miserendino pare che non se ne sia accorto, e con lui la direttora-direttrice. A ridatece Padellaro.

stamparassegnata.splinder.com

venerdì 3 ottobre 2008

Barbecue amari...



Oggi Vittorio Zucconi (direttore di Repubblica.it) risponde a un lettore: "Se lei sapesse in quali condizioni mandiamo avanti il nostro giornale online (...) Lavoriamo "on a string"".

Va bene, d'accordo, tutto quello che vuoi, e saremmo anche curiosi di sapere come sono queste condizioni. Però quando si cercano fotografie per corredare gli articoli, bisognerebbe fare qualcosa di di più che andare su Google Immagini. Altrimenti ecco il risultato: la foto apparsa un paio di giorni fa a corredo della notizia "Il Barbecue inquina più dell'auto", e precipitosamente ritirata quando qualcuno l'ha guardata più da vicino.

Diciamolo: una foto un po' del c....

Fabio P.

La triste storia di Emmanuel porta alla ribalta tre cronisti parmensi.



La triste vicenda di Emmanuel Bonsu Foster ha portato alla ribalta delle pagine nazionali di Repubblica, tre cronisti della redazione di Parma di cui neanche noi feticisti ne avevamo mai sentito parlare: Stefania Parmeggiani, Giacomo Talignani e Mario Robusti.

Di Stefania sappiamo che scriveva sull'Unità.

Di Giacomo che scriveva sulla Gazzetta di Parma.

Di Mario (sempre che sia lui) sappiamo che ha un blog non aggiornato e che ama scrivere cose belle.

E comunque, qualche caporedattore ha deciso di fidarsi poco di loro tre mandandogli alle calcagna il ben più esperto Michele Smargiassi da Bologna.

Errorismi (di sintassi).



Crosetti, nel pezzo sulla partita tra Inter e Werder Brema scrive:

"Sono i momenti in cui l'Inter sa ragionare solo con i muscoli, esponendosi al contropiede tedesco, che a tempo scaduto rischieranno anche di vincere".


Maurizio, chi iesattamente rischiava di vincere? I muscoli dell'Inter? O cosa? Qual è il soggetto della frase?

giovedì 2 ottobre 2008

Crosettismi di coppa.



Crosetti a proposito del momento delicato di Josè Mourinho sulla panchina dell'Inter:

"Bisognava proprio spendere 11 milioni di euro, o forse sono 14, per ingaggiare qualcuno che replicasse le mosse di Mancini?"

Errata corrige. (ci sembrava strano...)

Anche noi di PazzoPerRepubblica a volte scivoliamo su delle merde gigantesche. Tipo quella che abbiamo calpestato nel post precedente a questo.

Convinti che fosse Marco Mensurati (era suo il pezzo della vigilia dell'incontro) a scrivere la cronaca di Bordeaux-Roma dalla Francia, avevamo scritto (ancor prima di sfogliare Repubblica) che la sua presenza durante la partita aveva portato bene ai giallorossi che hanno, infatti, vinto la partita e Mensurati sfatato il suo tabù di menagramo.

Sfogliando poi il giornale abbiamo scoperto che il pezzo non l'ha scritto Mensurati bensì Fabrizio Bocca.

Mensurati non ha sfatato il suo tabù. Ci sembrava strano...

Marco Mensurati sfata il tabù.



Ieri Marco Mensurati, inviato di Repubblica a Bordeaux per la partita di Champions della Roma, ha portato bene!

We're sorry, this video is no longer available.



Oggi il sito di Repubblica ha pubblicato il video di "un tifoso che entra in campo durante una partita di un campionato olandese e sventa un gol". Solo che è un vecchio video di YouTube su una partita del 2001 e che è stato rimandato in onda qualche mese fa quando le due squadre si sono reincontrate. Il video è rimasto nella homepage per ore fino alle 14,45, quando un lettore ha scoperto l'inghippo e ha mandato una mail, e il video è stato rimosso.

mercoledì 1 ottobre 2008

John Cabot, born in Castiglione Chiavarese.



Sempre lo stesso problema, con i corrispondenti dall’estero: copiano dai giornali locali, ma a volte copiano male. E alla fine saltano fuori le magagne. Oggi Enrico Franceschini scrive su Repubblica.it un curioso articolo sull’origine del nome “Bristol” di molti hotel in tutto il mondo. E a un certo punto dice che “dal porto di Bristol s'imbarcò nel 1497 John Cabot, guidando la prima spedizione verso il Nord America”. Il quale John Cabot altri non è che il ligure Giovanni Caboto, noto nei Paesi anglosassoni con il nome anglicizzato. Solo che Franceschini non lo sapeva. Meno male che l’articolo originale non parlava di Cristoforo Colombo, altrimenti Franceschini avrebbe copiato “Cristopher Columbus”.

Fabio P.

Rodolfo Sala invitato al compleanno di Silvio.



E' successo a Villa Campari, presso Lesa, lago Maggiore, dove Berlusconi ha festeggiato il 72esimo compleanno regalandosi l'acquisto della villa stessa (foto).

Rodolfo, com'erano gli aperitivi?

Il dolce libro.



Si chiama Malamore. Esercizi di resistenza al dolore ed è il nuovo libro di Concita De Gregorio.

Quanti ci manchi, Concita.